Archivio Mensile: gennaio 2011

Ciccia e brufoli

“Ma non è che adesso mi diventi tutta ciccia e brufoli?”.
Marco si sta facendo la barba. Livia è seduta al tavolo della cucina e imburra una fetta di pane. Lei stamattina si è alzata bene, con il sorriso. Non capitava da otto mesi. Livia oggi ha deciso di ascoltare la dottoressa e di provare a mangiare. E’ la prima vera colazione dopo otto mesi di insalatine e pianti nascosti, di scuse e mal di testa per evitare di cenare tutti assieme, e quando le scuse non bastano ci sono gli attacchi di vomito, che arrivano rigorosamente di notte. Marco dorme di là, nella camera da letto, e non sente. In otto mesi Livia ha abbracciato di più la tazza del water che le sue amiche. Loro si sono accorte di tutto e glielo hanno detto.
“Livia, che cazzo stai facendo? Quanti chili hai perso?”
Quindici.
A Marco lo hanno dovuto spiegare loro, Franca e Giulia, che Livia aveva qualcosa che non andava.
“A me lei piace anche così”, si erano schernito lui quando le amiche lo avevano invitato al bar per parlare. Non si era accorto di niente. Mica aveva notato che lei non mangiava più. Sapeva che era a dieta.
“ Ma le donne lo sono sempre, vero?”
Marco e Livia vivono assieme da sei mesi. E il fatto che lei abbia perso in fretta dieci chili, disse lui alle sue amiche quel giorno, per lui era solo un segno di rispetto per se stessa.
“Sono quindici? Non me lo ha detto. Io la vedo bellissima. Non è che voi state esagerando?”, si schernì quando Franca e Giulia passarono ai dettagli.
Livia al pub era considerata da tutti gli amici una sorta di modella dal fisico perfetto calata in un paesino alla periferia di Padova. Per loro vederla entrare al bar era come avere a portata di mano una di quelle belle donne che di solito vedi solo su qualche cartellone pubblicitario. Marco era orgoglioso.
“Le mestruazioni? Boh, robe sue”, ribatté lui quando Franca e Giulia precisarono che non era tutto così perfetto.
“Livia ama i jeans stretti, le magliette aderenti, gli stivali anche d’estate. In discoteca d’estate io lei saliamo assieme sul cubo e balliamo ore. Siamo bellissimi. E’ normale che ci tenga al suo fisico”. Ma l’obiezione venne sommersa da altri particolari.
“A me basta che stia bene”, fu la sua ultima parola.
E le amiche pensarono, quel giorno, che aveva capito tutto. E fissarono l’appuntamento per Livia dalla dottoressa.
“Il suo compagno che dice?”, chiese la psicologa a Livia al termine della quinta seduta.
“Dice che mi ama, così come sono”, rispose lei.

Due mesi dopo, Livia si è alzata e ha deciso di fare colazione, come tutti.
Si sente meno stanca del solito. E sorride. Le piacevano le colazioni con il burro e la marmellata a casa della nonna. Il pane era caldo, appena fatto.
Marco si sta facendo la barba in bagno.
“Fai colazione?”, le chiede lui.
“Sì. Pane, burro e marmellata”, risponde lei.
“Non è che adesso mi diventi tutta ciccia e brufoli?”.
Marco poi scoppia a ridere. Livia lo ascolta e ferma la mano.
Posa sul piatto il coltello con il pezzo di burro, scansa il pane e pure il vaso di marmellata. Chiude il barattolo dello zucchero.
“Mi ameresti lo stesso, vero Marco? Se fossi grassa?”.
Livia glielo chiede, alzando la voce, mentre va a spegnere il caffè che brontola dentro la moka sul fuoco.
“Ti amo. Così come sei”.

Il colpo della strega

“Ancora cinque minuti”, gli ho detto, mentre stringevo il cuscino sulla sua faccia. Lui mi ha sentito e ha disteso le braccia sul materasso. Un segno di resa, lo aspettavo. Dopo tanto dibattersi e trattenere e sudare, ho campo libero e non posso aspettare oltre.
Ho ripreso a premere il cuscino bianco con tutte e due le mani. Di lui vedo solo solo le braccia distese, le dita delle mani chiuse a pugno. Non la faccia, nascosta dalla fodera. Non le gambe e il petto, su cui mi sono seduto a cavalcioni, per farmi forza e spingere di più.
Che a morire ci vuole forza e calma. E anche per far morire.
Ho continuato a premere il cuscino, finché le dita di Alvaro hanno mollato la posizione a pugno e le mani si sono aperte come artigli. E mi sono venute a cercare. Per fermarmi.
Una mossa inattesa. E io davanti a quelle dita che si sono fermate ad un centimetro dalla mia faccia sono stato colto dalla sorpresa e ho reagito tirando indietro la testa e la schiena. Poi ho finito quel che dovevo finire. E sono andato a farmi la doccia, nella stanza accanto, che ero tutto sudato.
E’ successo tutto lì, in quel movimento improvviso per allontanare la mia faccia dalle sue dita. Il colpo della strega. Sono quattro giorni che cammino con questo maledetto mal di schiena. Solo oggi sono andato dal dottore.
“Ha fatto qualche movimento strano?”, mi ha chiesto senza mai guardarmi, gli occhi fissi sul computer nella sala visite dell’ambulatorio.
“No, dottore. Ho solo evitato un ostacolo improvviso”.
“Ecco, è come le dicevo io. Il colpo della strega è spesso conseguenza di movimenti forzati o mal controllati. Adesso le prescrivo un antinfiammatorio”, ha continuato a spiegarmi il dottore.
“E si riposi”.
Ho preso la ricetta che il dottore mi ha posato davanti, mi sono appoggiato al tavolo, con le mani, per alzarmi senza sforzare troppo la schiena. Ho detto “Grazie, dottore. Vedrò di farlo” e me ne sono andato fuori, alla ricerca di una farmacia. Ho cominciato a camminare e ho ripensato a quel “Si riposi”.
Come se fosse facile chiudersi in casa una settimana, spegnere il cellulare. E non farsi trovare dai clienti e dai capi. Il lavoro arriva quando vuole e va fatto in fretta, con calma e forza.

