Archivio Mensile: dicembre 2010

1985

Io lo so che lei se lo chiede. Lo so, che ogni volta che le metto i 50 euro dentro la fessura, tra le tette, e sistemo la banconota tra le stecche del reggiseno, con cura, lei, se lo chiede.
Spendo cento euro la settimana per vederla ballare davanti a me, sul palo della lap dance. Lei ha imparato a salutarmi con gli occhi, li abbassa per un attimo ogni volta che mi vede seduto al tavolino accanto alla pedana. Mi sorride.
All’inizio aveva provato a parlarmi, lo faceva sicuramente perché il padrone del locale le aveva detto di far così.
“Vai là, gli sorridi, gli dici ciao bello e ci parli. Gli chiedi cosa vuole. E te fai e lui paga”.

Solo che io le ho risposto che bevevo da solo e che mi bastava vederla ballare, anche due volte di seguito davanti a me. Sempre la stessa canzone. Andava benissimo.
Dalla pensione tolgo quattrocento euro al mese, che io ho diritto anche di pensar un pochino al mio bene. Il resto va via per le bollette, la spesa mensile, i fiori da portare in cimitero e i desideri dei miei nipotini. Quattrocento euro ce la faccio a metterli via ogni mese e poi il sabato vado in quel bar. Cinquanta euro finiscono tra le stecche del reggiseno della Olga e son due balli assicurati, il resto va via in gin tonic. Quel che avanza, lo metto da parte. Metti che mi decido a offrirle una cena di pesce in quel localino, fronte porto. Metti.

Ma non mi decido. Per ora mi basta guardarla Olga. Mi sta davanti in reggiseno e tanga bianchi, i capelli biondi lucidi, le labbra rosse, la pelle così chiara. Secondo me, mangia poco. Se fosse a casa mia, qualche bistecca la obbligherei a mangiarla.
La vedo muoversi al ritmo di “Slave to love”. E io mi ripeto in testa le parole della canzone.

“Posso sentire la tua risata
Posso vedere il tuo sorriso
No, non posso scappare
Sono uno schiavo d’amore”.

Brian Ferry la cantava e a Marta, mia moglie, piaceva. Lei aveva la passione della musica e quando la sentiva per radio, era il 1985, lei ballava sempre e io seduto al tavolo della cucina la vedevo ancheggiare con la vestaglia addosso e allora sorridevo, allargavo le gambe, mi mettevo a fissarla e lei ballava e rideva. E io non potevo mica star fermo sulla seggiola con le gambe larghe. Dovevo alzarmi e andare a sfiorarle i fianchi, mentre lei si muoveva e quando si girava verso di me e mi abbracciava, sentivo quella pressione addosso. Ogni abbraccio di Marta era come se un improvviso vuoto pneumatico mi tirasse fuori nervi, sangue, linfa. Tutti, allo scoperto.
Dovevo prenderla e portarla in camera. Erano anni belli, i figli erano al liceo, io cominciavo a lavorare verso le dieci e la mattina a colazione, complice la radio e i Roxy Music, noi ci abbracciavamo e partiva quel risucchio. Facevamo l’amore e se scappava che urlavamo come ragazzini, quello restava un segreto nostro.
E la sera a cena davanti ai ragazzi, non ci abbracciavamo mai, che era pericoloso sempre per la storia del risucchio. Ci guardavamo e ci lanciavamo un’occhiata che voleva dire “Grazie, che mi fai godere”.

Adesso io sto fermo. Sto in questo bar con lap dance nel retrobottega, aperta ogni fine settimana. Ci sono capitato per caso sei mesi fa. C’era quell’insegna, “Roxy”, che mi ha ricordato la canzone che piaceva a Marta. E sono entrato.
Non cercavo niente ma è arrivata Olga, bionda, in reggiseno e tanga bianchi, le labbra rosse, la pelle chiara e mi ha detto “Ciao, se vuoi ballo per te”. E io le ho risposto: “Ok balla, ma non mi serve altro”.
E lei ha ballato, illuminata dal faretto, avvinghiata a quell’insulso palo e intanto si toglieva il reggiseno e le chiappe si muovevano, lente, mentre Brian Ferry cantava che era schiavo d’amore e io mi sono messo a fissare con attenzione quel culo.
Latteo, pareva una burrata gigante, con i piccoli solchi della cellulite che spuntavano ad ogni ancheggio.
Mi son commosso. E ho allargato le gambe.
Il culo di Olga è il gemello di quello di Marta.
E ogni volta che lo guardo io torno al 1985. Prima dei giramenti di testa. Prima della stanchezza che ha tolto a Marta la voglia di ballare. Prima della voce del dottore che diceva che c’era una speranza, piccola, ma c’era.
E invece no.

E così io adesso sono qua al “Roxy” a guardar la Olga sorridermi, abbassare gli occhi, girarsi e ancheggiare, cosciente di portarmi fino alla commozione. Lei pensa che a me escono le lacrime mentre le fisso il culo perché è bella. Io, mentre allargo le gambe, penso che manco sa di averlo un inno alla vita, dietro.

