Archivio Mensile: giugno 2010

Per ordine del partito

Avevamo organizzato tutto, per bene. La gelateria era bellissima, un posto dove i ragazzi del quartiere potevano stare ogni sera in compagnia, mentre i genitori andavano a ballare il liscio. C’era la Coca cola, due tipi di birra alla spina per i più grandi. Avevamo già dato tutti i nomi alle coppe di gelato: c’era la Berlinguer, panna e cioccolata. La Cuore, dedicata al meraviglioso inserto de L’Unità, con il melone, le fragole e il curacao, quella sostanza azzurro puffo che mai ho capito bene a cosa serviva davvero. Dicevano che era perfetta per i cocktail e allora io dissi alla Rina, la più grande del gruppo, che dovevamo anche inventarcene qualcuno per i clienti più esigenti, che anche se stavamo in campagna, ed eravamo tra compagni, ci voleva un tocco di classe.

Allora mandammo a cercare il Mirco, per il test.

Un mese prima avevamo organizzato una festa di quartiere, due giorni di musica e bar a prezzi popolari, e avevamo testato così l’organizzazione della gelateria. Solo che la festa era contro gli spacciatori e quelli arrivarono di notte a bruciarci il tendone.

Un avvertimento, dissero alla sezione “Di Vittorio”. Ma dopo un mese e con i preparativi della festa alle porte, oramai non ci pensava più nessuno agli spacciatori e alle lamiere bruciate del bar dei “ bocia”. C’era la gelateria da allestire e mio padre, segretario della sezione, girava per il tendone scuotendo la testa.

“Chi fa le notti, pure qua?”.

“Noi”, gli urlai contro mentre controllavo lo scatolone con gli ombrellini di carta per le coppe di gelato. I ragazzi applaudirono con un urlo: “Sìììììì, facciamo noi la prima notte. Saremo svegli e attenti”, urlò Dante, contento come una Pasqua.

Le notti erano i turni di guardia per presidiare l’area della festa dell’Unità, quando era chiusa. Ogni anno la sicurezza veniva aumentata, sempre senza spendere un soldo perché si lavorava gratis, per la Gloria, si diceva. E tutti a chiedersi se era figa, poi,‘sta Gloria.

Si aumentava ogni anno la sorveglianza perché dalla cucina, di notte, sparivano baccalà, pacchi di farina, il pesce custodito nelle celle frigo. Pure le damigiane si erano fregati.

“Te vai a casa con tua madre”, fu la risposta di mio padre.

Ci volle una serata di pianti a dirotto e implorazioni per convincerlo che la prima notte di guardia alla gelateria l’avremmo fatta noi ragazzi, tutti e dieci, nessuno escluso. Età media, 15 anni. La Rina, pochino di più.

“Sì, va bene. Ma dovete comportarvi bene, capito?”. Mio padre era uno dal cuore d’oro e dalla parlata ringhiosa, che andava ascoltato; sapeva farti male senza neanche far partir lo scapaccione sul culo. Solo l’idea che lo schiaffo era in arrivo, nell’etere, bastava a provocar dolore.

“Giuro che saremo bravissimi, papà”, promisi con il miglior sorriso.

Alle 18 del giorno di inaugurazione, arrivò il Mirco, giubbetto di jeans, e pantaloni stretti, in bicicletta.

“Uhe, compagni. Prossima settimana parto, vado alle Frattocchie. Compris? Sì, vado alla scuola del partito, si cucca un casino eh. E poi divento dirigente nasionale”. Mirco era un piccolo mito, per noi ragazzi della FGCI, che non era la federazione giuoco calcio, ma la federazione dei giovani comunisti. Dei figli dei comunisti. Noi eravamo rimasti intatti.

Mirco aveva vent’anni, chiamava tutti compagno e compagna, era eccentrico e alto una spanna, con la camminata da spaccone e il cuore d’oro. Amava le donne più di se stesso, e si sacrificava per la causa del partito.

