Archivio Mensile: ottobre 2009

Stati di indipendenza

-Psss, pss…sei sveglia? Dai, svegliati, che mi sento sola…

Ho aperto gli occhi di scatto.  Nel letto non c’è nessuno. E allora da dove viene quella vocina. Mi sono stropicciata gli occhi e poi mi sono rigettata sul letto, ridendo dei miei sogni strani. Che io quando sogno lo faccio bene, con i colori e i dialoghi e tutto quello che serve a rendere ogni sonno un viaggio dormiente. Anche se poi ricordo poco. 

– Oh, ci sei. Senti, parliamo un pochino?

La risata mi si è strozzata in gola. Ancora? Quella vocina è arrivata diritta dentro il padiglione auricolare, l’ho sentita perfettamente. 

Ecco, è la follia. Comincia così, dal sentir le voci e, poi, finisce che diventi come l’Amalia Muniega, sola e barbona a parlar con i treni che passano in stazione e a chiamarli per nome. Ostia, se è la follia, è un bel casino da gestire. Ti modifica la faccia e il corpo e ti ritrovi sola, e brutta. Perché solo Remedios muore sola ma verde e bellissima e piena di polline che attira le farfalle…La pazza, qui, lontano chilometri da Gabo, finisce come l’Amalia, sola, barbuta, con le scarpe da alpino e il cappotto militare, a parlar coi treni.

-No, non sei matta…Sono io che non ti ho parlato mai, finora.

– Io chi?

– Io.

– E dove saresti?

– Qui.

– Qui dove, che in questa camera non c’è nessuno.

– Sotto il piumone.

Allora, ho preso la coperta, l’ho gettata in aria con un misto di paura e curiosità e non c’era niente. Ci sono solo io, con le mie gambe stese sul materasso e nient’altro se non il lenzuolo. In fondo al letto, le mutandine, tolte prima di addormentarmi che mi davano fastidio. 

– Le mutande parlano?

– No, sono io…insomma ma non mi senti?

– Ti sento eccome.

– Sopra le tue gambe…

Allora con uno scatto mi sono seduta sul letto, e ho guardato la pancia. Niente. E con le mani mi sono toccata la pelle perché ho avuto paura che a parlare fosse una qualche bestia infettiva. Come la mosca. Oddio, se è la mosca svengo, quella che con le radiazioni nucleari si è fusa con un uomo, diventando una roba orrenda.

– Certo che ne spari di cazzate, eh

– Qualificati, invece; esci allo scoperto, stronzetto!

– Prego stronzetta, semmai.

– In effetti, mosca è femminile. Ma…

– Basta, guardati tra le gambe. Dai, non è difficile…cosa c’è?

– La pancia.

– Quella è sopra, io dico sotto.

– Il pelo.

– Sì, che nero! Ok, quello c’è, ma dico sotto, tra l’incavo delle gambe.

– La vagina?.

– Ecco!

– Ecco, cosa?

– Sono io!

– Io, chi?

– La vagina.

– Ma chi sei? Ma mi fate gli scherzi?

E ho cominciato a far volare tutto: il piumone, i cuscini, il lenzuolo, via le ciabatte. Sono scesa dal letto e mi sono messa a guardare dentro le lampade sui comodini, dentro i cassetti. Alla caccia di un fantomatico microfono nascosto.

– Che cerchi?

– Ohhhhhh, ma basta con questi scherzi cretini!!! Tirate fuori il microfono, vi ho scoperti.

– Ma se siamo solo io e te, qua.

– Non è pos-si-bi-le!!! E’ solo uno scherzaccio di pessimo gusto.

– Io non scherzo e non sono manco di pessimo gusto, scusa. 

– Dammi una prova. 

– Ma che prova vuoi?

– Dimostra che sei tu, davvero.

– Io e te andiamo d’accordo, da sempre.

– Non basta.

– La prima volta che mi hai sentito davvero è stato per colpa dei capelli della Barbie sposa. Te la ricordi?

– Ehm…

– Specifico?

