Archivio Mensile: aprile 2011

Mazza e Pindolo

“Mazza e pindolo” lo puoi leggere sul libro di “Schegge di Liberazione”, che esce oggi in versione cartacea, oppure lo puoi scaricare in versione ebook, seguendo questo link.

E’ un racconto di fantasia ma il collettivo Biancotto a Venezia è esistito davvero.
E buona Liberazione a tutti 🙂

La scatola

L’aveva trovata nella piazza del paese, appoggiata ad una panchina, quella scatolina. Era di legno chiaro, con un coperchio dello stesso colore ma striato da colpi di pennello in varie tonalità. Rosso, giallo, blu.
Non più di cinque centimetri di lunghezza per tre di larghezza.
Stava appoggiata sopra il verde della vernice della panchina ed era impossibile non notarla. Enrico si stupì che nessuno, prima di lui, quella mattina, l’avesse vista e fosse stato preso dalla curiosità di prenderla e vedere cosa c’era dentro. Ad Enrico, che su quella panchina si era seduto mentre aspettava l’autobus per andare al lavoro, la curiosità era venuta.
Con la mano aveva sfiorato la piccola scatola, poi l’aveva stretta dentro al pugno della mano con forza perché nel frattempo era arrivato il bus e ci doveva salire. E l’aveva infilata nella tasca del giubbotto.
Lo aspettavano all’assemblea in fabbrica, che erano sei mesi che alla Baldoni, erano in cassa integrazione e tutti i giorni loro, gli operai dell’altoforno anche se quello era spento e aveva smesso di far così caldo che quando ci entravi ti sentivi sciogliere e svenire, al lavoro ci andavano lo stesso, chi per organizzare le manifestazioni e chiedere udienza al sindaco, chi, come Enrico, perché a casa non aveva niente da fare.
Non aveva una moglie e manco figli, Enrico, che lo aspettavano. Non aveva fidanzate da portare in giro la sera e neanche un cane.
C’era stato un tempo, sei mesi fa, in cui sì, il cane c’era e pure la fidanzata, poi quando era arrivato il delegato sindacale in fabbrica a comunicare che per un anno sarebbe scattata la cassa integrazione e che era meglio se nel frattempo si cercavano tutti altro da fare, in nero, sennò era un casino con il fisco, lui disse alla Carolina, la sua morosa, che le cose erano cambiate, che non si poteva pensare più a niente, da fare, assieme, e le chiese di portarsi via di casa lo spazzolino, le creme, i vestiti e pure il cane, Pallina, che non era neanche suo visto che gli era entrato in casa assieme a Carolina. E di chiudere bene la porta.
Enrico cambiò anche la serratura, soldi ben spesi, disse, che se la vita devia così brusca, e ti lascia in mutande, come fai a pensare a far contenta una morosa e accarezzare un cane, se non sai come sarà non dico il futuro ma la tua faccia tra sei ore, alla fine di un turno che ti imponi da solo, per avere qualcosa da fare?
In assemblea, dentro la sala mensa, che non odorava più di pasticcio con le polpette, stava parlando Ettore, il suo compagno del turno C. Diceva che non bisognava mollare e perdere la speranza, che il sindaco aveva chiesto un incontro al curatore fallimentare e che bisognava continuare la protesta. E tornare ad organizzare un corteo, per far vedere che quelli della Baldoni non mollavano.
Era uno studiato, Ettore, era andato al liceo scientifico e non alla scuola professionale e Enrico stava bene con lui, gli pareva che aveva sempre qualcosa da dirgli. Ma andava bene anche se stava in silenzio, Ettore, che aveva quella faccia sicura, di chi sa come andrà a finire.
Quando Ettore finì di parlare e si sedette accanto a lui, Enrico si ricordò della scatola, la estrasse dalla tasca del giaccone e gliela passò sotto la tavola, appoggiandola al suo ginocchio.
“Cosa è, secondo te”, gli chiese.
“Cosa c’è dentro?”, gli rispose Ettore. Enrico alzò le spalle.
Ettore allora sollevò il coperchio della scatolina, tenendola nel palmo della mano. Dentro c’erano due bamboline di pezza. Piccolissime e pure bruttine, a guardarle bene. Il tronco era di carta arrotolata, di colore rosa, con gli occhi e la bocca appena accennati da un puntino nero; le gonne erano pezzetti di stoffa, uno rosso, l’altro bianco, tenuti legati da una serie di giri di filo rosso e nero. Ai lati due pezzetti minuscoli di legno formavano le braccia.
“Bamboline. Ho sentito parlare di una usanza cilena. Quella di mettere delle bamboline sotto il cuscino così loro prendono i sogni belli e li mettono via e poi un giorno il sogno succede”.
Ettore parlava con la sua solita faccia sicura. “Lì da quelle parti i sogni li considerano cose serie. Dicono che le bamboline li curano e poi anche li passano, di persona in persona”.
Aveva finito. Enrico riprese la scatolina e la mise nel giubbotto della giacca.
Poi si rivolse all’amico: “Io è da quando non faccio più l’amore che non sogno, Ettore”.
“Lo so”, gli rispose l’altro alzandosi dalla sedia per andare al bagno.
“Capita pure a me”.