Camminando lentamente verso la farmacia, un passo per volta, il dolore alla schiena, fortissimo, ha cominciato a pulsare meno. C’è, lo sento, ma non è più un coltello che mi gira dentro. Piuttosto è un peso sui lombi, dalla pressione costante. La stessa che ho impresso sul cuscino, con calma, per bloccare la faccia di Alvaro. Quattro giorni fa, quando l’ho soffocato in una stanza d’albergo alla periferia di Milano.
Sua moglie ha pagato 30 mila euro per farlo fuori. In una camera d’albergo, la 313, dove lui solitamente incontrava Martina, una prostituta che faceva arrivare dal lago di Garda. Le pagava pure il taxi, andata e ritorno una volta al mese. Stavano assieme fino all’alba. Lei doveva arrivare alle 21.30 spaccate. Non un minuto dopo. Facevano sempre le stesse cose. Prima un inizio di pompino, poi lei si faceva leccare. Ma durava poco. Poi lui la penetrava da dietro e durava il giusto.
Un rito. Ho pensato a quello quando Martina mi ha raccontato dei loro incontri al bar di Peschiera dove sono andato a cercarla. Le ho pagato la colazione dopo averla attesa all’uscita di casa, fingendomi un investigatore a caccia di informazioni. Per lei Alvaro era un cliente come tanti. Lo ha riconosciuto solo dalla foto che le ho mostrato. “Alvaro chi? Ahhhh, il noioso!”, mi disse quando gliel’ho mostrata.
Pretendeva sempre le stesse cose _ mi ha raccontato Martina _ mai un dettaglio diverso. Anche il completino intimo doveva essere sempre bianco, in pizzo, di una marca precisa. Alvaro la attendeva sulla porta della stanza 313, la faceva entrare, le toglieva il cappotto. Lei sotto era già in reggiseno e tanga, come voleva lui. Fresca di doccia e senza alcun profumo.
Alvaro le accarezzava il viso, poggiava i soldi sul mobiletto vicino all’ingresso, la spingeva contro il muro, le infilava un dito in bocca e poi con lo stesso dito toccava prima il mento e poi il collo e scendeva fino all’attaccatura del tanga, Là il dito lasciava il posto all’intera mano.
Mai niente di diverso. Martina disse, ridendo _ forse voleva risultare simpatica _ che persino i gemiti alla fine erano sempre identici.
Adesso che ci penso, mentre stavo sopra il petto di Alvaro e gli tenevo premuto il cuscino sulla faccia, per otto, dieci minuti, ( quanto sarà durato? ) Alvaro non ha mai mollato un gemito, una bestemmia, un lamento. L’urlo l’ho cacciato io quando mi sono trovato le sue dita quasi addosso alla faccia. E ho tirato la testa e la schiena indietro. E la strega si è attaccata.
Io premevo e intanto pensavo ad altro. Lo faccio sempre quando lavoro. Non penso mai a chi sto ammazzando. Penso alla vita mia, quando non lavoro e posso far quello che voglio. Alzarmi tardi, non guardare il cellulare, mettermi la camicia colorata e andare a mangiare una pasta dalla Rina che è la mia donna, anche se non viviamo assieme. Non bisogna viverci con una donna se si fa il mio lavoro. Perché lei la sente la puzza, che ti porti dietro. Mica è scema, la donna che si ama. Lei sa. E allora io con la Rina, che ogni volta che la voglio ha un completino di un colore diverso, io non parlo mai del lavoro. E manco ci dormo assieme. Se resto da lei mi sveglio all’alba e me ne vado. Con una scusa. Se devo lavorare non la vedo per giorni, perché devo togliermi la puzza di dosso, prima.
E’ solo lavoro, niente di personale, neanche godimento. Serve calma e forza, per far morire. Quelle cose lì le uso anche per amare Rina. Lei pensa alla fantasia. E ogni volta non c’è mai un gemito uguale. Se mi dicesse che sono noioso, tirerei fuori la pistola. E la girerei verso di me.

In farmacia mi danno gli antinfiammatori. Prendo una pastiglia direttamente al bancone, davanti alla commessa che mi guarda con la faccia indifferente di chi ha visto troppi tossici.
Esco fuori e suona il cellulare. So chi è, so cosa vuole. Ma non rispondo. Che c’ho la strega aggrappata ai lombi e mi sto incazzando.