– Lasciamo perdere. Mi hai convinto. Come mai mi parli? E’ la follia, vero?

– No, per carità. Mi sentivo sola.

– Ah!

– Sì! A te non capita?

– Certo che mi capita. Ma mi pare, che nonostante tutto, io mi impegno per non farti sentire sola. Ecco, non vorrei che proprio tu venissi a farmi la paternale sul fatto che sono single ancora, eh. Che oggi, con tutti ‘sti scossoni mentali, una tiritera su sta cosa, no…

– No, non è quello. Non è per il sesso.

– Ecco, niente recriminazioni.

– E chi recrimina…E’ che mi manca qualcosa.

– Sì, lo so.

– Ma mica è quello che pensi te. Cretina.

– Beh se parlo con te, diciamo che sono sulla buonissima strada per sentirmi tale.

– Uffa, a me manca una amica.

– Come, come?

– Una amica, una con cui confidarmi e dirgli tutto. E ridere di quel che penso.

– Te non pensi, dimentichi che il cervello non sta in mezzo alle gambe.

– Che c’entra , scusa? Io con quello fatico ad andar d’accordo e lo sai. Lui dice sempre quel che è giusto o no, quel che si fa o no. Poi grazie a me, ripeto grazie a me, se la spassa e va in estasi. Ecco, io voglio sentirmi importante e allora ho pensato che voglio una amica.

– Sei lesbica?

– Noooooooo.

– Ma io sono piena di amiche, che mi vogliono bene, e a cui racconto anche i sobbalzi più intimi che fai. Non diciamo cazzate, per favore.

– Sì, ma lo dici tu…e io invece a chi lo dico? Rivendico il diritto di farmi capire.

– Te ti fai capire benissimo.

– Non è lo stesso. Io voglio urlare di gioia e dirlo che quando sto bene, non mi sento più relegata in mezzo alle tue gambe, lì in basso. Voglio dirlo che sono gigantesca e morbida  che potrei arrivare all’altezza del cervello e farlo stare zitto di paura, con i suoi si fa e non si fa, si deve e non si deve. Perché avrebbe paura di me, io sono immensa.

– Beh, insomma.

– Non è una questione anatomica ma di sensazioni.

– Sì, ho capito. Ma scusa, il problema è che non urli?

– Il problema è che non so con chi urlare!

– Ma come? Quando succede, urla, con me. Ma scusa, ti ho mai trascurato? Fatto mancare qualcosa? Non capisco.,,

– Che fai? Gridi all’ammutinamento?

– Ahhahahahah, adesso chi è la cretina?

–  Io voglio potermi confidare con qualcuno, senza che il cervello sappia. 

– Beh, lo fai con me.

– Ma te col cervello ci hai a che fare tutti i giorni…

– Se è una questione di gelosia, parliamone.

– E’ una questione di priorità. Chi ti fa stare bene? Io!

– Eh, lo so questo. 

– E allora? Perché non sei mia amica?

– Ma te sei pazza, io amica tua lo sono eccome. Mi preoccupo che tu stia bene, che non ti capiti niente di male, che tu possa esprimerti al meglio. O no? Vedi che sei qua per recriminare e basta? 

– E’ che poi a comandare è sempre è lui, il cervello. 

– Beh, ovvio…

– No, rivendico la mia importanza nella tua vita. Almeno al pari suo. Vedi che sei amica sua di più? Lui ti dice quel che è giusto o no, e tu lo segui. Invece, a volte, il giusto che penso io tu non lo consideri. 

– Lo dici. Ma decido io.

– Pensi sempre siano gli ormoni, e invece sono io!

– Sei una rompiballe, lo sai?

– Sì, come te. 

– Vero, ma io non so mica se tu hai sempre ragione. 

– Lui invece è infallibile, ho visto.

– Beh, a volte ha fatto cilecca. Capita a tutti. 

– Io non ho mai fatto cilecca.

– Boriosa.

– Stronza.

– Ti metto alla prova un mese.

– Sì, ma dopo? Che fai, mi butti via?

– Scherzi?

– No. 

