Archivio Mensile: agosto 2011

La bustina del tè

“Hai visto? Anche oggi le Borse sono in fortissima perdita”.
Dario attende una risposta e, non sentendola arrivare, solleva lo sguardo dal giornale per vedere se Mara lo sta ascoltando. Lei guarda fuori dalla finestra della cucina, la tazzina del caffè vicino alle labbra. Soffia lentamente per raffreddarlo. Risponde solo dopo cinque minuti.
“Con i soldi che abbiamo noi in banca, manco giochiamo a Monopoli. Che te ne frega della Borsa…”, dice lei, senza voltarsi verso il marito.
Lui riabbassa gli occhi sul giornale. Ma le notizie hanno perso di colpo di interesse.

E’ la prima volta che Mara parla a Dario dopo una serata e una notte difficile, trascorsa una a fianco dell’altro, stando attenti ad evitare qualsiasi contatto, quasi per evitare che la voglia di calore dei rispettivi corpi li costringesse ad avvicinarsi.
Quando si vive assieme c’è questa abitudine al riconoscere nel calore dell’altro una parte di noi. Il sonno, di solito, riavvicina i corpi. Anche quelli arrabbiati.
La sera prima, a cena, era bastata una parola di troppo di Mara, che contestava a Dario di non aver chiuso la porta del frigorifero, per far scatenare la rabbia di lui.
“Sei una belva in agguato, a caccia di ogni mio errore per rinfacciarmelo. Non ti sopporto più”, le aveva urlato contro lui.
Mara aveva sgranato gli occhi, gli aveva lanciato una occhiata furente e poi si era chiusa in camera da letto a guardare la televisione.
E quando Dario l’aveva raggiunta all’una di notte, per dormire, lei era già persa chissà dove nel suo sonno.
Vicino al suo fianco destro aveva posizionato uno sbarramento. Al centro del letto, Dario guardò il tubo di cuscino, quello che lei usava spesso per sollevare i piedi stanchi la sera. Era la barriera che lei solitamente alzava per allontanarlo. Ogni volta che litigavano lei non replicava alle sue sfuriate
ma creava barriere contro la sua vicinanza. O andava a dormire in salotto pur di stargli lontano. Poi il giorno dopo, quando aveva voglia, ricominciava a parlare. Dario, la mattina, si svegliava sempre con il bisogno di lei; il suo corpo reagiva subito, pronto e allegro.

Ma stavolta quando si è girato sul fianco per sfiorarla ha finito con il premere la sua allegria contro il cuscino ed è rimasto interdetto. Per l’ennesima volta, quella barriera tra loro sanciva un risveglio triste.
Mara, dopo ogni discussione, si chiude in camera e alza la barriera in mezzo al loro letto. Dario va a sfinirsi di seghe in salotto, guardando i film porno sul pc. I gemiti di quegli estranei soffocano dentro le sue orecchie protette dalle cuffie e lei manco se ne accorge.
Dario appoggia sulla tavola il giornale e mescola lo zucchero dentro la tazzina del caffè.
Guarda Mara che gli da le spalle.
Avrebbe preferito, si dice, una evoluzione alle loro baruffe, un bel ring coi guantoni per darsele di santa ragione e poi, una volta stremati, ridere e fare di nuovo all’amore.
E’ stanco di litigare per delle stupidaggini. “Lavoro, porto a casa uno stipendio decente – pensa – Certo non possiamo permetterci regali extralusso e viaggi ai Caraibi o weekend alle Terme. Ma non abbiamo una vita di stenti e segreti. C’è amore tra noi”.
Dario sente la stanchezza di litigare se dimentica la porta del frigo aperta, il calzino finisce sotto il letto a riempirsi di polvere e la tavoletta del cesso resta, troppo spesso, sollevata. Ha provato a segnarsi le cose per ricordarsele ma spesso torna a casa stanco e se ne dimentica.
Mara, per ogni sua azione sbagliata, parte con la ramanzina. Gli pare di sentire sua madre ogni volta che lei mette la quinta sulle sue recriminazioni. E a lui tocca arrabbiarsi, per togliersi dall’impaccio.
Nei primi anni del loro matrimonio non era così _ si dice ancora Dario _ non guardavano con pignoleria ad ogni difetto dell’altro.
Poi l’astio ha bussato alla loro porta e si e’ piazzato sul divano ad osservarli. Presto avrebbe finito per il percorrere ogni angolo di quella casa, si dice Dario. Il matrimonio è la tomba dell’amore. E loro due, pensa Dario, stanno scavando una lunghissima trincea.

