Archivio Mensile: ottobre 2011

Il bar della piazza

Il cappotto l’aveva buttato sullo stendino in terrazzo, a prendere aria dopo quella notte pregna di tabacco.
A Marghera era un sabato di ottobre, bello, di sole, lievemente ventoso. C’era il mercato e la gente parcheggiava un pochino ovunque, vicino a casa di Martino, per andare a fare le spese.
Con le fabbriche chimiche oramai quasi tutte chiuse, Marghera non si svegliava più la mattina con quel puzzo di uova marce che Martino aveva imparato a riconoscere come l’odore di casa. Per tanti anni quando tornava dai suoi viaggi, in treno o in macchina, era l’odore di uova marce che si cominciava a sentire da Malcontenta e che entrava nella macchina o nel vagone dai condotti dell’aria a dire che si stava per tornare a casa.
Marghera in quell’ottobre con le fabbriche del Polo agonizzanti, mostrava al di là del muro di capannoni di via Fratelli Bandiera, il grande viale dei camion che di notte lasciava spazio ad ogni semaforo alle prostitute nigeriane, il suo volto vero di città giardino. Gli alberi profumavano.
Era la rivalsa dopo una delle tante bizzarrie dei primi del Novecento, sperimentate lì a due passi da Venezia.
Piazzare le fabbriche davanti alla città dal passo lento e dal vociare costante e costruire, come per chiedere scusa, quel quartiere operaio nel verde più verde. Martino viveva lì e non avrebbe voluto stare in nessuna altra parte.
Il cappotto l’aveva steso sullo stendino in terrazzo, in quella giornata limpida e senza polveri, per togliere l’odore del fumo.
Aveva trascorso la notte in un locale di piazza Barche, nel centro di Mestre. Piazza Barche per i mestrini, piazza XXVII Ottobre per la toponomastica. Mestre che in una notte aveva perso centinaia di piante per lasciar posto alla smania di costruire, ha ancora strade e piazze con nomi doppi, quelli della tradizione e quelli della toponomastica ufficiale.
Un’altra bizzarria del Novecento.

