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Ada

A me piace la tartare, la carne cruda. Il filetto tritato grossolanamente condito con uovo crudo, capperi, olive tritate, un pochino di cipolla, del prezzemolo. C’è chi ci mette le acciughe, io non le voglio. C’è chi accetta un goccio di brandy, io no, mi limito ad un pizzico di tabasco. Voglio sentirlo il sapore della carne cruda. E l’alcool lo ammazza questo piacere.
Mi chiamo Ada, ho 45 anni. Sono dirigente di una azienda che produce salviette e ausili per i sanitari, mi occupo della gestione del personale. Produciamo portasalviette, porta-carta igienica, dispenser di profumo, dentifricio monodose, preservativi.
Mio marito, Pino, è il mio superiore, è il vicepresidente della società. Ma vi giuro, arrivo a casa io dopo di lui, che si occupa per lo più di contratti e pubbliche relazioni. Da cinque anni, cioè da quando sono diventata capo del personale, non pranziamo assieme e non ceniamo assieme. Lui finisce alle sei di sera, io dopo le 21.
I nostri figli, Paolo di 7 anni e Davide di 5, solo ai compleanni e a Natale hanno il piacere di vedere mamma e papà seduti l’uno a fianco dell’altra. Io e Pino sono anni, 5 per l’esattezza, che non ceniamo mai o pranziamo, mai , lo ripeto, da soli.
A lui piace il pesce, a me la carne cruda. Ma non la mangio certo quando ho lui davanti.
Non voglio mostrargli cosa succede. Non più.
A me, quando mangio la carne cruda, mi cambia la faccia, la pelle diventa più lucida, sorrido sempre e ho voglia. Voglia di cose strane, che lui non capirebbe. O che capiva ma ha smesso di capire.
Dopo aver mangiato carne cruda, ho voglia di sbottonarmi la camicetta. Ho voglia di alzarmi e andare in bagno con passo deciso, e di essere seguita, e di ritrovarmi davanti al lavabo del gabinetto, mentre mi aggiusto il rossetto, con due mani dietro che mi sollevano la gonna, mi abbassano le mutandine e due dita che vanno alla scoperta. Ho voglia di non avere orari e pensieri, ho voglia solo di avere voglia, non perché va bene.
Ho voglia di farlo bene, come viene, il sesso, con la gamba alzata, di lato, o con le gambe spalancate come una offerta; ho voglia di esser presa da dietro o davanti, non mi importa. Voglio sentirla la carne, voglio annusare il piacere che diventa odore, così forte da lasciarmi senza fiato. Odore di carne fresca, di sangue che scorre, di vene che pulsano, di sudore sulla pelle, di umore che mi penetra, di saliva che mi cerca.
Per questo non mangio carne cruda con mio marito. Pino è una brava persona, ha una intelligenza incredibile, penso sia l’uomo più intelligente con cui sono stata.
Quando ho partorito Paolo, mi è stato vicino tutto la notte. Eravamo sposati da nove mesi, dall’età del suo concepimento. Allora era diverso, Pino mi guardava con occhi diversi, allora. Non stava tre giorni senza vedermi e toccarmi e cercarmi e mi veniva a scovare ovunque: al bagno, come sul divano, in cucina a casa dei suoi come al bancone del bar. Avevo le sue mani , calde, addosso sempre. E mi offriva spesso carne cruda. 
Dopo il travaglio, durato 48 ore, non mi ha mai lasciato un attimo ma le sue mani non mi hanno più cercato come prima. A letto si dormiva con un orecchio teso a turno a sentire se Paolo respirava, o piangeva. O eravamo alzati ad accudire il piccolo, o eravamo a letto, stremati, cercando di dormire un paio d’ore a testa. Davide è arrivato due anni dopo: avevamo fatto l’amore ubriachi nella piscina di un hotel di Marrakesh, ospiti di amici per un matrimonio. E’ stata quella l’ultima volta che ho risentito le mani, quelle vere, di Pino, come le conoscevo io. Offuscato dal gin tonic, si era tuffato nella piscina dell’albergo, e mi aveva tirato con sé, cercandomi a lungo. Non che altre volte, non avessimo fatto l’amore, a casa, quando Paolo e la sua asma, ci davano pace.
Ma allora fu diverso: Pino aveva voglia davvero di me, sentiva la sua e mia di carne, mi aveva tirato nell’acqua deciso a gustarmi. E io pensai che sarebbe stato così per sempre. Come si fa quando ami mangiare la carne cruda, aveva quella notte quella faccia decisa e la bocca che chiedeva ancora. Come me , quando mangio la tartare al ristorante.
Nove mesi dopo, sul letto dell’ospedale, mi tenne la mano per otto ore, poi mi disse: “tesoro sono stanco, vado a dormire. Ci vediamo domattina. Passo prima della riunione con i milanesi”.

E rimasi da sola per altre nove ore, con il solo aiuto dell’ostetrica , a metter al mondo Davide. Pino arrivò nella pausa pranzo, lamentandosi che la riunione era stata anticipata e che non era riuscito a passar presto e di non aver visto Davide venire al mondo. E che era stanco, disse. E io, senza forze, con 45 punti di sutura, gli dissi di tener duro, che a sera si sarebbe rilassato.
Da allora non ho più mangiato carne cruda in sua presenza, evito sapientemente di arrivare a casa con lui o di pranzare con lui alla mensa. A letto, sono sempre stanca e mi addormento prima di lui. Come lui era stanco quella notte, dopo otto ore passate a tenermi la mano, io ho una vita davanti per riposarmi dalla fatica di aver messo al mondo suo figlio. E non tocco più alcool, in sua presenza. Così non ha manco l’alibi di tornare sé stesso, colto dal torpore di un gin tonic.

Lui non è più l’uomo che mi cercava ovunque, ora mangia pesce, il sushi, così quando va a pranzo con i giapponesi sa cosa ordinare. 

Dopo il parto, quando gli ho chiesto di prepararmi della carne cruda al mio rientro a casa dall’ospedale, mi ha detto che non era il caso, che quando la mangiavo,  io gli sembravo tutt’altro che una brava moglie e non era il caso visto il mio ruolo sociale.  Meglio una sogliola, disse.

Da allora cerco altrove la mia carne, a casa sono una moglie con la camicia abbottonata e la gonna liscia, e il silenzio stampato come un marchio di fabbrica. Mi faccio masticare altrove.