Mara guarda fuori dalla finestra e pensa che un’altra giornata noiosa sta cominciando in quella casa dove tutto è abitudine. Si annoia, Mara, di tutto. Da mesi non vede la sua vita se non come una noiosa ripetizione di gesti e azioni. Un dejà-vu continuato, di cui può anticipare parole e pure gesti e situazioni. Un giorno sempre uguale senza neanche l’emozione di veder se la marmotta, uscendo dalla tana, vede la sua ombra o meno. Non le era successo niente di particolare per diventare così apatica. Una mattina ha acceso la radio e un medico parlava di menopausa e spiegava che di solito arriva ai 50 anni. Mara li avrebbe compiuti tra un anno e pensò, quel giorno, ascoltando il medico, che sparita la fertilità, non si sarebbe più sentita donna. E il malumore, di fronte a quella improvvisa consapevolezza, divenne il suo confidente. Si alza la mattina ed è arrabbiata. Ogni gesto di Dario la infastidisce, le sembra di aver a che fare con un bambino. Ma lui di anni ne aveva 52 e a quell’età si è adulti.
Ma gli uomini non hanno scadenze se non quando entrano in una bara. Le donne, invece, pensa Mara, scadono prima e lei si sente addosso le lancette delle ore che passano. E così passa le giornate ad annoiarsi e al ritorno a casa del marito sfoga il malumore rimproverandolo e ogni volta che lui le si fa più vicino per giocare lei si scansa, timorosa che lui avverta la prossima trasformazione. Teme che lui senta l’odore della scadenza in arrivo. E si arrabbia. Le piacerebbe _ si dice _ un giorno fare qualcosa di diverso: tirare uno schiaffo a Dario, magari, e non battere la ritirata nella sua fortezza tra i cuscini.
Certo, la mattina ha voglia di Dario, del suo odore e del suo corpo. Ma cerca di non pensarci, ha paura di provare e non sentire più niente.

“Ma tu mi desideri ancora?”. Le parole di Dario le rimbombano in testa come una martellata, all’improvviso mentre vaga nei suoi pensieri.
“Ma che stai dicendo, certo che ti desidero”, risponde lei girandosi verso il marito.
“Oh, finalmente mi guardi. E’ un’ora che fissi la finestra e mi dai le spalle”.
Mara legge sulla faccia di Dario tutta la sua incapacità di capirla.
E’ domenica, un’altra noiosa domenica a casa.
A lei torna la voglia di tirargli quello schiaffo e andare in strada a passeggiare. A Dario viene voglia di tirarle un manrovescio e andare al bar.

Lei scaccia il pensiero e va in salotto. Il computer di lui è in stand by sul tavolino davanti alla televisione. Lei sfiora la tastiera e lo schermo si accende inquadrando una foto porno. Un uomo si masturba su un divano mentre una ragazza gli sta seduta sopra la faccia. Sembrano spassarsela.
Mara pensa che anche lei e Dario se l’erano spassata, molto. Poi pensa che Dario è un porco.
Lui l’ha raggiunta, vede la foto, le sorride.
“Sai, Mara, mi manchi”. Lo dice quasi per scusarsi della foto dimenticata sul computer.