Tutti lo vedevano passare e pensavano al furto, da lui ordito, alla  manifestazione studentesca dello striscione degli anti-social. Al corteo seguente, volarono pugni, finché il Mirco e lo striscione non vennero lanciati in campo San Geremia dentro l’ala controllata dagli autonomi. Lui si sacrificò, mormorando solo “Viva el Che”.

“Cosa devo fare?”, ci disse appena arrivato dentro lo stand della gelateria.

“Assaggiare. Che te ne sai”, rispose la Rina, con la shaker in mano.

E cominciò la prova generale dei cocktail da scrivere sul menù.

Paietta, rhum e cola. Poi tutti lo chiamarono Cuba libre.

Ingrao, vodka lemon.

Internazionale, curacao, southern confort e arancia.

Mirco assaggiava e diceva che andava bene, al primo colpo. Rina shakerava e aumentava le dosi. Lui gustava, di nuovo, con posa da sommelier esperto e diceva: “Aumenta un attimo ed è perfetto”.

Io, nel frattempo, gestivo la distribuzione di coppe Gelato e c’era il rosso, la teppa del quartiere, appollaiato al bancone a fissarmi senza parlare, e io mi sentivo per la prima volta femmina, non donna, che é un’altra cosa, ma allora capivo solo la sensazione, non il significato.

E la Rina mi dava di gomito, dietro il banco.

“Al rosso, cavoli se piaci”, mi diceva e io la guardavo strana: “Ma, se non mi parla”. La Rina, allora, smetteva di shakerare e mi fissava: “Sì, ma el varda. E dove xe ben”.

La prima sera scivolò via, tra errori e risate, occhiate del rosso e commenti etilici del Mirco. A mezzanotte, crollammo tutti spossati sulle seggioline dello stand. “E’ andata, adesso tutti svegli, eh, che abbiamo una notte di guardia da fare”, dissi ai ragazzi.

Il rosso andò silenzioso, come era venuto, scopato via assieme alle immondizie della chiusura.

Mirco, ubriacato dalle pozioni della Rina, stramazzò su una panchina.

Mio padre, arrivato per l’ultimo controllo, prima del rientro a casa con l’incasso della festa, lo guardò dormire e sentì dentro un moto di affetto.

“E’ stanco il compagno? Deve aver lavorato tanto”, disse.

E noi, annuimmo, trattenendo paura e risate.

Poi lo guardammo, il Mirco che dormiva con la bava alla bocca. Noi quindicenni avevamo sonno quanto lui, non capivamo mica chi ce lo faceva fare di restare tutta una notte svegli a far la guardia al campo della festa, noi eravamo bambini, figli di comunisti che le ferie le usavano per far la festa dell’Unità e dopo dieci giorni finivamo intontiti a sentir nelle orecchie solo Inti-Illimani e  liscio che non ne potevamo più, di charango e zumpapa.

Perché la notte? Per esser grandi e liberi, per sentir che contavamo. Restammo tutti e dieci e per sconfiggere il sonno, Niccolò, figlio del Gino e della Ida, lanciò l’idea. “Perché non giochiamo a rugby nel campo? Come palla, usiamo i meloni”.

E così alle due di notte, nel campo della festa dell’Unità iniziò la sfida. Ragazze, cinque. Ragazzi, cinque. Mirco, squalificato per manifesta incapacità. Obiettivo: fare meta allo stand della cucina.

Passa e corri, passa e lancia, ocio, spetta, varda mona, tira qua, tira là, ridi e scherza. A correre con il melone sotto il braccio, avanzato dopo una serata di coppe gelato con la frutta, ci sentivamo tutti bimbi felici.

Un passaggio eccessivamente veloce di Niccolò, intercettato dalla Rina, portò allo schianto del melone al suolo, con conseguente squarcio, e risate di condimento. Non avete mai visto un melone esplodere? Non potete capire. Ci ritrovammo in centro al campo, in dieci, a ridere a crepapelle, tutti sporchi di pezzi di melone e finimmo in gelateria a bere, che avevamo sete, ma l’unica cosa fresca era la birra rossa e andava giù che era una meraviglia. Era agosto e faceva caldo.

