Archivio Mensile: marzo 2011

L’eliminatore

“E’ la terza volta che provo il suo rimedio, signor Guadalupi. E non funziona”.

Ersilia Santini teneva tra le mani la boccetta vuota. Si rivolse a Guadalupi, dopo un breve silenzio, obbligato, visto che l’uomo era al telefono con un cliente.

“Non funziona? Questo lo dice lei, signora Santini. Vuole che le mostro di nuovo tutte le lettere dei clienti soddisfatti che mi hanno scritto per ringraziarmi? Chiamo la segretaria e, se vuole, le può rileggere tutte”.

Ersilia Santini tacque. Si limitò a spingere la boccetta sul tavolo verso la faccia del signor Guadalupi.

“Ci sarà qualche errore, nella preparazione. Le ripeto che non funziona. Non è cambiato nulla neanche questa settimana, io continuo a stare male e non passa. Eppure prendo un cucchiaio al giorno, come mi ha detto lei”.
Guadalupi la fissò negli occhi, senza neanche guardare la boccetta che la donna gli aveva parato davanti.

“Signora Ersilia, a volte ci sono casi più difficili di altri. Mi ricordo quello del professor Calvari che era così innamorato della preside del liceo dove lavorava che non dormiva più di notte. Abbiamo dovuto lavorare sul dosaggio. Però lei mi deve aiutare”.

Ersilia Santini annuì.
“Come, signor Guadalupi?”.

“Ersilia lei ci deve credere che è possibile”.

“Ma io ci provo! E credo a lei”

“Evidentemente non a sufficienza”, replicò l’uomo alzandosi dalla seggiola e camminando su e gìù per la sala da pranzo, trasformata in studio.

Gianni Guadalupi, pensionato delle Poste, settant’anni ben portati, invece di portare al parco i nipotini, come tutti i nonni della sua età, si era inventato un lavoro a domicilio. Quello dell’eliminatore.
Ammazzava l’amore su mandato dei suoi clienti, stanchi di provare sentimenti non ricambiati, rimbalzati o avvizziti dal dolore e dalle peripezie a cui erano costretti.
Se lo era fatto stampare anche sul biglietto da visita quel titolo. Aveva la sua storia come credenziale e tutti in paese gli avevano subito creduto, perché tutti sapevano chi era.
Di giorno lavorava all’ufficio postale. Di sera per venti anni di seguito si era seduto al bancone della trattoria della Florinda e le aveva parlato d’amore. E lei mai una volta aveva fatto un cenno di comprensione e assenso, con il capo artificialmente imbiondito e poi, con il passar degli anni, naturalmente ingrigito. La Florinda non sentì mai nessuna delle sue parole semplicemente perché lo vedeva come un cliente qualsiasi, con il bicchiere di vino sempre in mano.
Così tanti anni ci vollero al Guadalupi per capire che non avrebbe mai parlato davvero alla Florinda e una sera, convinto di essere diventato trasparente al mondo, tornando a casa col passo desolato, si fermò davanti ad un campo di zingari e una donna anziana, con le rughe che le avevano scavato il viso, fino a nasconderle pure gli occhi, gli venne incontro e gli chiese se aveva bisogno di una mano, che si vedeva che era affranto.
Lui, ubriaco di vino e tristezza, le urlò contro che gli serviva subito un medico, meglio, un assassino per uccidere l’amore inutile che portava dentro il petto. La vecchia donna lo trascinò fino alla sua tenda, lo fece entrare e sdraiare sul letto e poi gli diede da bere da una boccetta scura e lo invitò a rilassarsi e nel farlo gli cantò una canzone dalle parole incomprensibili.
Guadalupi si svegliò la mattina dopo, completamente sudato. Non ricordava nulla dei sogni di quella notte, ma aveva i polsi segnati, come se fosse stato legato con delle corde. Uscì dalla tenda e non trovò nessuno, il campo zingaro era partito in fretta e furia e i fuochi erano stati spenti con l’acqua. In tasca del giaccone ritrovò la boccetta scura, piena di liquido nerastro. Tornò a casa e dormì il resto della giornata, senza pensieri. Poi la mattina dopo andò in ufficio e gli amici lo videro strano e sereno, senza più lo sguardo perso davanti al vetro attraverso il quale parlava ai clienti. E la sera nessuno lo vide entrare alla trattoria della Florinda. Lui era andato diritto a casa, a guardare la televisione. E a rigirare tra le mani la boccetta scura. E quando gli amici lo andarono a cercare dopo giorni, stupiti di non vederlo più cantar le lodi della Florinda, oramai sciupata, lui mostrò loro la boccetta e spiegò che lì dentro stava il rimedio che gli aveva trasformato il cuore in una pietra. Liberandolo.
Con un amico chimico analizzò il contenuto: stramonio in parti uguali con aceto e limone. E allora pensò di trasformare la fortuna in un lavoro e cominciò a produrne di boccette scure e a prescriverle ai malati d’amore del paese, contando sul fatto che tutti sapevano che lui era guarito. E ora viveva benissimo, senza più lacrime.