Passarono i giorni, la scatolina con la bambole era finita nel cassetto del comodino della casa di Enrico. Dimenticata. Del resto c’era altro a cui Enrico doveva pensare: il mutuo della casa da pagare, le bollette riempivano la buca delle lettere. I soldi stavano finendo.
Enrico si alzava la mattina con un pessimo umore, guardava la cassetta all’ingresso e tirava diritto con una rabbia dentro, che ad ogni passo, assumeva la forma di un bolo che gli bloccava il respiro e gli toglieva pure l’appetito. Trascorreva da inutile delle giornate inutili in un posto così inutile come solo una fabbrica ferma sa essere, quando non c’è il cicaleccio del cambio turno, l’allegria della pausa pranzo. Sentiva la mancanza persino dell’assordante calore dell’altoforno. Sguardo perso nel vuoto, si chiedeva dove erano finiti quei colpi assordanti. Era pur sempre ritmo, qualcosa che gli ricordava che nel petto il suo cuore batteva ancora. Viveva in un mondo spento. A 45 anni avrebbe potuto saltellare invece di trascinarsi, incazzato, quel magma incastrato dentro, tra trachea e stomaco.
Silenzioso pure lui.

Ettore lo accompagnò a casa a fine giornata, era preoccupato per l’amico sempre più apatico. Sapeva bene cosa era. La paura di non farcela.
La sentiva anche lui, ma Ettore a differenza di Enrico la scacciava via, appena ne avvertiva l’odore in giro per la testa. Si metteva a sistemare casa, telefonava alle amiche promettendo di passare presto, faceva ordine e buttava le cose vecchie. Pensò che con Enrico poteva funzionare. Buttare le cose vecchie, aprire i cassetti e liberare spazio. Un esercizio manuale che occupava il tempo e offuscava quel pensiero martellante.
La paura è come stare in mare aperto senza un tronco a cui appigliarsi, senza uno scoglio su cui poggiare i piedi, senza manco un filo su cui dondolare. Solo galleggiamento, le gambe che sbattono cercando un ritmo che la stanchezza fa arrancare.
Ettore costrinse Enrico all’esercizio, cominciando dai cassetti del comodino vicino al letto. E togliendo fazzoletti e scatole di preservativi vuoti e forcine della Carolina, chissà dove era finita quella, e biscotti del cane oramai sbriciolati, saltò fuori la scatolina delle bamboline.
Fu Ettore a prenderla in mano, non visto da Enrico, tutto preso dal furore dell’ordine e intento a svuotare e buttare, senza guardare. Tolse il coperchio, prese in mano la bambolina rossa e la infilò sotto il cuscino. In quei momenti tutto poteva tornare utile, pensò.

