Archivio Mensile: novembre 2010

Della pioggia metropolitana

Alla fine, bisogna farsela piacere la pioggia. Che sono quattro settimane che piove di continuo, mattina e sera. Non smette, solo cambia di intensità. Prima piove che sembra solo uno spruzzo dall’alto. Poco dopo, guardi dalla finestra e vedi una cascata d’acqua. Fastidiosa, fredda, rumorosa.

Per me l’ombrello non serve, comunque. Mi calco in testa il cappello e me ne vado a camminare. Altrimenti come potrei piangere sotto la pioggia? La pioggia per un uomo è l’unico modo per piangere con dignità, senza passare per un morto di fame a cui la vita toglie qualsiasi gioia.

Gli uomini non piangono, mi diceva sempre mio padre. E quando ero piccolo e mi sgridava, e lo faceva spesso, io speravo che ci fosse, fuori, la pioggia per correre in giardino a piangere. Che la pioggia cadendo sui miei capelli e sulla mia faccia si portava via le mie lacrime e io non facevo la figura di quello che non era uomo, perché piangeva. Crescendo non ho perso l’abitudine. Sarà che di schiaffi lui me ne ha dati tanti, ma io ho imparato che quando piove, ne approfitto, esco solo, con il cappello calcato in testa, e mi metto a camminare. E se ho voglia, piango.

Nessuno se ne accorge perché ho la faccia bagnata completamente dalla pioggia e non si notano le differenze tra gocce. Cammino per le vie del centro, guardo le vetrine, e intanto lascio andar fuori tutto, e se qualcuno mi ferma, mentre passeggio, e mi dice “Ragioniere, ma che occhi rossi ha?…”, tiro fuori la scusa che mi sono raffreddato.

“Sa, sono senza ombrello, mi prenderò un malanno, lo so”, rispondo. Piccole ipocrisie metropolitane, che non fanno male a chi le dice e a chi le sente. Che poi, a pensarci bene, se uno ti chiede se stai male, e magari hai , sotto il cappotto, il fianco trafitto da un colpo di katana, te lo dice così per non passar per insensibile, ma in realtà a lui cosa gliene frega del fianco trafitto. E allora, meglio non scaricare su altri i propri problemi. C’è una piccola scusa e tutti stiamo a posto. Così è per le lacrime, solo la pioggia le rende dignitose. Se lo sapesse mio padre, che quando piove, io approfitto ed esco a buttar fuori i pianti che mi porto dietro per mesi, mi darebbe del coglione. Ma poi apprezzerebbe, ne sono sicuro, che ho scelto un modo elegante, per smettere di essere uomo.

Piove da quattro settimane. Mi sveglio la mattina ed è là che mi aspetta. Rientro a casa la sera tardi, con il passo incerto di chi ha bevuto un pochino troppo, e trovo la pioggia intenta a bussare ai vetri della mia macchina. Mi infastidisce: in questo periodo ho esaurito le lacrime e allora tutta questa acqua mi pare superflua, mi irrita. Odio gli sprechi.

Ho provato a vedere il lato positivo della pioggia. Mi sono detto che lava via tutto, le polveri sottili che si incastrano nell’asfalto nero e pure le cicche buttate a terra che galleggiano fino ai tombini. L’aria pare meno pesante, cambia anche la luce dei lampioni, che diventano meno fastidiosi. Ma è tutto questo grigio che c’è attorno, questo fango che schizza dalle pozzanghere e macchia i cappotti, quest’acqua grigia che infradicia le scarpe, che rende tutto più sporco. Irritante.

La pioggia non mi è amica. Perché io quando piove non ho donne che mi abbraccino. L’unica che ho baciato sotto la pioggia, l’ho sposata e adesso mi attende a casa ogni sera, fastidiosa, fredda, rumorosa. Lei è una primatista dell’arte sottile dell’ipocrisia. Che un marito ed una casa li ha. E le basta poco altro, oltre alla carta di credito con cui fare shopping a metà mese. Ha due passioni, il bridge e la vodka. Quando le prende quella passione lì, quella bianca che pare proprio pioggia, allora fa come mio padre e mi urla contro e mi percuote mentre sono sul divano a guardare l’ultimo tg della notte. Gli schiaffi non mi fanno male. Mi fa male quando mi urla addosso che non sono un uomo. O almeno non sono quello che vorrebbe lei. Come con mio padre ho imparato a stare zitto, a non ribattere. Aspetto che se ne vada, come questa pioggia, che pure lei mi perseguita. Ma sono passate ben più di quattro settimane.

Io la odio la pioggia. Perché c’è Graciela e lei la posso vedere solo quando non piove. E’ una regola che potrà sembrare stupida, lo so, ma l’unica volta che ho baciato e ho pensato che era amore, ho sbagliato tutto. E c’era un temporale pazzesco. E allora se devo amare una donna voglio che non ci sia mai pioggia. Fastidiosa, fredda, rumorosa.