Lo so che Olga ha voglia di chiedere. Perché non pago per andare mezz’ora nel camerino, dopo lo spettacolo? Lei ci verrebbe a casa mia a mangiare una bistecca. Lo so.
Ma a lei manca la coscienza di esser tutto, di aver un inno alla vita incorporato, ad ogni passo. Marta, invece, lo sapeva perfettamente.
E io me vado, con la voce di Brian Ferry in testa.

“Dille che aspetterò
Al solito posto
Con gli stanchi ed estenuati
Non c’è scampo
Al bisogno di una donna
Devi sapere
Come chi è forte diventa debole
E il ricco diventa povero
Stai correndo con me
Non toccare la terra
Siamo quelli dai cuori senza riposo”

Il coccolatore

Che lavoro faccio? Io faccio il coccolatore di sogni, signora.
Non rida, per favore, che è una cosa seria. Sorrida piuttosto, che mi pare un’azione più complice dell’allargar la bocca così. Quando ride, signora, lei ha una espressione sguaiata, volgare. Sarà colpa del rossetto viola che porta, che non le sta bene.
(continua…)


Se lo volete leggere tutto dovete andare qui e scaricare il “Post sotto l’albero 2010” del Sir. ( a lui un ennesimo grazie)

http://www.blogsquonk.it/PostSottoAlbero2010.pdf

Ansia

Secondo me la cosa più difficile quando condividi quello spazio di vita che è il letto, con un uomo, non è farlo godere, ma dormirci accanto. Dormire, dico, mica vegliare.

Intendo proprio il lasciarsi andare al sonno, alla voglia di tepore, alla stanchezza. Raggomitolarsi al suo fianco, senza toccarlo. Sentirne il calore a lieve distanza.  E dormire. Senza controllare nulla del corpo. Risvegliarsi poi come se ci fossi solo tu, ma il tuo io è doppio. Doppio corpo, doppio calore, doppio sonno che si avvita.

Ho sempre pensato che per le donne, dopo secoli di fissazioni, pare, costrizioni mentali, con cui siamo cresciute, senza manco rendercene conto spesso, ed è questo il peggio, ci sia come primo impegno il far i conti con l’atavica paura dell’abbandonarci ad un corpo altrui.

Abbiamo paura di lasciarci andare, in quella cosa così intima che è il sonno. Il sesso? Certo, è intimo, ma come  tutti i giochi, quelle cose fondamentali che svelano chi sei, noi giochiamo e ci piace, perché lo sappiamo che possiamo essere, ogni volta, quello che vogliamo, quello che sogniamo.

Bimbe. Puttane. Esperte. Inesperte. Fredde. Aggressive.

Poi, finito il gioco, si va oltre. L’intimità diventa la condivisione del tepore. Col corpo, stanco e appagato, che reclama silenzio.

Allora spesso si finisce col vegliare. Gli uomini sono come noi. Fragili, pieni di pare. Ma sono abituati a non dirlo e a dormire.

Comunque. Ovunque. Noi, il più delle volte, no.  Li fissiamo al ritmo di risvegli frequenti ogni loro respiro profondo. Giriamo la testa nel buio della camera da letto e li guardiamo. E li troviamo così diversi da quelli che conoscevamo.

Sarà che mia madre dorme pochissimo e si addormenta solo con la tv accesa. Ma si tiene in forma con il suo personale brain training:  individua ogni giorno un difetto nel mio corpo, nel mio aspetto, nel mio modo di essere. Io come reagisco? Rido e me ne vado.

Io da sola dormo benissimo, mai ho sofferto di insonnia. Se divido il letto con un uomo, che ha voglia di restarci tra quelle coperte fino al mattino dopo, che mica è scontato, finisce che lo veglio.

Cado in un sonno leggero. Mi pare di esser andata,  ma in realtà sono sempre lì, aggrappata al cuscino, la pancia trattenuta dal diaframma.

Non si sta male ma non è dormire. E’ come far le vedette sulla collina, lo schioppo in mano e il sonno che bussa e te che ti dici, dentro la testa, io devo star attenta. E controlli. Non lui, ma te. La posizione del piede, della gamba, il respiro…Ti giri e lo guardi dormire, lui, beato, la bocca aperta, le braccia distese sul materasso. E te lo chiedi.

“Ma come cazzo fai a dormire, così, come se non ci fosse  un domani, che son tre ore che mi sei stato sopra e sotto e adesso non senti che ci sono…Che non dormo? Io ci sono, o no?”

E te lo chiedi se stai emanando tepore o se in realtà non ci sei perché sei fuffa, che ne hai piena la testa, e te lo chiedi se la sai la differenza tra l’esser donna e femmina.

Che aver le mestruazioni non basta. Aver il tanga spostato di lato, nemmeno. Succhiargli le palle bene,  non ti rende unica. Hai la pancia e la devi tener indietro. E quando cammini, per strada, te lo chiedi se la gente ti vede normale o grassa. Se ne accorgono gli altri della cellulite.

E pensi che c’è davvero chi li usa quegli occhiali, che li metti e vedi le persone nude, come sono davvero. Esaltatori di difetti. E vorresti uscire di casa con un barattolino di bianchetto in tasca, e cancellarne uno al giorno, di difetti, per 365 giorni. E se hai culo, in un anno ti sei cancellata. 

Sei una che una foto non dovrebbe farsela fare mai, tanto è sfuocata.

 No, non è difficile far godere un uomo, il difficile è dormirci accanto.