Archivio Mensile: settembre 2011

Fermata Gioia

Quando la vede pensa a Milano, il posto dove l’aveva notata per la prima volta. E dove si era innamorato di lei. C’era stato tre settimane fa quando aveva percorso un tratto della M2 per arrivare a Garibaldi
dove lo aspettava Pino, l’amico del circolo di subbuteo che era andato a lavorare a Milano da qualche mese e che, sistemata casa, l’aveva invitato per un weekend milanese. Che poi, a dirla bene, era stato non un weekend ma solo una serata di sabato passata a guardare la Madunina, come la chiamano i milanesi, a infilare il tacco tra le palle del toro, dentro una galleria, e a passeggiare tra la gente indaffarata a divertirsi. Milano era troppo per Alfio, troppo città, troppa gente. Ma aveva visto lei e aveva capito che ci si può ancora innamorare a 50 anni.
E come tutti gli innamorati, si ricordava tutto, ogni singolo gesto e situazione. E amava Milano, pur non sopportandola.
Appena sceso dal treno da Venezia in stazione centrale, Alfio aveva finito con il perdersi tra i tapis roulant alla ricerca di un gabinetto prima di entrare in metropolitana, e con il foglietto con le indicazioni date dal Pino al telefono, in una mano, e con il trolley a strisciare sul pavimento nell’altra, si era messo a seguire i cartelli verso la fermata della M2, la linea verde, quella che doveva prendere per raggiungere la stazione Garibaldi.
Era sceso dal treno agitato Alfio e nel correre, cercando con l’occhio l’indicazione per la metropolitana e contemporaneamente guardandosi attorno alla ricerca dell’insegna dei gabinetti della stazione, che aveva bisogno di pisciare, perché il bagno del treno era fuoriuso e in quello delle donne non ci aveva voluto andare, metti che poi arriva una signora e si infastidisce, e pure a ragione, di trovare un uomo che occupa la tazza delle donne, e sai che figura da provinciale, Alfio aveva finito con il dimenticare di trattenere il bisogno e la vescica nel camminare convulso, mentre l’occhio andava alla ricerca dell’insegna
giusta e invece c’erano solo negozi attorno, in quella stazione, e troppa gente, la vescica, dicevo, aveva mollato la presa e uno schizzo caldo gli era finito sulle mutande e lui camminava sentendo il caldo dell’urina che si faceva strada tra i tessuti, il cotone della mutanda e quello dei jeans. Poi per fortuna l’insegna del gabinetto era comparsa lì in fondo, dopo la salita delle scale mobili, e Alfio
aveva accelerato il passo.
Si era trovato davanti un signore, in tuta verdina.

“Costa un euro, le serve che le cambio monete?”.
“Cos’è che costa?”, gli aveva risposto Alfio passando oltre e trovandosi davanti una serie di sportellini di vetro, che bloccavano l’accesso ai bagni e accanto delle lastre d’acciao con la scritta: “Insert coin”.
“L’uso del bagno, signore”, aveva replicato l’uomo.
“Si paga per pisciare a Milano?”. Alfio si era girato a guardarlo stupito.
“Sì, si paga. Ha un euro? O cambio?”, gli aveva risposto l’addetto dei bagni, sbattendo la mano sulla tasca e producendo un rumore metallico. Aveva la tasca piena di monete.
Si erano fissati un attimo e Alfio è sicuro di averlo visto abbassare lo sguardo fino alla patta dei pantaloni e temendo che quello notasse la macchia di urina, aveva abbassato il foglietto per coprirsi le parti basse.
“No, ce l’ho grazie”.
E aveva tirato fuori dalla tasca la moneta.
Inserito l’euro nella fessura dell’ “Insert coin”, le porte di vetro avevano ondeggiato come tende e si erano aperte di lato. Alfio si era infilato poi nella prima porta aperta dei gabinetti degli uomini.
Puzza di merda.
Dentro al cesso Alfio si era seduto sul water guardando il cavallo dei jeans. La macchia di urina si notava, eccome, sotto la cerniera dei jeans scoloriti, quasi bianchi. Meglio cambiarli, visto che aveva la valigia dentro il gabinetto e dopo aver finito di pisciare, liberandosi di quella cosa calda che oramai lo opprimeva, aveva aperto il trolley e tirato fuori un altro paio di pantaloni, neri, per sicurezza, e pure un paio di mutande pulite, sempre nere. E si era cambiato in quel metro quadrato scarso attorno al water, dopo essersi pulito con la carta igienica.
Sua madre gli aveva preparato la valigia come piaceva a lui, tutto piegato e stirato, pantaloni in un sacchetto, le maglie e la camicia in un altro, il pullover sotto, che tanto se si sgualcisce non importa. Poi Alfio era uscito dal gabinetto, era andato a lavarsi due volte di seguito le mani al lavandino fuori dai bagni e poi aveva atteso che la porta di vetro si riaprisse per uscire.
“Deve premere il bottone con la freccia alla sua destra”, gli aveva urlato contro l’addetto dei bagni.
E quello aveva abbassato lo sguardo ai pantaloni di Alfio, che pensò che queullo sicuramente aveva notato che lui si era cambiato e lo stava prendendo o per un pisciatore incapace di trattenere o peggio per uno che guarda la gente nella stazioni e viene nelle mutande. Meglio andare via, subito. E allora gli era passato accanto salutandolo con la mano e chiedendo: “Per la metropolitana?”.