Ora davanti aveva il suo caso più difficile, quello di Ersilia Santini, vedova inconsolabile che ogni notte tra le lenzuola di flanella del suo letto matrimoniale, faceva l’amore con Nando. Solo che lui, il marito, stava da 15 anni sotto un cumulo di terra, al cimitero di San Pancrazio, e lei, ancora bella e con gli occhi azzurri color cielo, provava tutti gli oggetti che aveva in casa e ne comperava di nascosto di nuovi, atti a riprodurre la sensazione che solo lui aveva saputo darle, e urlava nei suoi amplessi solitari il nome di lui e nel quartiere la gente non dormiva più a sentir le urla e poi i pianti di quella vedova, inconsolabile nel corpo e nel cervello.
E i cani nelle case dovevano star di notte tutti con la museruola, per evitare che si mettessero a rispondere coi loro ululati.
Ersilia aveva sentito il nome di Guadalupi dal maresciallo Salvi che era andato a casa a recapitarle il terzo esposto in due mesi per schiamazzi e rumori molesti. I vicini si erano stancati e avevano deciso di zittirla con le querele e il maresciallo, impietosito dalle scuse vergognose della donna, l’aveva invitata a cercar aiuto dall’eliminatore.
Solo lui poteva chetare le sue urla e le notti dei vicini.

Guadalupi la storia la conosceva e Ersilia gli faceva pena. Lui sapeva benissimo quanto poteva esser inconsolabile un amore che non era morto da solo e voleva, nonostante tutto, alimentarsi.
Gli stava simpatica quella donna, vogliosa di amore in ogni poro della pelle eppure così compita, così rannicchiata nelle sue spalle da sembrare una delle tante cinquantenni spente del paese.
Sì offrì con piacere di aiutarla e per tre volte preparò il medicamento, ma con lei non funzionava. Guadalupi non capiva il perché. Aveva funzionato con tutti, chi subito e chi con due trattamenti.
Al terzo tentativo fallito, nessuno era arrivato.

“Ha smesso almeno di piangere?”, chiese alla donna.

“Sì, il pianto non arriva più. Pare che ho finito le lacrime”.

“E questo è un buon segno”, disse Guadalupi.

“Ma allora perché penso sempre a Nando e lo cerco e lo voglio?”, disse la Ersilia.

“C’è qualcosa della vostra storia che io non so, signora? Sicura di avermi detto tutto del vostro matrimonio?”

“Sì, signor Guadalupi. Le ho detto tutto”.

“Non capisco. Guardi…le faccio avere una quarta preparazione e stavolta andiamo a due cucchiai al giorno. In caso di effetti collaterali, in primis giramenti di testa e sogni troppo nitidi, sospenda subito. E mi raccomando controlli il battito cardiaco ogni giorno, perché deve scendere. Metta una mano qui sul mio petto. Sente? E’ pietra! Così deve diventare”.

La signora Ersilia toccò con un dito il petto dell’eliminatore e sentì che la pelle era spessa come il marmo. Il cuore di Guadalupi era intrappolato dentro la gabbia durissima, non si sentiva nemmeno un battito.

“E’ vero”, disse lei abbassando gli occhi. “Ma a pensarci bene, c’è una cosa che non le ho detto. Pensavo fosse inutile, ma a questo punto non lo so più”.

“E allora mi dica, signora!”. Guadalupi era indispettito.

“La trasfusione di sangue, signore. Due anni dopo il matrimonio, in un incidente in auto, io fui ricoverata in ospedale. Ero molto grave, avevo perso molto sangue e Nando mi diede il suo sangue con delle trasfusioni. Andò sei volte in ospedale a donare il sangue per me, che i nostri gruppi erano compatibili. E me lo diceva sempre quando andavamo a passeggiare assieme: Nel tuo sangue, c’è il mio”.

