Archivio Mensile: luglio 2010

L’amor proprio

Cara Ludovica,

quando leggerai queste righe io sarò già bella che andata. Ho lasciato sul letto il vestito marrone, quello con le spalline strette. Usa quello per vestirmi, tanto nella cassa mi dovete mettere e allora che si faccia, almeno, una porca figura.

Per favore, evita di mettermi le calze che anche se è inverno, la mia pelle sente solo l’estate. Evita di guardarmi, tra dieci anni, quando mi tireranno fuori dalla terra, se avrai l’orribile idea di farmi seppellire, dimenticando quello che io volevo. Ci saranno solo le mie ossa dentro quella cassa e non sarà un bel vedere.

Ti ricordi nonna Pina? Io c’ero quando l’hanno riesumata per spostarla nell’ossario. Era tutta raggrinzita con quelle calze di seta pesanti, che a lei piacevano tanto, color fumo di Londra, e il reggicalze nero. Nonna diceva che una donna era femmina, solo se lo indossava ogni tanto.

Io, di nonna, ricordo ancora i denti, tutti perfetti; non si sono consumati manco dopo 25 anni, tanti ne sono passati, quella volta, prima che mi apparisse davanti ossa e calze.

E visto che mi sono sempre sentita femmina senza, prima, non vedo l’utilità, dopo.

Mia anima, per favore, scuoti il capo, se diranno cose che non voglio sentire dire, e ricorda a tutti che io ho già deciso. Evita ai tuoi occhi sia la visione del mio corpo, quando mi avranno trovato senza fiato, sia la scellerata idea di mettermi a marcire nella terra, che mi è certo congeniale, e te lo sai , che mi sei sorella. Evita l’imbarazzo di un funerale vistoso con incensi e croci, che non ci sono tunnel a chetarmi, credimi.

Fammi ardere, che almeno resto al caldo. Che ho passato la vita a scaldarmi e perdere pezzi, lasciati dentro a comodini di case spesso estranee, alla ricerca di qualcuno che avesse la voglia di ricomporre il puzzle e appenderlo in salotto, per rimirarlo intero.

Ne sono certa, mancherebbe sempre un pezzo.

Io dell’amore ho avuto così tanto rispetto che mai ho puntato i piedi e mi sono sentita niente al suo cospetto e non ho chiesto e ho lasciato che chi voleva entrare, entrasse, e chi voleva uscire, uscisse.

Stamattina, alla radio, uno psicologo, manco ricordo il nome, diceva che l’autostima si alimenta fin da piccini, con le parole dei nostri genitori. E allora mi sono messa a cercarla, dentro di me, la stima, tra il pancreas e il colon, e quella non rispondeva ai miei richiami.

O era sorda o se n’era andata.

Poi mi sono detta, che se era fuggita via, sbattendo la porta, la sorda ero io. E se si era persa nei tanti pezzi di me che ho regalato in giro, non sapeva più darsi manco un nome.

Io, bimba cresciuta, guerriera stanca, mi sono persa nel cercar l’amor proprio, tra i pezzi masticati e leccati. E la camminata è diventata corsa frenetica e ho sentito, assieme al rintocco della vena della tempia, la voce di colei che dice che sono tutta  sbagliata e la carezza, carica di pena, di Piero, che non ha mai saputo tenermi.

E, sudata e fredda di mio, ho messo un piede dentro la vasca e ho aperto l’acqua calda.

Mi sono stesa e ho preso la boccetta dei sonniferi. Per deglutire le trenta pastiglie, ho scelto un Traminer aromatico. Non si dica che mi manca lo stile.

Per sicurezza, ho tirato anche un colpo di lametta sul braccio.

Mi sono rimessa a cercare e nella corsa mi sono addormentata, guardando il rosso del mio sangue fuoriuscire da me. E’ l’ultimo pezzo che va via.

Te  lo scrivo prima, che ho tutto in testa, come un filmato visto e rivisto, e fermato in ogni frame in sala di montaggio dal regista, per capire dove migliorare.

Solo che stavolta  si va via lisci, con la telecamera fissa sul rosso.

Te  lo racconto, prima di lasciarmi andare, perché voglio evitarti di vedere. Se te lo racconto io, sembrerà solo una delle storie che mi  piace raccontarti per farti addormentare. Te ti risvegli, io no.