Era un locale nuovo, quello in cui Martino aveva passato la notte. Non l’aveva mai visto prima e manco mai l’aveva sentito nominare. Passeggiava in piazza, quando aveva visto un gruppo di persone intente a parlare davanti ad una porta che dava su un locale stretto e tutto scuro, con le luci basse. E si era stupito perché sotto al porticato davanti all’ingresso c’erano due grandi casse che sparavano fuori decibel a tutto volume e una strobo, una di quelle palle fatte di vetrini che giravano nelle discoteche degli anni Ottanta (sempre Novecento era), e lui, Martino, si era fermato a fissarla a bocca aperta che erano anni e anni che non ne vedeva una così. Erano anni in verità che non entrava in una discoteca.
Il locale era di quelli modernissimi, pareti grigio scuro, belle bariste in pantaloni a sigaretta e magliette aderentissime e tacco con plateau. Altissime, magrissime, con la coda di cavallo liscia, lunga che ricadeva sui colli esili come quelli di certe africane che aveva visto e segretamente amato nei suoi viaggi.
I clienti erano tutti vestiti bene, le donne con le gonne strette e il tacco dodici; i ragazzi con la giacca elegante, qualcuno anche con la cravatta. Tutti in mano avevano qualcosa da bere. Tutti bevevano.
Manco una birra degna del nome, pensò Martino, guardando il gruppo delle spine.
Pareva la festa di inaugurazione, una di quelle situazioni in cui tutti sfoggiano un sorriso di circostanza e sperano di far passare le ore senza problemi, dopo una giornata di lavoro.
E allora Martino si era deciso a passeggiare in mezzo alla gente tra il porticato con la musica e i tavolini, tutti occupati, e l’ingresso del locale, una stanza piccola, con la porta impegnata dall’andirivieni delle bariste e delle cameriere, che portavano fuori vassoi di tramezzini e di bicchieri di birra e vino bianco.
L’unica persona, che non chiacchierava o beveva, era una ragazza, vestita di nero. Aveva i capelli neri ricci e stava seduta davanti ad una delle grandi casse, come se il rumore non le desse per niente fastidio. La osservò meglio. Aveva un cappotto grigio scuro, di quelle stoffe che si usavano una volta, fustagno.
Ai piedi portava delle scarpette basse di vernice rossa; stringeva al petto una borsa di panno con sopra una grande faccia di gatto. Portava gli occhiali, con le stanghette rosse. Guardava verso un punto non preciso della piazza, come se fosse attirata da qualcosa, lì in fondo, lontano.
Osservandola meglio Martino capì che in mezzo a quei ricci scomposti che toglievano la visuale dal suo collo, la ragazza indossava delle cuffie. Il supporto le faceva da un cerchietto ma su di lei il cerchio di gomma e pure le due cuffie sparivano in mezzo al tripudio di ricci neri, intricati come le mangrovie. Fossero stati verdi i capelli, sarebbe stato un bel vedere davvero, pensò Martino.
La ragazza guardava lontano e muoveva la testa, piano, al ritmo della musica che sentiva nelle orecchie e Martino si chiedeva se il ritmo era simile a quello della musica delle casse perché a lui sembrava di sì, ma non poteva esserne sicuro e allora si fece coraggio e andò a sfiorarle la spalla. E lei inarcò la schiena con un gesto veloce, presa di soprassalto da quel tocco e lo guardò attenta.
Martino dovette urlare per farle la domanda.
“Scusa coooosaaaaaa staiiii ascoltandooooooo?”, le urlò contro, tentando di superare il rumore delle casse, per far sentire la sua voce.
“Niente”, risposte lei.
“Comeeeeee nieeeeente?”, ribattè lui.
La ragazza gli sorrise e lo tirò per il cappotto togliendolo da davanti le casse della musica.
“Le cuffie non sono collegate a niente. Vedi il cavo con lo spinotto? Lo tengo in tasca, mi serve per far finta che sto ascoltando musica, così non mi vengono a disturbare. E invece ascolto la musica delle casse, mi metto qua perché mi piace sentire il rumore dei bassi prodotti dalle casse, mi concentro su quelli e mi passano i momenti fastidiosi”.
“Fastidio di che?”. Martino era curioso.
“Fastidio per tutte queste parole inutili. Sono venuta qui con una amica a cui piace quel tipo, quello biondo là in fondo. Lei gli cicaleccia dietro, io mi annoiavo e mi sono messa qui”.
“Ma questo locale è nuovo?”, continuò a chiedere Martino.
“Boh – rispose la ragazza – mai sentito o visto prima. Senti, ti va se ce ne andiamo a passeggiare?”.
Martino annuì e la seguì. Percorsero a piedi 45 volte la piazza, dal porticato del bar fino ai parcheggi vicino al canal Salso. Si dissero un sacco di cose. Ma Martino il giorno dopo mentre sistemava il cappotto sullo stendino ricordava solo le cose essenziali.
Elena, 20 anni, studentessa a Ca’ Foscari, padovana, bella, capelli neri, ricci come le mangrovie che se erano verdi era stupendo.
Dita piccole; tre anelli d’argento; vestito nero; scarpe rosse; occhiali con stanghette rosse; bocca rosa dal gusto dolcissimo.
Martino ricordava perfettamente che lasciandola davanti al porticato di quel locale, a notte fonda, l’aveva baciata e lei, Elena, aveva ricambiato. E poi si era rimessa sulle orecchie le cuffie mollandogli il più bel sorriso che lui avesse mai visto, Africa compresa.
E lei gli aveva detto qualcosa ma senza voce, solo muovendo le labbra e l’aveva ripetuto tre volte. E lui non aveva capito e per paura di fare la figura del fesso aveva sorriso ed era andato via.
Martino il giorno dopo nello stendere il cappotto in terrazzo, aveva sentito che c’era qualcosa nella tasca e ci aveva trovato dentro un cuoricino di plastica rosso, piccolo. E così aveva indossato la tuta e il giubbotto e senza neanche bere il caffè, aveva preso la macchina ed era tornato in piazza Barche. Era convinto che al locale avrebbe trovato qualcuno che c’era la sera prima e che magari Elena l’aveva vista e gli poteva dire dove trovarla. Lui era convinto che quel pezzo di plastica glielo aveva messo lei in tasca, senza farsi notare.
E così era arrivato in piazza e si era messo a camminare su e giù per i portici cercando l’ingresso del bar. E invece c’erano un negozio di scarpe, uno di saponi artigianali, una banca, una edicola, un negozio di tappeti chiuso da decenni. Ma di bar manco l’ombra.
Era andato così a chiedere informazioni all’edicolante e quello, che aveva aperto alle cinque, l’aveva guardato stranito e gli aveva detto che no, non c’era alcun bar nuovo nella piazza e mai c’era stato e che no la sera prima non c’era stata alcuna festa, ché lui aveva chiuso tardi e avrebbe visto e che insomma, Martino, forse aveva sbagliato piazza o città perché non era successo niente di quello che lui raccontava.
E Martino non gli aveva creduto e aveva fermato una pattuglia di vigili e aveva chiesto a loro se avevano visto la festa al bar e anche loro gli avevano ribadito che no, non era successo niente. E nessuno aveva chiamato alla centrale per il troppo rumore.
Martino se ne era così tornato a casa mortificato, convinto di essere ad un passo dalla follia se vedeva cose che nessuno vedeva.
Aveva lasciato il cuoricino di plastica rossa sul comodino e alla sera era andato a dormire, sentendosi un pochino matto, un pochino scemo.
Quella notte sognò il bar, sognò Elena, la vide sorridere e infilare le cuffie e poi dire le parole mute.
E capì ogni sillaba.