Guadalupi sbiancò. Non gli pareva vero ma doveva esser quello il motivo. Era colpa del sangue se non funzionava il medicamento. Il passaggio da un amante all’altra aveva creato una barriera inaccessibile a qualsiasi pozione, perché l’amore di Nando adesso si riproduceva nel corpo di Ersilia, al ritmo quotidiano dei suoi globuli rossi.
La mandò via, con la quarta boccetta, e la raccomandazione di non superare mai i due cucchiai al giorno e di farsi legare al letto, per resistere ai sogni della notte. Guadalupi sapeva che avrebbe fallito ancora. Non poteva tollerarlo. Per preservare la sua onorata attività, e la credibilità di eliminatore, doveva fare solo una cosa.

Quattro giorni dopo il maresciallo Salvi ordinò ai suoi uomini di sfondare la porta di casa della signora Ersilia, che dalla sera dopo la visita da Guadalupi non aveva più aperto la porta di casa ai parenti e non urlava più. Salvi, preoccupato, aveva suonato più volte e poi, spazientito, aveva deciso che bisognava entrare in quella casa. Trovò la signora Ersilia stesa sul letto, le mani legate al parapetto di ottone. Sul comodino la boccetta scura, intatta. La pelle di lei era bianchissima. Il lenzuolo e la camicia da notte erano inzuppati di sangue essiccato. Secondo il medico legale, arrivato dal capoluogo, la donna era morta dissanguata.
Salvi, con la faccia stanca di chi con la morte proprio non riesce a giocarci a tressette, dopo sei ore passate tra puzza di sangue secco e cloroformio, andò a suonare alla porta dello studio di Guadalupi. Il maresciallo sperava di trovare aiuto per capire chi aveva fatto un simile scempio.
La segretaria gli disse che il signore non voleva ricevere visite ma il maresciallo insistesse al punto che andò da solo ad aprire la porta dello studio, senza attendere che lo annunciasse.
Trovò Guadalupi, con la camicia aperta, intento a tirare martellate contro uno scalpello che teneva puntato al centro dello sterno. Tirava colpi e bestemmiava Dio e tutti i santi perché non vedeva sangue.
O almeno così Salvi scrisse poi nel rapporto di aver sentito.
Guadalupi si fece portar via senza fare alcuna resistenza. E non disse mai più una parola.

La Cesira

“Gentile ragionier Montini,
la ringrazio per averci sottoposto la sua ultima invenzione ma devo comunicarle che la nostra azienda non la ritiene in linea col proprio core business. La ringrazio per l’attenzione che ci ha riservato.
Cordiali saluti”.

Ancora un diniego. Attilio Montini rilesse la mail di risposta dell’azienda milanese e poi premette senza indugio sul tasco cancella. Novanta mail a diverse aziende italiane per chiedere un appuntamento per presentare Cesira; niente, manco un vediamo; gli avevano risposto tutte no, non interessa.

La Cesira lo fissava dal fondo dello studio, lui lo sapeva che lei lo stava guardando da sotto il telo di cotone verde che la ricopriva. “E’ andata male anche stavolta”, le disse guardandola, ordinata e coperta, dietro al divano.
“Non interessi proprio a nessuno”.

Eppure il ragionier Montini aveva allegato assieme alla scheda tecnica della sua invenzione pure le testimonianze di quanti l’avevano provata. Novanta invii, novanta no. Eppure cinquanta persone si erano messe a disposizione in tre anni di prove e di aggiustamenti, di ritocchi e verniciature. E tutti, superata la prova, avevano detto: “Sì, è successo qualcosa, mi sento ricaricato”. E se ne erano andati via col sorriso dopo aver firmato la dichiarazione che la Cesira, eccome, se funzionava.
E c’era gente che arrivava da tutto il quartiere, con il passaparola nei bar, e chiedeva solo di vederla da lontano e si diceva voglioso di provare. Per carità c’era anche chi, tolto il telone verde, rispondeva: “Tutto qui?”. Erano quelli che andavano via delusi, subito.
Montini versò nel bicchiere che aveva davanti un altro goccio di whisky, comperato in offerta al supermercato. Pensava a loro, agli scettici, che la pensavano come tutti gli esaminatori o segretari particolari o amministratori delegati che ricevevano le sue mail di proposta di incontro e dopo aver letto la scheda della sua invenzione se ne uscivano con un “Embè, chi la vuole sta cosa?”.
Era l’anno delle televendite che facevano far soldi vendendo i macchinari per potenziare il cinismo, la cattiveria e l’individualismo.
Macchine che collegate al televisore facevano tutto loro. Bastava restare a guardare. Con un’ora di seduta al giorno nessuno aveva più paura di uscir di casa da solo e affrontare gli altri. Garanzia di tre anni, inclusa.
Si diventava bravissimi a fregarsene di tutto e tutti e se c’era la depressione, a far capolino nel weekend, si ovviava con l’ultimo ritrovato della ricerca. La Cocamela: melatonina in parti uguali di cocaina, che da cinque anni era stata dichiarata sostanza lecita. La vendevano direttamente i farmacisti. Solo che il prezzo lo facevano sempre loro.

