Archivio Mensile: agosto 2009

Ho visto due amanti ridere

Li ho visti correre in direzione del portico, per non bagnarsi. Li ho visti, sotto la pioggia, ridere del riparo improvvisato. Li ho visti, abbracciati, sotto un cielo brontolone.

E poi ho visto lui, il bacio. Piccolo. Un bacio bambino con le labbra strette e il sorriso largo. L’ho visto, credimi, ingrandirsi, diventar adulto come se le lingue producessero ossigeno per la crescita.

E poi ho visto che parlava. E lo sguardo di lei diventar sorriso e la sua mano tirar lui verso la strada, sotto la pioggia. Li ho visti bagnati, stringersi con forza come se l’ossigeno fosse una droga, come se l’acqua fosse un regalo, come se la frescura fosse l’unica gioia sotto questo cielo che brontola.

Ho visto due amanti ridere.

Racconti a quattro mani

 

Ci sono anche io

http://remobassini.wordpress.com/2009/08/23/raccontia4mani-2009-lebook/

Il ladro di pelle

“Ciao, mi manchi, sai? Ah senti, scusa: potresti ridarmi la mia pelle? “

“Tutututututututututututututu”.

 

Ma no, ostia! Non si può iniziare una telefonata così, dai. 

Non sarei compresa, mi prenderebbe per pazza. Direbbe che sono strana, assai. 

Cosa devo dimostrare? Io? Io, niente. 

Che son quella alternativa, quella che non sa dire mi manchi e basta?

Ma dai, siamo seri, Annalisa, perdio!

Rimetto giù il telefono, ecco.

 

Ci provo a variare pensiero, ho una pila di bollette sulla tavola da andar a pagare. Ma è più forte di me. Mi manca lui, e mi manca la mia pelle.

 Da quando è partito, io mi sento sempre vestita, anche quando mi spoglio e vado a dormire. E’ questo che mi da fastidio. 

Non mi disturba il fatto che sia andato via. Mica mi ha tirato un ceffone ed ha sbattuto la porta. Non si possiede nessuno, a volte manco sé stessi, figuriamoci se si riesce a possedere un altro. 

No, non è questo il punto. 

Vivo perennemente vestita, da quando lui se ne è andato. Non riesco più a sentirmi nuda.

E mi manca la sua pelle… e mi manca di più la mia.  

La sua è bianca, morbida, direi setosa. Elastica e profumata, quasi da bambolotto. Annalisa?..Macché bambolotto, per piacere!

E’ un uomo, scandisci con me le lettere: U-O-M-O…


Bella pelle, la sua, che mi ci farei un cappotto. 

Sì mi servirebbe proprio, un cappotto così, per riuscire a spogliarmi e risentirmi nuda. 

Invece, anche adesso che sono qui davanti a questo telefono, in mutande e reggiseno, in questo luglio africano, beh, io è come se fossi con il vestito che mi aveva regalato nonna, quello con la gonna stretta e la camicetta con le balze. Ho pure addosso le calze di nylon e le scarpe strette. Insomma, mi sento in un corpo non mio. 

Strano, perché so che queste gambe, queste braccia, questo ventre sono i miei. Ne conosco ogni centimetro, li studio ogni giorno, combatto per loro la mia quotidiana battaglia contro il tempo. Ma ora, lei, la mia pelle, non c’è. E io mi arrabbio. 

Mica era un banale epitelio inerte. No, lei reagiva prima del mio cervello.

Mi ha sempre detto cosa era bene e cosa fosse il male. Le bastava un tocco per capire come sarebbe andata a finire. Tocco sbagliato, meglio lasciar perdere. Tocco giusto? Parliamone. E’ sempre stata mia amica la pelle, ci siamo volute bene.

E adesso che non reagisce, io sono in preda al nervoso. Non sento la differenza tra me e un coniglio scuoiato da marinare.

 

Lui deve aiutarmi a tornar normale. Perché lui c’entra, ne sono sempre più convinta: siamo andati a passeggiare, mi sfiorava le mani e io, ricordo bene, ho cominciato a sentirmi mezza nuda. Siamo andati al ristorante e io mi specchiavo nei suoi occhi ed ero nuda, coi capelli sciolti, ma tenevo le scarpe, sì. 

Poi ho sentito il suo peso addosso, e son rimasta nell’unico modo in cui potevo stare. E la mia pelle ha cominciato a comandar lei. Macché epiteli, noi due avevamo i pori comunicanti. E abbiamo parlato con quelli, senza manco quella timidezza dell’inizio che c’è tra i corpi non noti.