– Ussignur…Visto che ci parliamo te lo devo dire. Io con te sto benissimo. Se rinascessi, rinascerei donna e rivorrei te.

– Non mi vorresti diversa?

– No.

– Non mi vorresti meno indipendente?

– No.

– Anche io non vorrei un altro corpo. Cioè…magari ti vorrei un attimino più figa, ma sostanzialmente mi vai bene. Mi hai sempre trattato bene. Non mi hai mai trascurato.

– E allora vedi che ti sei lamentata per niente.

– No, avevo bisogno di farmi sentire, di prendere posizione. Tu lo fai sempre, per una volta che lo faccio io…ti incazzi. Ma non mi fai paura! Rivendico il mio diritto di pensare al posto di quello lì, il cervellone.

– Ripeto. Ti do un mese.

– Ok, ti faccio vedere io.

– Adesso che si fa?

– Un bidet?

– Bon.

La donna del vento

Quando vide dalla finestra la spiaggia, lasciò l’impiegato dell’agenzia immobiliare da solo a parlare in cucina della qualità delle piastrelle, attraversò la stanza con passo deciso, aprì la porta della veranda e si tolse le scarpe da ginnastica. Scese con attenzione i tre scalini di legno e appoggiò il piede sulla sabbia.

Soffice, calda. Davanti a lei, il mare. 

Il passo indugiava nel calpestare quel tappeto di sabbia e conchiglie, gli occhi fissi verso l’orizzonte. 

L’impiegato, quando si accorse di parlar da solo, la raggiunse fermandosi sul bordo della veranda.

Scese solo due scalini. 

Aveva le scarpe di pelle nera, pulitissime che ci ti potevi specchiare. Non aveva alcuna voglia di sporcar il vestito per seguire quella strana cliente. Che non faceva domande, ma si guardava attorno con occhi curiosi. 

Era la decima casa che andavano a vedere in due settimane e lui cominciava a pensare che quella donna fosse la classica cliente che non aveva manco un conto in banca. Insomma , quella visita, si disse, era una perdita di tempo. L’aveva portata sulla spiaggia, a vedere quella casa che erano due anni che cercava di piazzare e che nessuno voleva.

Perché era isolata, in un posto di mare ,in cui d’inverno manco i cani arrivano. 

 

La cliente, davanti a lui, fissava il mare e muoveva la testa lentamente, annusando l’aria. 

“C’è vento qui, vero?”, disse all’improvviso e l’impiegato si senti all’improvviso scoperto.

“Sì, qui c’è sempre vento”, rispose. 

“E perché oggi no?”, rispose la donna.

“Beh, non lo so”.

“Resto a dormire qua, se domani arriva la compro”, disse la cliente.

“Signora, mi scusi. Ma non possiamo lasciarle le chiavi. Bisogna chiedere il permesso al proprietario. Se vuole prenda un altro appuntamento per un’altra visita”, disse l’impiegato.

“No, io resto. Chiuda pure tutto. Dormirò nella veranda. Ho il sacco a pelo in macchina. Arrivederci, la chiamo io domattina”.

Il tono non ammetteva repliche, l’impiegato, sbuffando, rientrò nella casa e si mise a chiudere i battenti e le porte. Poi prese le sue carte e se ne andò. Dal finestrino retrovisore vide la donna aprire la sua auto per prendere uno scatolone. 

“Domani quella col cavolo che si fa sentire. Dorme nella veranda e scompare. Ha trovato un tetto per la notte. ‘Sti pezzenti, io li riconosco lontano un chilometro”.

E se ne andò sgommando.


La donna sistemò il sacco a pelo per terra, al centro della veranda. Dallo scatolone tirò fuori delle grosse candele bianche e un sonaglio, fatto di canne di ferro. Lo posizionò sulla ringhiera della veranda, proprio davanti al mare. Poi tirò verso di se una vecchia sedia di vimini, piena di sabbia, la spolverò con una mano e si sedette a guardare il mare. Dal giacchino estrasse il pacchetto di sigarette e se ne accese una, in silenzio. 

