Archivio Mensile: ottobre 2010

Il momento preciso

 

C’è un momento preciso. E noi lo sentiamo sempre, anche se facciamo finta di niente. La vita delle donne è scandita da momenti precisi, da segnare sul calendario della vita.

La prima mestruazione, quando ti senti all’improvviso come se fossi in preda ad una leggera febbre e la pancia ti pare che abbia voglia di squarciarsi da sola, si gonfia tutta, e ti senti strana come mai sei stata, neanche la prima volta che hai bevuto dell’alcol. E poi quel sangue, che ti esce tra le gambe, che lo vedi e temi di morire e poi passi gli anni a rasserenarti quando arriva.

La prima volta che dai un bacio, che ti senti la lingua, la tua,  che comanda il cervello e non puoi smettere e ti vergogni nel farlo e nello stesso tempo hai zero voglia di resistere e di vergognarti e ogni movimento della lingua, la tua, sì, ti ordina di spegner tutto, il cervello, prima della bocca. E ti piace.

La prima volta che ti tocchi, che sei là in mezzo alle Barbie, e ti senti imperfetta; la bambolina ti fissa tronfia, bionda e magra, e te vorresti esser lei e invece sei così diversa, oddio, così gonfia e così castana, e lei non ha le mestruazioni e non ha peli, se non capelli di plastica, e guardi Ken e lui non ha escrescenze e non capisci da dove passi e come vada e che succeda. E poi ti sfiori con un dito tra le gambe e senti qualcosa che ti esplode  dentro e lì c’è quello che ti fa felice. Era lì e nessuno te lo aveva detto.

La prima volta che lui ti penetra, il suo cazzo dentro di te, indeciso all’inizio e poi convinto, che fino a quel momento ti pareva una  sorta di strana escrescenza e non capivi a che serviva, lì in fondo, che te non ce l’hai e a che serve e  invece adesso c’è, dentro di te, e vuoi solo che finisca in fretta, che senti male, e poi passi  gli anni a sperare che non esca mai, che ti pare di avere un vuoto là, dopo. E ti piace, riempirlo quel vuoto.

La prima volta che dici che ami, che hai il cuore spiaccicato sul letto, assottigliato sotto i colpi del batticarne. Una, due, dieci, cento volte. E davanti a due occhi verdi, che tutto hanno adesso e tutto vogliono, te ti senti all’improvviso solo ritmo e lo dici, che ami, che  il cervello ti si è spento ed è musica. E capisci a cosa serviva la Barbie e il tuo dito, quando esploravi, sola.

La prima volta che lo senti che vuoi un figlio, che te manco ti sopporti da sola eppure adesso vuoi solo moltiplicarti, dopo questo amplesso, che tremi, hai il cuore ad un ritmo e la gamba ad un altro e pensi che stai morendo e dopo pensi che l’amore, se non ti ammazza,  allora, porcocane, si sparge e vorresti esser una appendice, con lui. Un fiore che spunta dal fango grigio.

La prima  volta che ti senti fragile, che ti esce da dentro quel moltiplichiamoci che noi belli, questo fango lo superiamo con un ponte tibetano. Ondeggia sì. E se ti va bene, non senti l’eco solitario della tua voce.

Cinque rose

 

Mi piace il numero 5. Cinque come le volte che ho amato in questa vita. Cinque come i miei 50 anni. Cinque come i biscotti che inzuppo nel caffèlatte al mattino.

Cinque come il numero perfetto per l’amore con una donna. Prima e dopo la cena, prima di mezzanotte, prima delle tre e al mattino al risveglio, ora indistinta , se non devi andare a lavorare. Per arrivare a quelle cinque, deve essere amore, vero. E se è amore, ti devi accorgere dopo ore ed ore che erano cinque.

Che bel numero. Per imparare a scriverlo da piccolo ci ho messo un casino di tempo, che assieme al sette non mi veniva la bella calligrafia. Ma il sette non mi piace, che dopo sette anni esatti mi sono separato e secondo me porta sfiga come le settimane che non mi passano mai. E a dirla tutta, sette in un giorno, di scopate, con una donna, beh o sei un eiaculatore precoce o pure lei si preoccupa.

Cinque va meglio, metà di dieci, e la storia contemporanea la calcolano in decenni e un cinque è un mezzo decennio. Consolante.

Ci penso mentre davanti a me un venditore di rose ondeggia cinque rose. Due rosse, una bianca, due gialle. Amore, amicizia, e il giallo non ricordo, forse gelosia. Belle.

Sono seduto al bancone del bar, davanti ad una  Gordon Scotch. Una pinta, che se è amore vero, c’è solo lei.

Come la donna che ami.

Pensavo al cinque, alla rata del mutuo, alla sigarette quasi finite, fossero cinque sarei almeno sereno, che a tirar l’una ci arrivi, e mi vedo davanti questa mano dalla pelle scuretta che agita le rose.

– “Vuoi, cinque, te le do tutte. Pochi soldi”.

– “Vedi donne qui? _ ribatto senza guardare il mio interlocutore _ Le rose sono per le donne, non per gli uomini soli”.

– “Signore, con un mazzo così la trovi”.

Mi giro a guardarlo questo screanzato, mi tocca far la fatica di alzar l’occhio dal livello della pinta di Gordon per vedere bene in faccia questo sfacciato che dice a me che con le sue rose cucco.

Lo sa chi sono io? No, cosa vuoi che sappia uno arrivato dal mondo degli schiavi. Mangian riso tutto il giorno quelli. E ce l’hanno piccolo. Loro. Se arrivano a sette, porta sfiga. Si sa.

Mi trovo davanti un cappuccio verde di un eskimo usato di quelli che portavo al liceo, quando ero comunista così.