 Mettevamo ad ogni giro pure i soldi in cassa, che eravamo figli di compagni e non si mangia e non si beve a scrocco, al massimo ci si fa lo sconto. Di sete ne avevamo  così tanta che Mirco ci svegliò la mattina dopo alle otto e noi eravamo tutti stesi a terra, dentro la gelateria, abbracciati uno con l’altro. E lui urlava e noi non sentivamo. Eravamo felici dentro, ne sono sicura. Ci sentivamo compagni, figli di compagni, parte di un qualcosa di vero e che si toccava con mano, e se passava per Guccini e gli Inti-Illimani, valeva la pena.

 Quella notte rubarono tutte le costicine. Entrarono nel campo e si portarono via la carne dal frigo, mentre noi ci riposavamo dopo la partita a rugby col melone.

Nessuno di noi ammise il gioco, ma i pezzi di melone e il fusto di birra finito, ci giocarono contro.

Da quella notte, per ordine del partito, ai ragazzini le notti di guardia in festa furono vietate.

Il cuoco sa aspettare – visto da Elisa Gianola

A me gli esperimenti piacciono. Un racconto letto e interpretato da una  fotografa.

Questo è ben riuscito. 

foto di Elisa Gianolla

Leggo

La Carogna la leggo pure. In questo nuovo blog, riprendendo la passione della lettura, che ha dato vita a Collettivovoci.tumblr.com leggerò anche alcuni dei miei racconti

Una pacifica agitazione

Ti guardo e le budella si mettono in movimento, il succo gastrico circola, su e giù, fa caldo dentro questa pancia.

Ti guardo camminare verso di me e dentro la testa sono solo un metro che calcola i centimetri che separano la mia pelle dalla tua.

La sentirai, tutta questa agitazione di budella, di succhi, di scossette, di fame, che ho dentro?

Lo vedrai che sto sudando, che ho caldo, che ho il cervello, che ogni centimetro che scompare, entra in una modalità fatta di sete di midollo, che ho le ossa molli?

Lo vedrai che sono qui, imbarazzata, con questa pancia brontolona, che detta i miei passi e mi incita a ridurli in fretta questi centimetri?

Mi stai davanti e mi sorridi, adesso, e questa fame dalle ossa passa a muover la bocca, le dice che c’è da fare e da dare.

Per aver pace.

La carogna

Edoardo si accese una sigaretta, poi andò a cercare la coperta che teneva sulle ginocchia per tirarsela verso la pancia. Dopo una giornata caldissima era arrivato chissà da dove un venticello fresco, quasi screanzato e sentiva i brividi addosso. Era mezzanotte ma Edoardo voleva restare ancora seduto in veranda a sentir il rumore degli alberi.

Dei passi nel prato davanti casa. Edoardo girò la testa, fermò la mano che stava portando la sigaretta alla bocca. “Chi è?”, disse guardando in direzione degli alberi. Non ottenne risposta. Eppure il rumore l’aveva sentito. Passi lievi di piede leggero che cammina a piedi nudi sull’erba bagnata della sera. Passi convinti di chi non sta cercando di non farsi sentire. La camminata di chi non ha paura. “Chi è ?”, tornò a ripetere.
Ottenne solo il silenzio come risposta.
Poi sentì caldo al viso, la sensazione di una mano che sfiora guancia e capelli. “Emma, sei tu?”

Edoardo si portò le mani agli occhi, con un moto di stizza. Si stupì di ricordare ancora quel nome. Avrebbe voluto cavarli e lavarli, uno ad uno, quegli occhi che non servivano a niente.Si mise a girar la testa da un lato all’altro della veranda, come se nell’oscillazione nervosa qualcosa si potesse intravedere. Un bagliore, un movimento. Niente, c’era solo buio. E la carogna, dentro.