“Dario io il prossimo anno faccio 51 anni _ risponde lei, seria _ significa che arriva la menopausa. Lo sai cosa vuol dire? Che non sarò più donna. Non ti farò più godere e io non sentirò niente”.
“Ma che dici Mara, non è vero. Chi dice che il sesso è bello solo da giovani, non sa niente. Prova a chiederlo a mia madre e vedrai cosa ti dirà lei”.
Mara si scansa.
“Tua madre ha settant’anni Dario”.
“Con mio padre fa sesso più di noi due”, risponde lui.

A quel punto Mara si stufa, prende il portamonete.
“Esco, vado a prendere le sigarette”.
Dario, rimasto solo, sprofonda nel divano e resta a fissare la foto di quei due che se la stanno spassando mentre lui no.
Ripensa alle parole della moglie, a quel “non potrò più godere” e la rabbia gli monta dentro. Non aveva mai pensato fino a quel momento di aver sposato una cretina. Roba da non crederci.
Eh, ma si dice, le avrebbe fatto vedere lui come sarebbero andate le cose tra loro. E più si arrabbia, più gli arrivano segnali di vita remota sotto la cintola dei pantaloni.

Quando Mara rientra, lui la aspetta davanti alla porta della cucina.
“Seguimi”, le dice.
Mara obbedisce, tanto si immagina già una riedizione della discussione lasciata interrotta poco prima.
“Io preparo il tè, tu va in camera e spogliati”, le dice lui.
Mara resta interdetta ma lo fa. Va in camera, toglie pantaloni e maglia e infila la sottoveste che usa di solito per dormire.
Quando Dario arriva in camera con il vassoio con sopra la tazza piena d’acqua e dentro la bustina del tè, le rivolge uno sguardo sornione.
“Ti ho detto di spogliarti, non di metterti la sottoveste. Ti voglio nuda”.
Mara muove la testa da sinistra verso destra. Ripete due volte.
Dario le risponde alzando e abbassando la testa. Ripete tre volte.
Lei, di malavoglia, toglie la sottoveste e gli slip e resta nuda.
“Coricati sul letto, cara”.
Mara obbedisce e sente che qualcosa non quadra: il dejà-vu nella tua testa non risponde bene, insomma suo marito fa quello che gli pare.
Lui le sistema il cuscino dietro la testa.
“Adesso, se non ti dispiace, ti bendo gli occhi”.
E Dario non aspetta neanche che Marta accenni un sommesso no, lega sopra il naso una benda di raso nero, quella che lei usa tutte le sere per sollevare i capelli prima di struccarsi.
Mara vede solo nero, adesso, la luce è solo un lieve velo grigio.
E’ nervosa ma la voce di Dario le permette di capire dove lui si trova. Ora si allontana, poi sente la voce vicinissima all’orecchio.
“Rilassati”, le dice lui, accarezzandole il viso.
Poi silenzio.
Un tocco come di cucchiaio che viene appoggiato ad un piatto.
Mara cerca di capire.
All’improvviso, inarca la schiena verso l’alto come se una corrente elettrica la stia percorrendo tutta, dalla punta dei piedi all’ultimo capello.
Sente un calore, fortissimo, in mezzo alle gambe. Liquido che scende sul clitoride, calore che si espande fin sotto le cosce.
Sente la mano di Dario cingerle i fianchi e poi un sollievo farsi strada.
E’ la lingua di Dario adesso, prima lenta e poi veloce.
Poi torna ad inarcare la schiena, adesso la vagina le pulsa dentro la testa.
Lui sta in silenzio, Mara può sentire il suo respiro che si fa sempre più pesante. Lei riesce a dire solo “ancora”.
E lui ricomincia: prima il caldo che si espande e dilata e poi il fresco della sua lingua.
Ripete l’azione in un tempo infinito e Mara non riesce più ad elaborare un pensiero più lungo di un fremito.
Lei cerca la sua testa con la mano, si aggrappa ai suoi capelli, ansima ad ogni cambio di temperatura.
Sorride nel sentire il suo corpo farsi fluido, urla la sua gioia.
Allora Dario ferma la mano e la lingua, le accarezza la pelle che si calma.
E poi torna a muoversi, stavolta è dentro Mara e solo allora le toglie la fascia dagli occhi.
Lei vorrebbe chiedergli dove comincia lui e finisce lei.
Sta zitta.
Si guardano. Si riconoscono. Ricominciano.