“Vada di là”, gli aveva risposto l’uomo distratto da altri viaggiatori, alle prese con gli sportelli di vetro da aprire.
Alfio aveva poi ripreso il cammino finché non aveva visto l’insegna della M2 e si era deciso a seguire il flusso di gente ritrovandosi poi all’improvviso a pochi passi dai binari proprio mentre arrivava il convoglio, e sempre trasportato dalla gente, tramortito dallo spostamento d’aria calda, si era ritrovato dentro la cabina. Aveva afferrato con una mano un sostegno di plastica mentre con l’altra aveva stretto il manico dell’asta del trolley e si era messo a contare, mentalmente, le fermate.
Due. Prima, Gioia, poi Garibaldi e arrivo. Pino lo aspettava là.
Pochi minuti e una voce metallica aveva annunciato l’arrivo alla fermata Gioia.

E Alfio aveva guardato fuori e l’aveva vista.
Bellissima, lei gli sorrideva dal binario davanti a lui. Lo fissava. I capelli castani e lunghi le scendevano a boccoli leggeri sul viso, due occhi verdi lo guardavano rapito. Lei gli sorrideva, a lui è cascato il trolley per terra. E l’ha seguita con lo sguardo finché non l’ha persa di vista quando il vagone ha ripreso la sua corsa verso Garibaldi. Di sicuro era vestita poco, per andare in giro in metropolitana, da sola, aveva pensato Alfio.
Lui da quel momento non ha capito più niente.
E’ convinto di averla vista altre due volte, quel sabato sera a Milano, mentre passeggiava con Pino, dopo la pizza. Non ricorda bene, perché lui si è bloccato a guardarla mentre lei lo ha osservato, ha raccontato agli amici a casa, stavolta con una mano tra i capelli e una posa a metà tra il “prendimi qui in mezzo a tutti” e il “mi sono appena svegliata”.

Una meravigliosa creatura, una dea ha sicuramente il suo volto, dice Alfio quando parla di lei. E da quando è tornato da Milano ne parla spesso e la vede, dice, tutti i giorni alla fermata dell’autobus, quella prima del capolinea a cui scende per andare e tornare dal lavoro.
Di quel sabato sera a Milano Alfio non ricorda altro da tre settimane se non lo sguardo di lei che lo fissa. E’ sicuro di amarla. E quando sente parlare di Milano pensa che quella città l’ha fatto innamorare e allora la fermata in cui la vede tutti i giorni, al mattino alle 7.30 mentre va in fabbrica e alla sera alle 20 quando torna dopo la palestra, lui la chiama la fermata “Gioia”, anche se sa benissimo che non c’è alcuna metropolitana, che non vive a Milano ma alla periferia di Venezia in un paesetto che è un dormitorio e dove una donna così bella si annoierebbe.
Ieri sera Alfio però si è deciso, è passato con il bus che lo porta a casa, è passato davanti alla fermata Gioia, l’ha vista quella dea, bellissima, stesa su un materasso a carponi e si è detto che una femmina così bella non se la poteva mica far scappare.
Che da come lei lo guarda tutti i giorni, era doveroso scendere e parlarci. E allora si è alzato dal seggiolino del bus e ha urlato contro all’autista del bus, chiedendogli di fermarsi e farlo scendere. E l’autista che lo conosce bene Alfio, che lo vede ad ogni turno di guida, si è fermato, pensando che quello stesse male ed ha aperto le porte.
Alfio è corso giù e si è messo a correre verso la fermata del bus, illuminata, e mentre correva pensava che doveva dirlo a quella donna che era innamorato e che se lei voleva si poteva provare, che era giusto, che l’amore arriva anche a 50 anni e bisogna provarci, anche se ci si spella le mani nel tentativo e si soffre, ma poi c’è la gioia dello stare assieme…
La corsa è finita davanti a quegli occhi che lo fissano, la pelle rosa, la curva del seno che prepotente esce dal reggiseno.
Alfio non ha saputo più che dire e ha pensato che doveva solo appoggiare le labbra e sfiorare quelle di lei. Lo hanno trovato lì, attaccato alla gigantografia della modella di una nota marca di intimo femminile, i vigili urbani e lui non voleva staccarsi dal manifesto, tra urli e pianti.
Così riferisce il verbale.