Graciela lo sa, non fa troppe storie. So perfettamente che le manco. Lo vedo da come mi accoglie quando vado a casa sua, che il grigio lascia il posto all’azzurro nel cielo. Io salgo, lei accende la radio e si mette a cantare e mi bacia sull’uscio della porta e mi toglie il cappotto, butta per terra il cappello, e si mette a scherzarmi. “Ragioniere, vuoi che ti faccio contento?”, mi dice. E io ogni volta mi limito ad annuire, la seguo lungo il corridoio fino alla camera da letto, mi siedo sulla seggiola vicino al letto per togliermi i pantaloni e la guardo che si spoglia e poi viene verso di me, per toccarmi. Ed è calda e umida, la Graciela, con quella bocca che pare una caverna. “Che uomo che sei”, lei me lo dice mentre mi sfiora le spalle e mi lecca la schiena e poi cerca con le dita il varco, per farsi strada dentro di me.

 

 

Baltico

Ho fermato la mano. Non le ho consentito di venirti a sfiorare il naso.

Siamo sull’autobus delle sette e mezza. Io e te, che sei seduta al mio fianco. Davanti a noi c’è un pensionato con la sporta delle spese, che ci dà le spalle e pensa a leggere di sottecchi i titoli del giornale del vicino. Due sedie più in là, due studenti si raccontano, nelle orecchie le cuffiette dell’Ipod. Sono accesi quei cosi, mi chiedo. E se sono accesi, come si sentono quei due mentre si parlano? Mica urlano, anzi si sorridono e parlano piano piano. Forse è l’intesa che non li rende sordi.

Io e te, invece, siamo qua su questi seggiolini, che sobbalzano sulle rotaie del tram; stiamo zitti e non parliamo. Manco ci guardiamo. O meglio te non mi guardi. Io, invece, sì, ti sbircio di nascosto. Non c’è intesa, manco sappiamo come ci chiamiamo.

I nostri occhi però si conoscono; ci vediamo da settimane sempre alla stessa ora sullo stesso bus. E allora penso, mentre tengo a bada la mano, che io ad una donna come te lascerei anche il vezzo di darmi il nome che vuoi. Mi chiamo Mario, io, ma se te vuoi mi puoi anche chiamare Vittorio o Giulio o Salvatore. Potresti chiamarmi come l’oceano, Atlantico. O come il mare, Baltico.

Forse senti quello che ti sto dicendo, perché mi lanci uno sguardo con la coda dell’occhio e poi torni a leggere. Non è male Baltico, si intona con il freddo di questa mano che blocca la sorella che ha voglia di venirti a sfiorare la linea del naso  e scendere giù di lato per accarezzarti il viso, piano.

Ma  non sta bene. Non c’è intesa e manco una conoscenza tale da consentire un contatto che non sia casuale, uno sfioro non voluto, salendo o scendendo dal bus o sistemandosi sul seggiolino.

Io voglio un contatto diverso e mi trattengo e fermo questa mano e la tengo stretta sotto il braccio per impedirle di muoversi verso di te. Che non so che nome hai…ma non importa.

Te che hai guance che bacerei volentieri e leggi libri che io ho già letto e le parole le conosco a memoria e potrei sussurrartele dal tramonto fino al mezzogiorno, senza stancarmi. Mi basterebbe in cambio un tuo sguardo, silenzioso. Un alzarsi lieve dell’angolo della bocca. Non serve che mi parli, mi basta che mi riconosci. Spero tu abbia un nome lieve e corto, come Anna o Agata. Mi piace tanto Agata. Avrei chiamato mia figlia così se solo ci fosse stata una figlia, pronta ad uscire con me da letti sfatti e diventati troppo in fretta freddi. 

No te fredda non lo sei, Agata, ma toccarti mi è vietato. Parlarti? Non saprei da dove cominciare. Per dirti cosa poi? Che hai un naso bellissimo e uno sguardo dolce, che pare perso nel cielo? Che hai una mano gentile? Che non ti servono le unghie laccate, per esser elegante? Che quando mi respiri qui a fianco, io, mi sento in pace? E quando te ne vai e io sto qui a respirare, da solo, la mia mano, quella che ora nascondo sotto questo braccio, si agita e non si abitua al fatto che non ci sei più.

Come faccio a dirtelo che la mia mano ti ama?

“Mestre per le strade”

“Mestre per le strade” (Azimut)  viene presentato venerdì 5 novembre alle 18 al centro culturale Candiani di Mestre. 

Poi nelle librerie. 

Le royalties sono destinate all’AIPD  associazione italiana Persone Down con sede a Mestre in via dello Squero 10.