Sotto una pelle splendente, come le olive, marron verde, e due occhi neri. Profondi. Non ci sono cinque là dentro.

– “Cacchio, ma quanti anni hai?”

– “Sedici, signore!”

– “Non raccontarmi palle, al massimo hai dodici anni”.

Gli sgancio cinque euro, mi prendo le cinque rose. Due rosse, una bianca, due gialle. Sorrido, chissà se una donna arriva adesso.

Macché. Siamo quattro gatti spelacchiati al bar.

E poi mi fermo. Che ci fa un dodicenne all’una di notte in un bar della stazione? Vende rose a quattro ubriaconi.

Dodici. Due volte cinque più due. Niente a confronto con i miei 50 anni, dieci volte cinque. Lo osservo con la coda dell’occhio mentre se ne va, il cappuccio calato sulla faccia. Gli ho preso tutte le rose, penso, adesso andrà a casa? La mamma lo aspetterà sveglia col caffélatte e cinque biscotti al cioccolato? O lo aspetteranno a cinquanta metri da qui gli adulti, per dargli altre venti rose da vendere e via andare…Che a un ragazzino mica si dice di no. Basta guardarlo negli occhi, in quel nero. Apri il portafoglio e ti lavi la coscienza.

Perché a me nessuno ha detto niente?

Sono il capo dei vigili, in Comune tutti mi danno del lei. Non c’è foglia che caschi dall’albero che io non senta. Non c’è storia che io non sappia.  E nessuno viene a dirmi, che nel mio Comune, un bambino vende le rose di notte all’una. E soprattutto, nessuno si accorge che è un bambino?

Nessuno si offende, manco il segretario della sezione della Lega Nord che ogni due per tre ( che fa sei, mica cinque, eh) mi manda gli esposti contro i bar dei cinesi e i kebab da asporto che sono covi di malandroni e portano malattie e viene lo scagotto a tutti.

Ecco, tutti con lo scagotto ma tutti ciechi. Manco uno che veda un ragazzino che vende rose nel profondo Nordest, illuminato e avanzato, locomotiva del paese, di notte, invece di star sotto le coperte a sognare di viaggiare in giro per il mondo e diventare ricco. Altro che il Trota.

Ma, visto come stanno le ferrovie, ci credo che succede questo, che siamo una locomotiva cieca, che sta per deragliare e chi ci sale è meglio se si fa il segno della croce.

E io me lo farei comunque il segno, che un paese dove i bimbi non sono di tutti ma diventano invisibili, è un posto marcio.

E io sono il capo dei vigili di un posto marcio. E non ho caffélatte e biscotti, né parole, davanti a questa Gordon, per alzarmi e correr dietro a quel ragazzino e dirgli “ti porto a casa io, c’ho cinque biscotti, cinque coperte, cinque amori che ti potevano fare da mamma”.

Pensavo di valere cinque, valgo zero.

Mestre, un libro

Lo presentiamo a Mestre al centro culturale Candiani il 5 novembre. 

Raccontiamo Mestre, la città dove viviamo. 

Una iniziativa no profit, un gioco di squadra coordinato da Massimiliano Nuzzolo.

E solo oggi scopro i nomi di tutti gli autori.

Anatomia di un bacio

I baci sbagliati hanno il suono desolante di uno sbattere di incisivi. Un tempo falsato, forzato da una voglia non condivisa di un’intimità che non c’è, ora o chissà mai.

Se è cercato solo da una parte quel bacio finirà inesorabilmente a trovare una barriera di denti e il colpo sarà netto. Stock!

Labbra schiuse che battono su incisivi superiori. Niente di più triste.

La solitudine fatta contatto.

Dopo ci sarà solo l’imbarazzo del tentativo maldestro, svanito in un colpo inatteso sulla corazza altrui e dall’altra parte ci sarà la sorpresa di aver involontariamente resistito ad una invasione di campo. Spirito di sopravvivenza? Probabile.

Un bacio involontario tra amici, se devia ridendo dalla guancia alle labbra, si ferma lì, si bea dell’effetto cuscinetto. Inoffensivo e soffice.

Se il bacio è invece azione silenziosa ma condivisa,  e lo intuisci eh, che prima c’è uno sguardo che ti fissa obliquo, poi il naso si avvicina e la bocca schiusa ti invoglia, sfacciata e rosea come una pianta carnivora che aspetta solo che l’enzima faccia il suo lavoro, allora, al contatto, morbido, è difficile staccarsi, e da lì cominci  a trovar la strada dell’altro.

Fermarsi diventa impossibile come  il non respirare e il cervello si spegne e, dal basso tuo che è poi uguale al basso mio, arriva l’invito a non mollare. E mordicchiare e leccare è un comando affamato di chi cerca il proprio e l’altrui bene, e lo scambio rende coraggiosi e arditi.

Le protezioni cadono, e non ci sono incisivi a bloccare il passaggio. La lingua cerca la sua strada, tra piroette e passaggi stretti, come un ballerino in una miniera, nera e asfissiante.

E quella screanzata va giù per la laringe e la trachea e  passerebbe oltre. Se ne fregherebbe dei polmoni e punterebbe direttamente al fondo.

Ogni bacio dato e voluto è una immersione in apnea nell’altro. E adesso io e te  siamo solo subacquei in preda alla narcosi.

Mi sa che l’amore, che comincia sempre dai baci stupiti e voluti, è fatto in principio di azoto che si mangia l’ossigeno di cui siamo fatti.  E se continui a parlarmi, guardarmi, sorridermi così, io ho solo voglia di fondo.

E allora salvami, per favore, mettici di mezzo i tuoi incisivi, così evito di perdermi.