Si alzò di scatto dalla sedia e andò, con le mani, a cercare il bastone appoggiato alla balaustra. Cominciò a camminare su e giù per la veranda. Il bastone picchiava a terra, sul legno del terrazzo, con colpi irrequieti. Dentro gli stava montando quel fastidio, quel bisogno di distruggere. Gli sarebbe piaciuto aver in mano un bastone grosso, nodoso, e cominciar a tirar colpi al cielo, agli alberi, ai pensieri strani che gli passavano per la testa. Fino a romperli, uno per uno. Si ritrovò davanti alla sedia, la riconobbe dal suono diverso del colpo del bastone sul legno. E allora tirò un calcio, fortissimo, che fece volar a terra la sedia, con un botto rumoroso. Girò la testa verso il giardino, cercando di respirare. Doveva calmarsi. Avrebbe pagato _ pensò _ chissà che cosa per vedere un lampo di luce, un raggio di sole che gli facesse lacrimare l’occhio, un colore.

La pelle di Emma. Ancora lei. Per alcuni giorni, dopo l’incidente in moto, gli amici gli avevano portato sue notizie. L’avevano vista al mare, dal giornalaio, al bar. Gli occhi bassi, coperti dagli occhiali. Piangeva.
Ernesto lo prese in disparte: “Se vuoi vado io, le spiego tutto e la avviso che sei in ospedale. Te la porto”.
Ma Edoardo lo zittì: “Non è importante, io non ci penso. Perché dovete farlo voi?”. E così i discorsi, cadendo nel buio, finirono con l’essere dimenticati. Il buio si era portato via tutto, come quando butti la sigaretta nel cesso e tiri lo sciacquone.

Edoardo sentì la carogna agitargli le budella. Provava odio. Per tutto. Persino per il nero che gli era amico fidato. E si ritrovò a pensare che avrebbe volentieri spaccato qualsiasi cosa pur di riveder quegli occhi verdi, i capelli castani, il naso. Avrebbe buttato giù un muro a testate pur di rivedere quel culo che gli sorrideva sempre. L’aveva sognato, qualche volta, e si era eccitato anche se era solo in penombra. Per calmarsi aveva dovuto masturbarsi. Emma gli aveva fatto da subito quell’effetto. Lei gli era apparsa davanti un giorno. E lui da quel momento aveva sentito solo fame. Delle labbra di Emma, del corpo di Emma, del suo odore. La faccia in mezzo alle gambe.

“Basta”, urlò Edoardo verso gli alberi nel giardino e si mise a sbattere il bastone, una, tre, venti volte, contro la balaustra della veranda. Lei era solo un passatempo. Non era bella, non era dolce, non aveva uno sguardo che lo spaccava. Non era vero che ogni volta che la sfiorava e la sentiva ridere, si sentiva fatto di vetro e che quando lei lo stringeva forte e gli ansimava all’orecchio, lui si sentiva pane. Non aveva fame, non voleva sfamare. Non sentiva niente, non voleva niente. Portò la mano, tra le gambe, sentì la carogna gonfiargli il cazzo e fargli male. Scosse la testa velocemente. Solo il buio poteva calmarlo.

La carogna

Edoardo si accese una sigaretta, poi andò a cercare la coperta che teneva sulle ginocchia per tirarsela verso la pancia. Dopo una giornata caldissima era arrivato chissà da dove un venticello fresco, quasi screanzato e sentiva i brividi addosso. Era mezzanotte ma Edoardo voleva restare ancora seduto in veranda a sentir il rumore degli alberi.

