Archivio Mensile: Giugno 2009

Tutti i baci del mondo

Non volevo ritrovarmi qui, in questo letto che è un  sarcofago grigio di cotone ruvido, sporcato dalla linfa maleodorante che il mio corpo secerne. 

Decubito ergo sum, non cogito, non digito, non coito. Piaghe, puzza, dolore. 

Mai avrei pensato che l’esser immobili e insensibili facesse così male. Fuori non sento niente, non muovo niente. Dentro, c’è un mare di male che mi scorre dentro le vene e se ne esce dalle piaghe del mio corpo marcescente e inattivo. 

Sento e vedo, ma non muovo. Non muovo le gambe, non muovo le braccia, solo le palpebre sono ancora libere e le pupille roteano e le labbra si muovono cercando di emetter suoni che sono oggi, li sento io, solo tentativi di dialogo. Non una comunicazione reale, ma una emissione stentata, impacciata, come avessi un larsen in gola. 

E io che ho sempre pensato di morire baciando e urlando, adesso ho davvero paura. 

La mia voce si sta modificando in un urlo bestiale e incomprensibile e temo di morire. Domani. Da solo. 

Non ho avuto mai così tanta paura come oggi, che la mia voce se ne sta andando. E con la voce, ho paura, si fermeranno le labbra e la lingua e non potrò più parlare e baciare. Allora sì che sarò un morto con gli occhi aperti.

Sono mesi che temo questo momento. Ogni mattina, prima che arrivi l’infermiera a lavarmi, girandomi a destra e a sinistra come se fossi un baco da seta, senza gambe e braccia, ma pieno di merda putrescente che mi esce dai buchi nuovi che il mio corpo ha formato, io canto. 

Lo faccio solo per sentire la mia voce e muoverle queste labbra, per spostar la lingua. Esercizi contro l’ultima paralisi di un corpo che oramai non risponde più. Il mio.

Poi, pulito, aspetto che arrivi mia moglie, e quando lei entra dalla porta, io con gli occhi e questa voce cerco di farle capire che voglio solo una cosa: un  bacio, lungo, lento, con le lingue che son velluto che si intreccia. Che diventa canto silenzioso. Senza effetto larsen.

 

La-la-laaaaa-la-la-la.

Baciami, amore mio, anche se senti la mia bocca che sa di medicina e cloroformio. Che solo se mi baci, io, qui, in questo letto-prigione, mi sento ancora vivo. 

Ma tu, amore mio, ti scosti in fretta. Sarà l’odore, sarà che hai paura di farmi soffocare, sarà che temi un rigurgito, ma ti togli subito. 

Appoggi solo le tue labbra alle mie, di fretta. Sono fredde. Poi ti vai a sedere a fianco del mio letto e mi guardi, con quegli occhi tristi di chi sa che non riavrà mai un marito e manco più lo riconosce. Vedi solo un baco in decomposizione. 

 

La-la-laaaaa-la-la-la.

Se potessi, amore mio, ti regalerei tutti i baci del mondo e tutte le melodie e le parole inventate e usate e lasciate in giro. I baci rubati e quelli regalati, le lingue vellutate e quelle golose, le canzoni dimenticate e quelle che son finite in cima alla hit parade per un giorno o un secolo. Non fa differenza, perché le canzoni e le parole sono come i baci. Danno ritmo all’esistenza, eliminano i suoni fastidiosi e li riempiono di senso o dissenso. Non importa se è melodia o una steccata. Non faccio più differenza oggi tra un vaffanculo o un ti amo. Riuscire a pronunciarli, è già tanto per me e in questo stato pure la bestemmia diventa un dono prezioso. Così è per i baci, tutti quelli che ho dato. 

 

Ne ricordo tanti. Alla bambina dai capelli castani, con le trecce, all’asilo davanti alla fontana. Alla compagna delle elementari, Emma – sì, si chiamava così – che mi regalava sempre metà della sua girella. 

Alla Edy, quella spilungona del ginnasio, tutta gambe e pallavolo. 

E poi a Sandra, arruffata e mal vestita, che avevo conosciuto alla manifestazione pro Palestina e che mi aveva prestato la kefia per proteggermi dai lacrimogeni. 

A Linda, la prima che mi fece baciare altre labbra, e che non mi volle lasciar solo la notte prima degli esami. 

E poi tante anonime bocche che manco ricordo più, in giro per l’Europa quando partii con Edoardo e il biglietto del Inter-rail per la prima vera vacanza da uomini. 