Poi lui se ne è andato, mi ha lasciato anche un curioso biglietto.

Cosa c’era scritto? Ah, eccolo qui: “E’ mia”.

Io avevo pensato ad una cosa, ma adesso che son rimasta senza pelle, mi sa che avevo proprio capito male. 


Questione di igiene

Eccola, l’alba. Maliziosa la luce filtra dalla porta del terrazzo e Silvia si gira a sinistra e allunga la mano. Poi apre l’occhio. Non c’è nessuno accanto a lei. C’è solo il calore del lenzuolo a ricordare che quella metà di letto non era vuota. Quanto è passato? Un’ora o due? Dal calore, si dice Silvia, non deve esser più di un’ora che se ne è andato. 

Scosta la mano e si alza, sbuffando. 

Va in bagno, si siede sul water e si prende la testa tra le mani. E comincia a sentirlo, l’odore, che sale diritto dal ventre e dalla schiena e le cammina attraverso il naso fin dentro il cervello.

E’ acre, pungente. Odore di uomo. 

Silvia sorride, si porta il braccio al naso, per sentire meglio. La sua pelle si è impregnata di quell’odore. E Silvia se lo sente addosso bene, profuma di uomo. 

Si annusa lentamente, senza esagerare. Queste son sensazioni da centellinare _ si dice _ e rallenta. Poi si alza, diretta verso la cucina per preparare il caffè. Istintivamente apre il rubinetto della vasca da bagno. E mentre la moka è sul fuoco, torna a guardare l’acqua che velocemente riempie la vasca. 

Il bagno mattutino con l’acqua fresca è la sua sveglia. Prima di infilare il piede nella vasca, è tutta arruffata, assonnata, con la bavetta del sonno bimbo che si è seccata all’angolo destro della bocca. 

Solo dopo quel tuffo, tutte le mattine, rimette in moto le meningi indolenzite dal sonno. 

 

Stavolta il passo non lo fa, Silvia,  per entrare nella vasca. 

Resta a guardar l’acqua e pensa:  lavandomi, l’odore andrà via. E dovrò aspettare il suo ritorno per riaverlo addosso. Ma tornerà? Quando? Mica l’ha detto. 

E allora corre in cucina: sulla porta del frigo non c’è alcun biglietto, stessa cosa sulla porta d’ingresso. Messaggi, zero. Non pervenuti. 

Tornerà? Ma quando?

Io, senza il suo odore addosso, non resto, si dice Silvia. Delle due l’una, cancellare o centellinare, trattenendo. Mica posso strizzarmi la pelle come un asciugamano bagnato ed estrarre il nettare per depositarlo in una bottiglietta. Mica posso chiamarlo e chiedergli di tornare per lasciare un campione di sé. Mi prenderebbe per folle e avrebbe pure ragione. 

E allora Silvia decide da sola: niente bagno mattutino, l’odore che porta addosso, va preservato. Si infila l’accappatoio, come a voler proteggersi, si dirige al lavandino. Con gesti veloci, si sciacqua la faccia. Almeno quella. Poi un passaggio veloce con la spugna sotto le ascelle. E basta. 

La schiena, il collo, la pancia, vanno salvati dall’azione detergente. Silvia si guarda allo specchio e si sente come una bimba sorpresa a mangiar la Nutella di nascosto, con il dito ancora sporco di cioccolata. Arrossisce al pensiero che le dice che per oggi  l’igiene può passare in secondo piano.

Lei ha solo voglia che quel profumo le resti addosso il più possibile. Vuole odorare di uomo, di lui. 

E c’è solo un modo: non lavarsi nei punti dove lui ha sostato a lungo, divertendosi e divertendola, impregnandole la pelle. 

Silvia annuisce a se stessa, ride e arrossisce. Se sapessero in ufficio, le colleghe la prenderebbero per matta. E per una poco attenta all’igiene.

Una persona non pulita equivale ad una persona da temere. E’ una persona che non si vuole bene. Ma qui non si tratta di affetto per sé _ pensa Silvia _ qui si tratta di preservare una perfezione. E’ una situazione di emergenza.

Lo avesse addosso tutti i giorni, quell’odore, si abituerebbe al fatto di cancellarlo al mattino, in cambio della certezza di ritrovarlo la sera. Ma così non è. E quell’odore è troppo forte, la inebria, la riporta diritta sotto di lui. Non ha voglia di dimenticare, Silvia. Meglio una giornata senza igiene personale _ si dice _ che veder svanire sotto l’acqua la scia chimica di una notte d’amore.

E non sentirsi più la pelle d’uomo.