Archivio Mensile: maggio 2011

L’amante svegliato (amarcord 2008)

Ho ritrovato questo, scritto nel 2008 in risposta ad una chiamata dell’Accalappiacani
( http://www.laccalappiacani.it/2008/temi-svolti/).
Il tema era “sveglierò tutti gli amanti, parlerò per ore ed ore”: commentare il brano della celebre canzone di R. Cocciante mettendosi nei panni di un amante svegliato”.

L’AMANTE SVEGLIATO

Ahhhhhhhhhhh! Chi è questo che urla a quest’ora di notte? E suona pure al citofono…
Chi saresti tu?
Cocciante Riccardo?
Che vuoi?
Svegliare tutti gli amanti e parlare per ore e ore?
E proprio al mio citofono vieni a suonare?
E come sapevi che stasera ho un uomo in casa, che è di là che dorme della grossa, sto scemo. Sì, abbiamo fatto l’amore! Ma a te che ti frega, scusa?
Ahhhh, siamo amanti e tu ci hai svegliato. Ben fatto, ma qua la sveglia sono solo io.
E vuoi parlarmi di Margherita, perchè lei vuole l’amore.
Ok, ma scusami, Riccardo, e io che c’entro?
Mi hai svegliato in piena notte, urlando come un gatto evirato…Sì, questa lunga notte è nera più del nero, ma io stavo dormendo, lo capisci, accoccolata addosso ad un uomo che mi piace.
No, non si chiama Riccardo e no, io non mi chiamo Margherita.
Sono Marta, e mi hai svegliato, ti dicevo, mentre me ne stavo accoccolata a lui. Che continua a dormire ( ma quanto dorme questo e non sente il casino che fa questo nano?).
Sì anche io vorrei che al risveglio non mi possa più scordare, Riccardo.
Ma se continui ad urlare così, finisce che pensa che sono io la matta, non tu, e mi molla. E invece vorrei che domani si alzasse, preparasse il caffè e se ne andasse senza disturbare e poi la sera mi chiamasse.
Senti, Riccardo, mica solo tu pensi all’amore.
Pure io c’ho le mie storie e tu vorresti invece che scendessi a correre con te per le strade e che ci mettessimo a ballare. Ma io non ho voglia, sono in sottoveste.
E lui è di là, caldo e addormentato. Io , invece, oramai sono sveglia.
E quasi, quasi vado di là e lo sveglio, così lo rifacciamo, l’amore. Che tu canti e basta e io invece qua al freddo mi è tornata la voglia, almeno mi riscaldo.
Sì, anche io come Margherita, lo faccio una notte intera. Che ti credi, che solo lei sia buona, bella, dolce, vera. Che solo Margherita ama?
Ma guardati in giro!
No, ti prego, non intendevo dire che devi andare a suonare ad altri citofoni. Stai qua, oramai mi hai svegliato nano. Costruirle una culla?
Ma che sei pedofilo!
No, non lo faccio e poi è notte fonda, sono in sottoveste, ho freddo e ho voglia di andare a prendermi un pochino di vero amore da quello di là…che continua a dormire.
Ma che sonno pesante ha?
Non sente come urlo a questo citofono?
Margherita, lo so, Riccardo, non può farti male. Ma… invece di star qui ad urlare al mio citofono che è tua, perché non vai sotto casa sua a dirglielo?
Le parli, la baci, magari lei è lì che aspetta solo te (povera stella) e così la smettiamo…
Riccardo…? …
No, non mi chiamo Margherita, sono Marta. Sì hai svegliato una amante.
E sei contento? Sì?
Ah, lei sta dormendo e tu non puoi riposare?
Sai come si dice, canta che ti passa. Tu l’hai preso alla lettera, vero?
Non puoi star fermo con le mani nelle mani?
Beh, ti arrangi. Io stasera ho già dato…
Sì il sole domattina splenderà, anzi se stai giù lo vedi arrivare tra un paio d’ore.
Se resto con te?
No, guarda ho da fare. Tu canta, io adesso me ne torno a letto.
Perché l’amore mica si canta solo, si fa anche. Meglio spesso, sì.
Beh comunque vallo a dire a Margherita…
Ecco una bella idea, costruisci un silenzio che nessuno ha mai sentito. Così è la volta che me ne torno in pace da quell’altro che se la dorme.
Margherita è tua? E chi te la porta via!
E poi ti sbagli. Se è la Margherita che conosco io … quella della via in fondo alla strada, beh la mattina si fa la barba e va a lavorare in carpenteria. Ok, è la tua pazzia…Ma è un uomo, mettitela via!