E Paola, che mi baciò solo quando promisi che non avrei più mangiato cipolle e aglio e che subito dopo mi chiese quando ci saremmo sposati. Chissà se è ancora lì che aspetta la risposta. 

Poi vennero Marta e Rebecca e un’altra Sandra, non più arruffata, ma elegante e chic che baciava solo a labbra strette con un piccolo pezzetto di lingua a disposizione. Di classe ma troppo avara, di testa e di corpo.

 

 

La-la-laaaaa-la-la-la.

E dopo sei arrivata tu, amore mio, delicata e sfuggente come una melodia di Satie, con quegli occhi liquidi da ex ragazzina sbandata, i buchi sulle braccia e tanta, troppa fame d’amore. Che potevo fare? Ti ho saziato nutrendoti di baci e musica e con quelli ho riempito tutti i nostri silenzi.

Ecco perché voglio, adesso, subito, senza un se o un ma,  manco una titubanza momentanea dettata dallo schifo, tutte le parole e tutti i baci del mondo. Perché in questa immobilità, il silenzio ora fa davvero paura se non ci sono le tue parole e i tuoi baci a saziare me prima che la mia bocca si paralizzi.

Mi resterà, dopo, solo la pupilla che rotea per disegnare in aria le lettere di tutte le bestemmie che conosco e che posso inventarmi, giorno dopo giorno, perché tanto non mi resta mica altro da fare. 

E allora, porca puttana, Sonia, alzati da quella sedia e vieni a baciarmi finché ho fiato in gola e una lingua da muovere. Che dentro a questo baco putrido, c’è ancora un uomo. 

 

Il collezionista

Ore 17.28.

Gino, il pasticciere, sa bene che la consegna va effettuata il 15 di ogni mese. Non serve più dirglielo. Cinquanta stecchi per il gelato, confezionati all’interno di una plastica sotto vuoto, che Mario , l’impiegato della banca, sarebbe passato a ritirare nel pomeriggio. Non c’era alcun timore. Mario è puntualissimo, paga, sorride, si beve un caffè e se ne va. Gino  è convinto che Mario sia un patito dello stick alla menta fatto in casa, e mica obietta, anche se gli stick artigianali li fa pure lui,. Ma son due  anni che Mario ogni 15 del mese, arriva alle 17,30, spacca il minuto in quattro, paga i 50 legnetti, sorride, discorre un attimo del tempo o del risultato della Juve e poi  beve il suo caffè rigorosamente senza zucchero e se ne va. Lasciando una mancia di 5 euro  per le cameriere. Ce ne fossero sempre clienti così, puntuali e che lasciano sempre la mancia, dice tra sé e sé il Gino, e poco importa a quel punto che il Mario si faccia i ghiaccioli in casa invece di comperarli da lui. 

E’ un signore uno che chiede 50 legnetti per il ghiacciolo domestico. Ben altro gusto rispetto alla plastica che tanti usano per lo stick fai da te. E allora Gino collabora.

A lui,  i signori piacciono, gli ricordano suo padre che mai usciva di casa senza giacca e cravatta, anche dopo la pensione da bancario. 

 

Ore 22.00.

“Ancora? Mario ma hai la fissa?” 

Marina ride mentre Mario la fissa diritta in mezzo alle gambe e con un bastoncino di legno le solletica dentro. In fondo.

“Dai, vieni qui, ho voglia di te”.

“Aspetta un attimo, che ho quasi finito”.

“Non voglio sentire il bastoncino, ho voglia di sentire te, dai”.

Mario è attentissimo, deve far tutto in fretta. Lo sa e non può lasciarsi distrarre dalle moine di Marina. Estrae il bastoncino, corre in cucina e lo infila nella formina piena di acqua. Con un pennarello traccia un “Ma” sulla base dello stecco che fuoriesce dallo stampo e lo caccia in freezer.

Poi chiude la porta del frigo, sorridendo, e torna in camera.

“Eccomi”.

“Era ora, stavo per addormentarmi. Ma ogni volta la stessa storia…”.

Mario le impedisce di proseguire nelle recriminazioni salendole sopra e bloccandole le braccia con le gambe.

Poi Marina emette solo mugugni e Mario se la ride.

E pure lei se la ride. Ha avuto quello che voleva.

“Che buon sapore che hai”.

 

Ore 11.00.

 Mario in mutande in cucina prepara il caffè. Marina non c’è più , se ne è andata all’alba, il letto è sfatto. Sul cuscino è rimasta ancora una lieve traccia del suo odore. Acre ma saporito, mescolato a quello di Mario, pungente come un limone, ma oramai quasi impercettibile. Due odori mescolati dalla chimica, era stato così fin dalla prima sera che si eran visti in quel bar. Lei mangiava da sola. Ricordava tutto, il Mario.