Blonk

Ottanta Lettere

Questa è la copertina del mio primo libro, edito dalla nuova casa editrice Blonk.
Si chiama “Ottanta lettere” e lo puoi comperare online seguendo questo link o quest’altro.

Venerdì 16 settembre alle 21 viene presentato al festival dei Saperi di Pavia.
E qui comincia una nuova avventura.

Nessun debito

Io debiti nella mia vita, finora, manco uno. Sarà capitato massimo tre volte di aver lasciato il pane da pagare all’alimentari sotto casa ma io entro sera torno e saldo e comunque se ho lasciato il conto da pagare era perché loro, quelli dell’alimentari, non avevano da darmi il resto. Me le ricordo quelle giornate passate con il fastidio, lieve, addosso, di non aver fatto il giusto.
No, io i debiti non li faccio. Mai.
Non chiedo soldi in prestito e non faccio credito a nessuno. Mi viene da sorridere mentre lo scrivo. Non faccio credito a nessuno, io. Come potrei? Lavoro da vent’anni in un’agenzia di recupero crediti. Sono un esattore, quello che arriva nelle case quando gli avvertimenti telefonici e le raccomandate di intimazione a pagare non hanno sortito effetto. Arrivo io e pignoro, cioè confisco beni che secondo me arrivano ad avere il valore del debito, spese accessorie e more comprese.
Mi presento bene con il doppiopetto grigio antracite e la cravatta blu, la camicia bianca e le scarpe nere, non cedo ad alcun discorso in dialetto, scandisco bene le parole anche per presentarmi quando suono ai campanelli per farmi aprire. A volte dico chi sono e non mi aprono, segno il nome sulla lista con una x e così mi ricordo che ci devo tornare o telefonare per far capire che faccio sul serio.
Se mi aprono la porta e mi fanno entrare, io non accetto caffè e bicchieri d’acqua, dolci e discorsi lacrimevoli. Apro la cartellina con la pratica, quantifico il dovuto e procedo al pignoramento. Se tentano di provocarmi insultandomi, e capita sempre più spesso, mantengo la calma e faccio quel che devo fare. Se mi mettono le mani addosso per aggredirmi, chiamo i carabinieri. E scatta la denuncia.
Non risparmio nessuno, se mi insultano faccio finta di non sentire, se mi aggrediscono li denuncio. Ho già collezionato una risma di querele di parte che il mio capo ogni volta che mi vede, per scherzare, mi chiama “Terminator”. Io sorrido, penso che magari prima o poi faccio carriera meglio di lui, e che di simile a Schwarzenegger non ho neanche una falange del piede. Tra l’altro io ho i piedi piatti. Non me lo vedrei un colosso così camminare come me.

Quando finisce la giornata di lavoro e torno a casa cerco di dimenticarmi in fretta le tante facce incontrate durante il giorno.
Da un anno a questa parte sono sempre di più: ho una ventina di pratiche al giorno e comunque più di dieci appuntamenti non riesco a farli. Perché si perde tempo. Ad aspettare che aprano, se aprono, e poi che la smettano di piangere, bestemmiare, implorare, insultare, prima di capire che resteranno senza macchina, tv o frigorifero quando io avrò finito.
Fanno debiti per tutto, del resto. Macchine non pagate, rate dei computer e dei cellulari non saldate, frigoriferi, cucine. Soprattutto rate delle carte di credito. C’è gente che ne ha dieci, le revolving, e spende e perde il conto dei soldi spesi e poi vorrebbe tanto giocare alla roulette russa con una pistola alla tempia. Sarebbe meno fastidioso che incontrare me.
C’è quello che è in cassa integrazione e non ce la fa a pagare le rate della casa arredata con la moglie. C’è quello che chiede prestiti e poi si gioca 500 euro in un pomeriggio coi “gratta e vinci” perché metti che la fortuna ci veda bene. Rigorosamente quella, la fortuna, sta guardando da un’altra parte.
C’è anche quello, però, che gira con due porsche e ha un appartamento da urlo, che quando ci sono entrato mi è venuto da togliermi le scarpe per non rovinargli il parquet, e lui non aveva pagato le rate della macchina del figlio. Perché tanto, mi ha detto, chi va a controllare?
I cassintegrati si mettono a piangere, quelli ricchi e spesso lo sono non per capacità ma perché non pagano niente, manco i 300 euro del restauro del mobile del nonno, mi ridono in faccia e mi sventolano davanti il biglietto da visita del loro avvocato. Mi chiamano tutti allo stesso modo, comunque: sciacallo, rovinafamiglie, testa di cazzo; esattore di merda. Dovrei fare differenze?
No.
Sono facce che dimentico in fretta dentro la pratica a loro assegnata. Spesso mi toccherà riprenderlo in mano il fascicolo per farli pagare. E allora magari torno a ricordarmi qualcosa.