Il mercato comanda, pensò Montini.
Ma al centro sociale del paese la Cesira era sulla bocca di tutti, Tutti ne parlavano benissimo e c’era chi, come il colonnello in pensione Carlo Rambaudi, quando sentiva quel nome, c’aveva un fremito che le assistenti dovevano star attente che il pacemaker non gli impazzisse di colpo, tanto era agitato. E si agitava pure la signora Canciani, che tutti lodavano per i suoi capelli bianchi sempre in piega. Eppure quando lei pensava alla Cesira, mentre con le amiche giocava a scala quaranta al tavolo 7 del centro sociale, si scompigliava tutta la capigliatura e pareva che era stata a correre nei campi e la pelle bianca, con le rughe dei suoi 70 anni pieni di dignitosa semplicità, diventava rossa come se avesse corso. Tanto.
Si agitava Gino il macellaio, che dopo l’incontro con la Cesira, aveva trovato il coraggio di chiedere alla signora Carli di ballare con lui.
Si agitavano tutti al centro sociale, tutti quei 50 che la Cesira l’avevano toccata e si erano detti: “Cosa ci sarà mai di male?”.
E poi tutti l’avevano scritto che dopo si erano sentiti bene, che avevano la corrente addosso, la voglia di fare, la nostalgia diventava sorriso e c’era solo una cosa, obbligatoria: provare, riprovare e provare ancora. L’avevano scritto tutti che la macchina del ragionier Montini funzionava.
Ma evidentemente a nessuna azienda interessava la commercializzazione su larga scala di una ricarica di cuori stanchi.

Montini scrisse qualcosa al computer, finì tutto di un fiato il bicchiere di whisky; ne aveva bevuto di meglio decisamente nella sua vita ma poco importava adesso.
Si alzò dalla seggiola e si spostò fino al divano. Si sedette con le gambe sulla seduta, la faccia verso la Cesira coperta. Con un solo gesto, tolse il telone verde.
Era del 1952 , nera. Ma sembrava appena uscita dalla fabbrica tanto era lucida, senza tracce di ruggine e con i freni a bacchetta ancora perfetti. Era montata su un carrellino che permetteva di far girare le ruote senza che il copertone toccasse terra. Erano libere, le ruote.
Una bici d’epoca trasformata in cyclette. Sotto la sella c’era un tubo di gomma collegato ad un cappellino da ciclista, di quelli con il frontino, senza scritte, tutto giallo.
Montini prese il berretto tra le mani e lo calcò sulla testa, attento a sistemare bene il tubo di gomma affinché scendesse lungo la schiena, senza che gli fosse di intralcio. Salì sulla bici, con un movimento sicuro. Appoggiò i piedi sui pedali che cominciarono a girare a vuoto, complice il sostegno del carrellino e pedalò al ritmo dei ricordi che si facevano strada dal cappellino al sellino.
Alla settima pedalata si sentì pronto, con un sorriso beffardo strinse forte con le mani le maniglie, alzò le natiche verso l’alto staccandosi dal sellino e sentì le gambe forti come mai. Abbassò la testa fino a toccare il manubrio e si lanciò in picchiata e nella pedalata, furibonda, si sentiva una forza dentro capace di far ballare il valzer a qualsiasi donna del quartiere. Ma lui aveva una sola strada, quella tra le gambe della Gina, la barista del centro sociale. La Cesira dava il ritmo giusto, il tubo faceva il suo lavoro.