Dei passi nel prato davanti casa. Edoardo girò la testa, fermò la mano che stava portando la sigaretta alla bocca. “Chi è?”, disse guardando in direzione degli alberi. Non ottenne risposta. Eppure il rumore l’aveva sentito. Passi lievi di piede leggero che cammina a piedi nudi sull’erba bagnata della sera. Passi convinti di chi non sta cercando di non farsi sentire. La camminata di chi non ha paura. “Chi è ?”, tornò a ripetere.
Ottenne solo il silenzio come risposta.
Poi sentì caldo al viso, la sensazione di una mano che sfiora guancia e capelli. “Emma, sei tu?”

Edoardo si portò le mani agli occhi, con un moto di stizza. Si stupì di ricordare ancora quel nome. Avrebbe voluto cavarli e lavarli, uno ad uno, quegli occhi che non servivano a niente.Si mise a girar la testa da un lato all’altro della veranda, come se nell’oscillazione nervosa qualcosa si potesse intravedere. Un bagliore, un movimento. Niente, c’era solo buio. E la carogna, dentro.

Si alzò di scatto dalla sedia e andò, con le mani, a cercare il bastone appoggiato alla balaustra. Cominciò a camminare su e giù per la veranda. Il bastone picchiava a terra, sul legno del terrazzo, con colpi irrequieti. Dentro gli stava montando quel fastidio, quel bisogno di distruggere. Gli sarebbe piaciuto aver in mano un bastone grosso, nodoso, e cominciar a tirar colpi al cielo, agli alberi, ai pensieri strani che gli passavano per la testa. Fino a romperli, uno per uno. Si ritrovò davanti alla sedia, la riconobbe dal suono diverso del colpo del bastone sul legno. E allora tirò un calcio, fortissimo, che fece volar a terra la sedia, con un botto rumoroso. Girò la testa verso il giardino, cercando di respirare. Doveva calmarsi. Avrebbe pagato _ pensò _ chissà che cosa per vedere un lampo di luce, un raggio di sole che gli facesse lacrimare l’occhio, un colore.

La pelle di Emma. Ancora lei. Per alcuni giorni, dopo l’incidente in moto, gli amici gli avevano portato sue notizie. L’avevano vista al mare, dal giornalaio, al bar. Gli occhi bassi, coperti dagli occhiali. Piangeva.
Ernesto lo prese in disparte: “Se vuoi vado io, le spiego tutto e la avviso che sei in ospedale. Te la porto”.
Ma Edoardo lo zittì: “Non è importante, io non ci penso. Perché dovete farlo voi?”. E così i discorsi, cadendo nel buio, finirono con l’essere dimenticati. Il buio si era portato via tutto, come quando butti la sigaretta nel cesso e tiri lo sciacquone.

Edoardo sentì la carogna agitargli le budella. Provava odio. Per tutto. Persino per il nero che gli era amico fidato. E si ritrovò a pensare che avrebbe volentieri spaccato qualsiasi cosa pur di riveder quegli occhi verdi, i capelli castani, il naso. Avrebbe buttato giù un muro a testate pur di rivedere quel culo che gli sorrideva sempre. L’aveva sognato, qualche volta, e si era eccitato anche se era solo in penombra. Per calmarsi aveva dovuto masturbarsi. Emma gli aveva fatto da subito quell’effetto. Lei gli era apparsa davanti un giorno. E lui da quel momento aveva sentito solo fame. Delle labbra di Emma, del corpo di Emma, del suo odore. La faccia in mezzo alle gambe.

“Basta”, urlò Edoardo verso gli alberi nel giardino e si mise a sbattere il bastone, una, tre, venti volte, contro la balaustra della veranda. Lei era solo un passatempo. Non era bella, non era dolce, non aveva uno sguardo che lo spaccava. Non era vero che ogni volta che la sfiorava e la sentiva ridere, si sentiva fatto di vetro e che quando lei lo stringeva forte e gli ansimava all’orecchio, lui si sentiva pane. Non aveva fame, non voleva sfamare. Non sentiva niente, non voleva niente. Portò la mano, tra le gambe, sentì la carogna gonfiargli il cazzo e fargli male. Scosse la testa velocemente. Solo il buio poteva calmarlo.