Lei  aveva davanti una mezza pinta di Guinness e un panino al pollo. Ma aveva lo sguardo perso, in direzione della porta, come se aspettasse qualcuno.  E il panino stava freddando.

“…Il mio pensiero vola e va, ho quasi paura che si perdaaaaaaa”.

Si ritrovarono a cantare insieme “Impressioni di settembre” sparata a manetta dall’impianto hi-fi del locale.  Lei persa a guardare la porta del bar; lui perso a guardare lei.

“…Cosa sono, adesso non lo sooooo…”.

Gli sguardi che si incrociano, lei al tavolo, lui al bancone, un sorriso che lega all’improvviso due facce estranee, un comune sentire, una complicità evidente solo a loro, che travalica l’imbarazzo e diventa voglia di capire. L’odore della sua bocca che vuole mangiarlo da dentro, dalla lingua fino al colon, e non smette e lo inquieta dentro l’auto di lui parcheggiata a pochi metri dal pub. E  poi quell’altro odore, che eccita Mario, fino a non fargli capire niente.

 

Ore 11.10.

Mario scuote la testa per scacciare il ricordo di quella bocca e di quelle grandi labbra carnose e sugose. Apre il frigo, tira fuori lo stick, lo lascia riposare qualche minuto sul tavolo di legno, stacca la formina di silicone e si mette in bocca quel pezzo di acqua ghiacciata. Picchietta con la lingua lentamente, per invitarlo a sciogliersi, che ora non sa di niente. Ma  Mario sa che deve avere pazienza, prima o poi arriva il sapore, incollato allo stecco di legno. Per mesi aveva provato infinite varianti per dargli subito sapore. 

Ma la menta e la fragola in sciroppo eran eccessive, gusti assassini. Niente alcol, che non ghiaccia. Nulla di aromatico, avrebbe alterato il sapore. 

Bastava alla fine la cosa più semplice: l’acqua del rubinetto, lasciata decantare 24 ore nell’ampolla aperta, per togliere fin l’ultima traccia di cloro. Acqua pura, per accogliere un umore puro, il miglior profumo di donna.  La sua.

Congelamento,  per fermare il tutto; una notte in frigo, e 50 stecchi al mese a disposizione per evitare errori, per garantirsi una scorta di sapore per i mesi difficili, come facevano i montanari con il cibo quando dovevano affrontare l’inverno, con il gelo che impedisce di metter il naso fuori di casa anche solo per andar a prendere il pane. 

Lui quando aveva voglia di lei, e Marina non c’era, deviava sullo stick.

Ecco, quando Marina spariva e lo faceva per mesi, Mario aveva la scorta del suo sapore e quando si sentiva perso, gli bastava aprire il frigo.

 

Non era nato per fare l’amante, ma per lei lo era diventato. Era un signore, mai avrebbe parlato di un aut aut. O me o lui. 

Era una richiesta eccessiva, da narcisisti. E Mario non lo era, pensava leccando lentamente il ghiacciolo d’acqua. Poi cominciò a sentire il sapore acre, in fondo. 

 Perché stai con lui, Marina, che ti tocca solo nei giorni comandati e manco ti tocca bene, e ti chiede di lavarti, prima e dopo. Perché stai con quello stronzo, Marina, che manco sa distinguere il tuo sapore da  quello di una cotoletta agli spinaci? Perché stai con uno che non perde ore ad annusare i tuoi slip, cercando la tua traccia?

 

Ore 11.20.

Mario scuote di nuovo la testa, per scacciare quei pensieri, quelle parole che non vuole dire perché sarebbero inutili, rovinerebbero tutto e la chimica dovrebbe lasciar il posto ai pensieri.

Separazione, divorzio. Parole troppo pesanti da affrontare a 50 anni.

 E così Mario butta, infastidito dai suoi pensieri, l’ultimo pezzo di ghiacciolo nella pattumiera. Una reazione infastidita, un gesto automatico, comandato dalla pancia. Perché quel sapore che sentiva dentro grattargli l’anima non era suo?

Ma la ragione prevale e il cervello qualche secondo dopo, ordina a Mario di non sprecare. E lui corre verso la pattumiera, prende lo stecco con l’ultimo pezzetto di ghiaccio e se lo infila in bocca. Poi sorride, inghiottendo l’ultimo pezzetto. 

“Ti amo tutti i giorni, anche se non ci sei”.