L’amore a tempo

Adelina si era abituata a pensare che l’amore fosse solo a tempo, quello rubato alle altre. Non lo faceva per denaro. Le era solo capitato di inciampare sempre sullo stesso tipo d’uomo. Quello scontento di sé e della sua vita, dopo anni di tetto coniugale condiviso e di abitudini, e bisognoso di una scossa di vitalità per sentirsi ancora vivo.
Lei non li cercava, mai. Loro la vedevano e non potevano farne a meno. Adelina pensava che l’amore era come una pianta, che andava innaffiata ogni giorno e che ogni giorno ci dovevi parlare senza mai dimenticare di stupirti di una foglia nuova, di un fiore che sbocciava; senza mai far finta di vedere il ramo secco e curarlo subito.
Eppure aveva finito con l’abituarsi al poter amare solo a tempo, una volta ogni settimana, una volta ogni quindici giorni, una volta ogni tre settimane. L’amore suo aveva la scansione delle sere e dei pomeriggi liberi dei suoi amanti alle prese con bugie, con scuse, con appuntamenti inesistenti inventati, pur di vederla. Il resto dei giorni del mese Adelina li passava a struggersi nel non vederli, a cercare di non pensarci troppo, a rotolarsi da sola nel letto, di notte.
Mai Adelina aveva voluto vedere le altre, le mogli e le fidanzate tradite. Non aveva bisogno di confronti con loro, si sentiva necessaria e non una abitudine.
Sempre aveva finito con il pronunciare il “ Ti amo”, quando voleva farla finita. Sua mamma lo diceva sempre che gli uomini impegnati davanti all’amore scappano, non restano mai. Se restano è solo nelle favole che si raccontano alle bambine per farle dormire.
Alle adulte la verità va sventolata in faccia per non farle rincretinire.
E allora Adelina, quando si annoiava troppo nelle sue giornate solitarie, glielo diceva “Ti amo” ai suoi uomini. Non era per niente convinta dentro ma lo diceva, per spingerli senza toccarli verso l’uscio e poter poi chiudere la porta a chiave, sicura che non sarebbero tornati.
Perché loro, gli uomini, entravano nel suo letto per ricaricarsi di sorrisi, risate, gentilezze e sentirsi per un periodo non l’oggetto privilegiato di ogni recriminazione.
Adelina lo sapeva che erano amori a tempo ma non aveva mai rinunciato perché li aveva visti arrivare stanchi e assetati di qualcosa che manco loro sapevano e dopo due settimane che la frequentavano, loro erano tutti briosi e sorridenti e giravano per il paese a testa alta, tenendo il cappello sotto il braccio come se fosse un mazzo di fiori e si vedeva che in quel letto avevano perso fluidi ma avevano guadagnato in solidi ed erano pronti a sopportare tutto, anche una moglie annoiata e una fidanzata insoddisfatta.
E Adelina si alzava al mattino e andava a pettinarsi i capelli lunghi e neri allo specchio, e si sentiva dentro, tra la vagina e la pancia, un enorme generatore di energia elettrica, una potentissima turbina che se voleva, ne era certa, poteva illuminare a giorno tutto il paese. E far sparire le stelle in cielo. Si sentiva potente l’Adelina.
Loro salutavano e andavano a casa, era sempre la stessa storia, e lei si metteva in carica. Poi, regolarmente, capitava un giorno che lei si accorgeva che loro, tutti, erano lì non tanto per restare ammirati davanti alla potenza del generatore ma per scroccare energia elettrica. Ammiravano l’effetto, non la causa.
E allora lei di mattina, di solito, dopo averli accarezzati e baciati tutta la notte, se ne usciva con quel “ Ti amo” e li mandava via a pensare e poi si metteva a contare in attesa del loro ritorno all’uscio, col cappello tra le mani, e lo sguardo corrucciato di chi deve rinunciare al giocattolo preferito, per sentirsi dire che non ce la facevano ad andare avanti così e che se ne tornavano a casa senza più suonare al suo campanello. Il ragionier Moldani era stato il più lento a decidere.
Ci aveva messo esattamente cinque anni e tre giorni.
Aveva resistito perché a casa proprio perdeva ogni energia davanti alla moglie perennemente arrabbiata con la bilancia, la madre e di conseguenza lui. L’appuntato Alberti era stato il più veloce: tre giorni e 17 ore, il tempo di tornare a casa in Puglia, disfare la valigia e mangiare cozze e patate preparate da mammà per la licenza premio.

Adelina, adesso che è vecchia e ha un giardino bellissimo che cura tutti i giorni, quando parla di loro dice che li ha amati, tutti, nessuno escluso. A tempo, certo, ma con affetto. Per ciascuno ha comperato una sveglietta colorata il giorno prima della dichiarazione, ha detto quel che doveva dire e poi ha puntato l’ora esatta del “Ti amo” e ha tirato una martellata. Rompendo le sveglie ha interrotto il tempo. E a lei pare di non aver più i minuti contati, adesso.