Montini voleva solo lei, Gina. Se lo era detto tante volte e tante volte aveva lasciato perdere, che a 60 anni la vita è un passo lento su un marciapiede e non una corsa in discesa su una bici del 1952.
Ma aveva ragione suo padre, che alla Cesira ci aveva creduto prima di lui, prima che il mondo dimenticasse che l’amore è energia, che sopravvivere non è vivere, che il coraggio non si vende su un canale tv, che gli occhi bassi finisci con l’indossarli sempre.
Cinquanta volontari ci erano saliti e lui, Montini, aveva fatto il guardingo che la scienza prevede che mai ti lasci andare e tutto controlli e tutto valuti e invece quella volta, stanco di novanta no, e ubriaco di whisky sottomarca, pensò alle parole di suo padre, si mise a pedalare come un ossesso e ogni pedalata il cuore si gonfiava e il cervello chiedeva solo che alla fine della discesa la Gina le aprisse quelle gambe, così lui con la Cesira ci sarebbero finiti dentro finché c’era fiato.
E così fece, gonfiando cervello e calzoni, finché non si addormentò con la faccia sul manubrio e il sedere sul sellino, il cappellino sudato in testa e il tubo sbrindellato nella foga.

La mattina dopo a mezzogiorno si svegliò con il respiro affannoso. Passò davanti al computer rimasto acceso, toccò lo schermo che si illuminò, rilesse quel che aveva scritto la sera prima. Prese a spingere il carrellino coperto dal telone verde fino al garage attiguo alla cucina. Attaccò il carrello alla sua Punto. Guidò in silenzio.
Il caffè lo prese al centro sociale, davanti al sorriso della Gina. Ballarono finché non fece buio. Continuarono per altri 30 anni.

Ottanta lettere

Le aveva scritto 80 lettere d’amore, ognuna per ciascun giorno che seguì l’unica notte che lei comparve alla porta di casa sua e chiese di entrare.
Andò diritta verso la camera da letto e si stese sul lenzuolo, vestita, e gli disse che sentiva un dolore, strano, che non sapeva spiegare.
E allora lui si stese accanto a lei ed era così agitato per la sua presenza, lì vicino, che si mise a chiederle, con insistenza, dove era che sentiva male. E lei gli prese la mano e la appoggio alla pancia e gli spiegò che era proprio quello il punto in cui sentiva quel vuoto che voleva portar via tutto. Lui, agitato, pensò di fare l’unica cosa possibile. Tenne la mano bella larga a fermar quel vento che voleva venir fuori dalla pancia di lei. E ci rimase così fino al mattino, anche se la mano gli faceva male, la sentiva pesante e la circolazione rallentava. Anche se sentiva il suo respiro silenzioso e avrebbe preferito con quella mano accarezzarle i capelli biondi, per ore.