Aspettò il tramonto, in silenzio. Fumando e guardandosi attorno.

Passarono un paio d’ore poi il rumore arrivò. Il sonaglio cominciò a muoversi e lo scampanellio si fece più forte. Era il vento che arrivava diritto dalla spiaggia, che si faceva più nervoso ogni momento che passava.La donna sorrise. Buttò la sigaretta, ancora accesa, sulla sabbia.

Corse verso lo scatolone e tirò fuori una veste bianca, lunga. Si spogliò in fretta, gettando i vestiti sopra al sacco a pelo. Restò nuda e si infilò la veste, tolse l’elastico che teneva i capelli racchiusi in una coda, e corse sulla spiaggia. Arrivò fino all’acqua e ci si tuffò dentro, poi, completamente bagnata, con la veste attaccata alla pelle, tornò sul bagnasciuga e cominciò a correre, urlando, cantando, ridendo, abbracciando l’aria con le mani e stringendosi il petto con forza scalciava e sollevava la sabbia.

Poi si sedette, stremata, guardare il mare.

 

“Cosa ci fa lei qui?”, disse all’improvviso.

Alle sue spalle, c’era l’impiegato dell’agenzia immobiliare. E lui tornò a stupirsi che lei lo sentisse arrivare, senza voltarsi. 

Senza il completo elegante e le scarpe di pelle nera, sembrava più giovane. Indossava una tuta, scarpe da ginnastica e un giubbotto leggero.

“Sono tornato a vedere se stava bene. Sa, una donna sola in una spiaggia deserta d’autunno che dorme sotto una veranda. Insomma… Mi sono preoccupato, potrebbe succedere qualsiasi cosa. Se vuole la accompagno in albergo, signora”.

“No, io resto qui. Si sieda vicino a me. Non vede quanto bello è il mare?”.

L’impiegato, sbuffando, si sedette accanto alla donna sulla sabbia. 

E la guardò. La veste bagnata attaccata alla pelle, i capelli sciolti con i riccioli appiccicati al viso, le guance rosse per la corsa. I capezzoli induriti sembravano un richiamo attraverso il cotone bagnato. 

Era bella, era strana.

La donna appoggiò la sua mano sulla sabbia a fianco della gamba dell’impiegato.

Si girò a guardarlo e gli accarezzò il viso. 

“Mi ricordi lui”.

“Di chi sta parlando, signora?”.

“Il vento. Io sono la sua donna. Lo amo da sempre”.

“Non capisco, mi scusi. Ma lei sta bene?”, rispose lui, spostandosi di qualche centimetro, imbarazzato.

“Sì, adesso che sono qui e lui c’è sto bene”, rispose lei. 

“Vuole che la accompagno in un albergo?”, ribatté l’impiegato.

“No, io resto qui. La casa la compro. Domani la chiamo per il pagamento”.

L’impiegato non fece alcun cenno soddisfatto, nonostante la buona notizia.

“Signora, ma la casa non l’ha praticamente vista. Costa molto. Saranno necessarie delle garanzie”.

“Questo lo so bene _ rispose la donna _ ma è qui che voglio stare e pago qualsiasi cifra. Per le garanzie, non ci sono problemi. La contatterà il mio avvocato”.

L’uomo non era convinto.

“Ma perché vuole stare qui che non c’è niente. Lei sarà sola, questo posto si anima tre mesi l’anno e comunque di sera non c’è mai nessuno. Il primo ristorante è a 20 chilometri”.

“Dove c’è lui, io resto. E poi scusi, ma pago. Cosa vuole?”, disse la donna, girandosi di scatto, infastidita da tanta ritrosia. 

“E’ che non capisco. Lei è la donna del vento…Non le pare strano?”, ribatté l’impiegato.

“No, perché lo amo”, disse la donna, a voce bassa. 

“Ma non si può amare il vento, scusi”.

La donna gli si parò davanti, gli occhi bagnati di lacrime, la bocca tirata in una smorfia di rabbia.