Vagheggio astigmatico da 47 a 132

Posso mettermi i tappi nelle orecchie, chiudere le finestre, staccare tutte le spine degli elettrodomestici e pure togliere la suoneria del telefono. Ma non ci sarà mai silenzio in me.
Camminando, con le orecchie tappate, mi pare di sentire il colpo della ciabatta sul pavimento e allora mi stendo sul letto. Cerco di restare ferma, immobile, per non farle frusciare le lenzuola appena cambiate. Il tatto immediatamente mette voglia di sentirlo muovere questo cotone pulito.
Il gusto frega, di solito. Il tatto e l’udito condannano alla dipendenza.
Ma scaccio il pensiero.
Niente, non devo volere niente. Non è più tempo.
Mi stendo su questo lenzuolo con la flemma di un fachiro allenato, deciso a non provare niente. E’ facile, mi dico, è come entrare ogni giorno in un centro commerciale. Lì la gente, semplicemente, non vede.
E allora ci provo. Non mi muovo e già che ci sono, trattengo pure il fiato. Idiota, mi beo dell’attimo della conquista. Ma dura poco.
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Arriva lui, con il passo silenzioso di un gatto che punta la preda. Il battito del mio cuore si fa strada nel finto silenzio delle orecchie tappate in cui il mio cervello si è accomodato, passa dentro al condotto uditivo, solletica il timpano, e si mette comodo lì, a sussurrare al cervello.
E’ il battito, adesso, ad imporre il ritmo, il respiro si accoda e vanno a tempo. Ci sono solo loro e sembrano alzar la voce, insieme.
Il suono è un movimento nello spazio, prodotto da una sorgente e anche se provi a fermare tutto, ci sarà sempre questo cuore scheggiato, che ti batte dentro il petto, anche se non lo vuoi, a produrre quella maledetta vibrazione. E il mio corpo adesso è una grancassa.
Guardo verso la finestra. Le gocce della pioggia rimbalzano sul vetro. Piove. Immagino il rumore del temporale che si fonde con quello del cuore e del respiro e assieme mi camminano sulla pelle. E lei, stronza, prende il passo del gatto, e ha voglia.
Del rumore delle lenzuola su cui strofinarsi per odorare di pulito. Dell’odore della pioggia di là del vetro sotto cui andarsi a bagnare.
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Il silenzio è solo una fantasia, che ci imponiamo per non sentire.
Siamo fatti di ritmo e anche se ci mettiamo un casco di cartoni per le uova sulla testa, e lo teniamo fermo con mezzo metro di cellophane e un paio di cuffie vecchia maniera, finiamo col sentirlo quel rumore, continuo, perché noi, di ritmo ci facciamo per sentirci vivi.
E desideriamo, vogliamo toccare e sentire, usiamo le mani per dare piacere e chiediamo mani che ce lo diano. E cerchiamo parole che ci proteggano da quello che non sappiamo. E comodità che annullino il bisogno di rischiare. E ci obblighiamo a non dire mai di no per non lasciare agli altri il compito di dircelo. E scordiamo il grazie e preferiamo all’amore una gabbietta per canarini.
Ma quando il cuore scheggiato cambia passo, ci accorgiamo di tutto questo e gli occhi astigmatici con cui si guarda al mondo, offuscandolo in continuazione, scambiando bisogni per amori e calessi, mugugni per amplessi, sogni per incubi…vedono meglio. E’ come quando ti trovi per giorni a vivere tra prati e alberi e il verde del semaforo, quando torni a casa, quando torni al grigio del cemento della città, non ti è mai sembrato così verde. E i capannoni li senti corpi estranei e pure le abitudini non le senti più tue.
Ci vedi e lasci che la mano vada, dove deve andare.

Post scriptum: grazie a Rino e Lorenzo per lo spaccio di bpm sonori