All’alba lei riaprì gli occhi e lo ringraziò con un bacio. Poi gli disse che il vuoto era scomparso, e con lui il vortice cattivo. Era fortunata di poter contare su qualcuno come lui, che la ascoltava in silenzio e le metteva la mano per fermare il dolore, quando serviva. Lui le disse che, se lei voleva, lo avrebbe fatto ancora.
Ma lei si alzò dal letto, andò in cucina a preparare il caffè e poi a lavarsi il viso nel bagno di casa mentre lui era ancora a letto a sfiorarsi le labbra calde per quel bacio inatteso e pure così sperato. Quando la moka brontolò sul fuoco, annunciando che il caffè era pronto, lei se ne era già andata senza un saluto, senza una parola.
Lui sentì il rumore della porta d’ingresso che si chiudeva mentre si alzava dal letto per andare a spegnere il fuoco. Era rimasto da solo, con la mano indolenzita e un mal di stomaco che montava, dentro, come se avesse mangiato della spugna espansa. Lasciò il caffè dentro la moka a freddare e cominciò a scrivere su un tovagliolo di carta.
Le scrisse che quel bacio gli aveva aperto un buco nella pancia e che non sapeva adesso come riempirlo, quel vuoto, senza la sua mano appoggiata al suo addome. Le scrisse che quel bacio, inatteso eppure così sperato, gli aveva messo dentro una fame che nessuna pietanza poteva placare. Poi prese il tovagliolo di carta e lo infilò dentro la fotocopiatrice, per copiarlo sul cartoncino giallo che usava per scrivere ai clienti. Infilò il foglio in una busta e uscì sul pianerottolo di casa. L’appartamento di lei era giusto davanti al suo. Si erano incontrati per giorni e giorni solo al mattino, per uscire e andare al lavoro. E si erano detti per giorni solo Buongiorno, come va? Visto che pioggia che c’è?
Erano andati avanti così fino a quella sera, quando lei scelse di bussare alla sua porta e entrare. Da allora tutte le mattine, al risveglio, dopo averla sognata, lui le scriveva una lettera e la infilava sotto lo zerbino davanti alla sua porta. Poi rientrava e si preparava il caffè. Caldo, solo così aveva ragione d’essere.
Lui aveva costantemente quella fame addosso che nessun cibo riusciva a placare e solo scriverle lettere d’amore, in cui le raccontava le ore notturne passate a sognarla, i giochi, i baci e la sua vita prima di sfiorarla, quella notte, sembravano chetarlo un pochino.
Passarono ottanta giorni, ottanta lettere sotto lo zerbino, senza che lei mai una volta tornasse a bussare alla sua porta. O gli dicesse qualcosa, oltre al buongiorno mattutino, quando si incrociavano per le scale.
Era come se non fosse accaduto nulla, come se quella notte non ci fosse stata e come se non ci fossero state quelle lettere.
Arrabbiato, pensò che l’indifferenza era figlia solo di un impeto di fantasia, che l’amore era solo inventato.
Allora, in preda ai dolori per la fame e con lo spasmo dello stomaco che sembrava urlare come la bora, lui prese tutti gli ottanta tovaglioli di carta che aveva raccolto dentro una scatola da scarpe. Infilò il berretto in testa, indossò il giubbotto e uscì. E andò in quel ramo del canale vicino a casa, dove da piccolo suo padre non lo lasciava mai andare perché la gente del paese diceva che lì, sul fondo del canale, c’erano alghe così lunghe e così fitte, che arrivavano a misurare decine di metri e se ci cadevi dentro era impossibile uscirne vivo. Solo le anguille potevano sopravvivere.
E visto che era tutta una fantasia, lì avrebbe fatto morire la sua.
Prese la scatola da scarpe, tolse il coperchio e lanciò dentro l’acqua gli ottanta tovaglioli di carta e li guardò galleggiare per un pochino e poi, gonfi di acqua li vide scendere giù verso il fondo scuro. La rabbia lasciò il posto alla tristezza.
Lui se ne tornò a casa e se ne andò a letto, sentiva dolori ovunque e dormì fino a sera, nascondendo la testa sotto le coperte, perché quella casa gli sembrava così fredda, senza più parole d’amore.
Fuori fischiava la bora, fredda e vendicativa.
Il giorno dopo un pescatore che era andato a controllare la sua barca, per trainarla sulla riva del canale, lanciò l’allarme. In mezzo al canale era spuntato un albero, enorme e brutto. Le alghe si erano intrecciate una all’altra e le vesciche, dopo aver cercato invano uno spiraglio di luce, sotto la coltre di tovaglioli di carta sciolti dall’acqua, appena sotto la superficie, avevano puntato diritte al cielo per farsi strada per più di cinque metri, portandosi dietro le sorelle più piccole e verdi e quelle più vecchie e marroni e le parole dai tovaglioli avevano finito con il passare su ogni alga, come tatuaggi scuri.
Ora l’albero così strano e brutto a vedersi, si stagliava nel mezzo del canale e bloccava il passaggio a tutte le barche e c’era la processione di gente curiosa che voleva vedere. C’era chi passava tutto il pomeriggio a decifrare le parole, nere, che si mescolavano seguendo gli intrecci delle alghe marroni e verdi. E c’era chi diceva che se le leggende erano tali era perché c’è sempre un fondo di verità e anche se lì le anguille non erano mai arrivate, i Sargassi esistevano, pure in città.
Anche lui andò a vedere e riconobbe ogni sua parola, marchiata sulle alghe, e pensò che erano potenti come le anguille.
Rientrato a casa, gettò uno sguardo allo zerbino davanti alla porta di casa della vicina e notò il rigonfiamento. Sollevò il tappeto e ritrovò tutte le sue lettere. Ottanta, mai aperte, in mezzo alla polvere. Le raccolse da terra e le portò in casa e poi piano piano aprì ogni busta.
Erano tutte vuote.