Mi è capitato di pignorare anche qualche ex fidanzata di un tempo, non ho concesso attenuanti del cuore.
Gli amici del bar mi dicono che sono cinico, che loro non ce la farebbero mai a fare il mio lavoro. Lo vedo che a modo loro mi stimano, incuto anche un pochino di timore.
Io quando mi chiamano così, cinico, ho un lieve fremito alla patta dei pantaloni.
I miei amici del bar li capisco, sono offuscati dai sentimenti che invece io tengo a bada, lontanissimi da me da anni, e vivo bene uguale. Non mi sono sposato, avrei potuto, mi sarebbe piaciuto. Non è andata.
Perché? – So che me lo vuoi chiedere.

Che ti frega, per me sei un anonimo qualunque. Avessimo bevuto almeno due spritz assieme coi ragazzi del bar, allora, forse, dopo aver allentato il nodo della cravatta, e ripeto forse, ti direi qualcosa. Di solito non lascio sospesi manco se sono ubriaco e quello non mi capita affatto di rado.
Sappi, comunque, e ti basti per ora, che le donne sono i più grandi esattori che ci siano in circolazione ma non è un caso se loro questo lavoro preferiscono non farlo. Perché per loro, le donne, i soldi contano molto meno delle sensazioni.
Prova a mettere una bella donna un anno in una casa lussuosa, piena di gioielli e vestiti alla moda. Dopo un anno, quando le sarà passata la voglia di giocare alle bambole, e si sarà ricordata chi è lei davvero, ti manderà a quel paese se non l’avrai vestita e curata a suon di sensazioni.
Quelli che dicono che le donne guardano al primo appuntamento la macchina che hai e se hai il portafoglio pieno di soldi sono degli emeriti imbecilli. E’ tutta una finta, solo i cretini ci cascano.
Le donne sono specialiste dei sentimenti, ci sguazzano; senza quelli sono pesci che boccheggiano e allargano le branchie per non morire. L’occhio gli diventa subito giallo.
Se sei guardingo o hai una paura fottuta, loro ti annusano come i cani e lo sentono l’odore che hai dentro. Se ti tieni lontano loro ti ronzeranno attorno come mosche sulla merda. E la puzza la sentono, ma ci mettono sopra un sacco di nomi diversi.
Non è che amano i bastardi, sono solo abituate ad averci a che fare. E comunque, loro, le donne, riscuotono sempre. Ma non in denaro, in dignità e autostima. Se ti portano via casa e stipendio in alimenti, e adesso bestemmi in aramaico contro la loro avidità, quando ti metterai al tavolino a fare bene i conti della tua insulsa vita capirai che l’ammontare non sarà mai superiore al valore della tua dignità persa.
E allora come con i clienti del recupero crediti, clienti obbligati, che loro proprio non vorrebbero esserlo, io con le donne sono assolutamente un cinico. E me ne vanto. E non ci voglio avere niente a che fare. A meno che non sia io il cliente.
Se ho un prurito, anche adesso c’ho il fremito, solo a scriverla la parola cinico, prendo la macchina e vado a farmi un giro. Una da pagare per 20 minuti la trovo sempre. Una faccia come tante, di quelle che non ricordo. Cinquanta euro e non ho neanche il problema di dovermi ricordare il nome di lei. Poi le cose si chiamano con i nomi che devono avere: culo, pompini, stai zitta.
Con le puttane è tutto semplice. Il cliente sono io, loro non mi vedono come un portatore sano o insano di sentimenti. Io sono semplicemente un lavoro. Pago, ottengo, mi rimetto i pantaloni e ingrano la prima. Loro se non riscuotono o se le picchi, chiamano i carabinieri. Altrimenti è tutto semplice, senza debiti.