“Invece sì, si può amare il vento. Lui è il mio uomo. Lui tradisce di continuo, come gli uomini. Arriva e se ne va, come tutti gli uomini. Ti penetra e ti scompiglia e poi scompare. Come tutti gli uomini. Ma non mi ha mai fatto del male e io gli voglio bene per questo. E non sarà certo lei a decidere chi devo o non devo amare. Non sarà nessuno ad impedirmi di essere felice”.

“E’ vero…ma…”, balbettò l’impiegato, indietreggiando sulla sabbia per sottrarsi all’ira della donna. Non era più bella, con quel viso tirato, gli faceva paura. 

“Ma cosa! Dovete tacere, tutti. Basta, faccia silenzio!!!”, urlò lei, portandosi le mani alla testa. E poi riprese a parlare.

“Ma lei sa cosa significa stare tutti i giorni con un uomo che non ti guarda? Lei sa cosa significa farsi toccare da qualcuno che ti fa schifo e stare zitta e nascondere il dolore per non farlo arrabbiare? Lei sa cosa significa sentirsi in trappola?”. Urlava senza più controllo, guardando con odio anche l’aria che le girava attorno.

“Sono stata 25 anni sposata con un uomo che mi ha voluto solo per i miei soldi, che non mi ha mai voluto bene un giorno. Una volta al mese entrava nella mia camera, ubriaco e voleva fare l’amore. E lo faceva, a suon di schiaffi. Quindi, non mi venga a parlare di giusto, normale, meritevole. Abitavamo in un attico. Io dalla finestra della mia casa guardavo fuori e sognavo un amante gentile, un uomo che mi volesse davvero e non mi guardasse con odio. Entrava il vento dalle finestre di casa e io mi sono innamorata. Chiudevo gli occhi e lui arrivava e mi sfiorava, senza mai farmi male. Era gentile e rude, talvolta, ma mi ha sempre accarezzato. Mai uno schiaffo…E io non posso volere di più da un uomo. Ma lei lo sa quanto fa male uno schiaffo?”.

“No, non lo so”, disse impaurito, l’impiegato. 

“Da quindici giorni ho ottenuto la separazione, dopo che mio marito mi ha mandato all’ospedale a suon di botte perché una notte mi sono chiusa a chiave in camera per impedirgli di entrare. Ha sfondato la porta, mi è arrivato addosso come una furia e mi ha preso a pugni finché non ho perso i sensi. Mi hanno salvato i vicini, che hanno chiamato la polizia. Lo hanno arrestato, ancora con le mani sporche di sangue. Ora, ottenuta la separazione, voglio stare con l’unico uomo che amo”.

“Mi dispiace, io non sapevo _ disse l’impiegato, alzandosi di scatto da terra _ e mi spiace per quello che le è capitato. Ma il vento…signora, non è umano. Lei ha bisogno di cure, mi ascolti”.

“Cure? Quali cure…”.

“Quell’uomo che lei dice di amare, signora, è solo una fantasia…”.

“Una fantasia? Se ti offre una ragione per tornare a vivere e camminare e vestirti la mattina e pettinarti i capelli e farti il caffè _ ribatté lei, ritrovando di colpo la voce serena _ allora anche una fantasia merita un amore. Non trova?”.

“Non saprei _ rispose il ragazzo _ Ma almeno, è bello? La tratta bene?”.

“Sì, io lo seguo e quando lo trovo, lui è sempre felice. Mi accoglie con una carezza e poi giochiamo assieme, finché non cado stremata e soddisfatta. Non mi urla mai contro, non alza mai le mani verso di me. Ed è bellissimo, ha gli occhi verdi e mi da pace. Le ho detto che lei me lo ricorda? Ma adesso, scusi, devo andare. Mi aspetta sulla riva e non voglio farlo attendere troppo”.

“Va bene, vada pure”, disse l’impiegato, con una voce desolata.

“Non si preoccupi, domani la chiamo per la firma del contratto”.

“Va bene, me lo saluti”.

“Chi, scusi”.

“Il vento”.

“Sarà fatto, buonanotte”.

“Buonanotte”.