Enrico andò a dormire, stremato da una serata di pulizie dei cassetti. Aveva lasciato nell’ingresso di casa i sacchi neri con le cose da buttare. Cadde dentro un sonno pesante, come un sacco in un pozzo ma senza tonfo e il bolo accoccolato dentro la trachea dormiva pure lui.
Dopo due minuti, o due ore, mica lo sapeva, aprì gli occhi. C’era una luce accesa, nell’ingresso. Si stupì di non aver spento la lampada alogena, lui che era attentissimo a queste cose. Si alzò a fatica dal letto per andare a spegnere la luce e fu di colpo buio in casa. Pensò di aver immaginato e tornò ad appoggiare la testa sul cuscino e sentì allora una mano accarezzargli la testa. Aveva paura ma sentiva quel calore e il bolo si alzò dalla trachea alla bocca e gli venne la voglia di vomitare. Corse in bagno a piedi nudi, accese la luce dello specchio. E li vide.

Lui abbracciava lei, cingendole i fianchi e fissandola negli occhi. Lei teneva le mani sulle spalle di lui e ricambiava lo sguardo, sorridendo. Avevano entrambi i capelli bianchi, le rughe sul viso, ma le mani dalla pelle olivastra sembravano quelle di due ragazzini. Lui indossava una camicia bianca e pantaloni neri, lei un vestito nero e uno scialle, grandissimo, che tratteneva con i gomiti. Rosso e lungo fino ai piedi di lei. C’era silenzio e Enrico che li fissava attraverso lo specchio prima pensava ad una allucinazione, poi voleva chiedere chi fossero, ma non gli usciva voce, che il bolo si era bloccato in bocca. I due lo guardarono, ricambiando il suo sguardo, e cominciarono a ballare. Due passi a sinistra, uno in avanti, due a destra. Era come se fosse un solo movimento, il loro. Nel silenzio del bagno, ad Enrico sembrò di sentirla nella testa la musica che stavano ballando, era un valzer sommesso. E poi gli parve anche di sentirli parlare, ma non c’erano bocche che si muovevano, c’erano solo quei due vecchi ballerini dalle mani giovani. Che gli parlavano con il pensiero. Enrico si accoccolò sulla tazza del water per ascoltarli meglio, quei due amanti che avevano passato una vita a cercarsi nei sogni, che non avevano mai avuto il coraggio di dirselo che si volevano, ed erano finiti a morire a migliaia di chilometri di distanza uno dall’altra da soli, poveri e senza figli. E adesso quei sogni che avevano lasciato tra la stoffa delle bamboline, li avevano fatti ritrovare e ogni notte ballavano assieme, finalmente. E se Ettore li vedeva era grazie alla bambolina che lo aveva accarezzato nel sonno. L’anziano gli disse che la paura era proprio quel mare senza appigli. La sua donna gli disse che la paura è quel magma in bocca che fatichi anche a respirare. E loro, assieme, gli dissero che se c’era silenzio l’unico modo per non sentirsi soli era cercarsi un ritmo dentro, sul tempo del cuore. Che quello è un rumore che non è mai uguale ad un altro.
E in coro, mentre ondeggiavano sulle note di valzer, i due gli dicevano che non sarebbe passata la paura, no, ma almeno non sarebbe diventata terrore.
I sogni non si abbandonano mai, li si lascia alle bamboline che li faranno passare da una vita all’altra. Per scacciarlo, il terrore.

Fu un discorso silenzioso, con quel valzer di sottofondo. Enrico si risvegliò a mezzogiorno che ancora lo sentiva risuonare nelle orecchie. Aveva dormito sul tappetino del bagno, la riga dell’orlo del tappeto si era come stampata sulla guancia sinistra.

Andò a preparare il caffè, poi corse in camera da letto e aprì il cassetto. La scatolina di legno era lì. Alzò il cuscino, prese la bambolina dal vestito rosso e ricambiò la carezza. Poi la infilò nella scatolina, accanto all’altra. Oramai sapeva cosa doveva fare. Il prossimo sogno l’avrebbe regalato a loro. Per battere il terrore.