Ti guardo intero

Guardo i tuoi occhi e ci vedo la laguna e mi sento cullare dall’acqua. Non torno bambina, mi sento donna, e l’acqua mi passa attraverso, mi rinfresca e mi allevia, mi libera e mi placa.

Guardo il tuo collo e ci vedo il vento e mi sento che mi muovo con te. E non sono altrove, ma sono qui, presente, cosciente, a desiderare e a muovermi, coscia  contro coscia, mano contro mano.

Guardo le tue gambe e ci vedo il sole e mi sento scaldata dall’affetto. Quello che mi dai e non mi dici e che mi lascia lì a chiedermi, poi, sudata, se è successo davvero o è solo quel che voglio, io, dare a te.

Guardo i tuoi piedi e ci vedo il cammino sull’erba fine e mi sento leggera. Ci possiamo andare senza scarpe, liberi e lievi, con la risata accanto senza zavorre inutili ad appesantire il piacere di stare.

Guardo il tuo culo e ci vedo il mondo, che vorrei far risuonare delle mie e tue risate.Sono qui a far l’amore con te, ti guardo tutto intero adesso e mi chiedo dove eri, ieri, che a ridere in due è meglio.

La buona creanza

In spiaggia fa caldo, sudo da tutti i pori che ho a disposizione. Potrei anche contarli tutti, che li sento, uno ad uno, mollare acqua dal mio corpo. Ma finirei con il dormire e lascio perdere.
Voglio prenderlo tutto questo sole e voglio godermela questa giornata.
Oggi compio 50 anni. E questo è l’unico momento di mare, con la pelle che sa di sale, che io posso concedermi quest’anno.
E’ dura vivere da precari, con contratti rinnovati ogni sei mesi, per telefonare alle signore all’ora di pranzo o alle nonne alla mattina
e proporre un viaggio di tre giorni, tutto incluso a 90 euro, a San Giovanni Rotondo per vedere il corpo di Padre Pio, per poi tornare a casa con l’ultima batteria di pentole in acciaio inox tedesco.  Questo è stato anche il mio ultimo stipendio, mi han pagato il mese con quelle. Ma sono così tante, che non so manco cosa cucinarci dentro. In frigo non ho così tanta roba.

Ad essere precari le ferie sono un ricordo, perché senza un guadagno vero non c’è quel sollievo al conto in banca, perennemente in rosso.
Non c’è serenità manco se vai a mangiare una pizza, perché il conto, poi, ti resta sullo stomaco più della pasta mal lievitata.
E allora oggi me la godo. In lontananza, verso il mare, vedo delle nubi nere, l’aria è pesante e afosa. Ho i capelli, che sembrano paglia bagnata.
Il vicino di ombrellone guarda l’orizzonte e poi si gira verso di me.
Mi sa che arriva il temporale, mi dice.
Io non mi scompongo, non muovo un muscolo.
Io resto qui, gli dico, senza manco girarmi a guardarlo. Sto bene su questa sdraio di plastica che cigola sotto il mio culo, con il libro che penzola dalla mano, l’occhiale scuro che scivola sul naso sudato.
Una goccia di sudore cade dal mento e lenta, si incammina lungo la pancia, forma una piccola pozza dentro l’ombelico.
Respiro fortemente e tiro dentro la pancia e la goccia scivola giù, a fatica, e si ferma sull’elastico dello slip.

Arrotondo tre sere la settimana servendo birre in un locale vicino casa.
E’ un lavoro noioso; io non parlo molto, che son sempre a farmi i conti in testa, e poi ci sono quelle tre ragazze slave che ballano sul palo che mi prendono in giro, che dicono che sono brutta e ho la cellulite sulla pancia.
E’ la parte di me che odio di più. A volte, sogno che con una pialla mi siedo in cucina, nuda, e tiro via tutto questo flaccidume che ho davanti e mi limo e la pancia non c’è più. E la pelle è tirata.
Io ci soffro quando quelle mi prendono in giro, perché io brutta mi vedo tutti i giorni mentre loro mi vedono solo tre volte la settimana. Devono esser stronze, dentro. Voglio vederle a 50 anni.

 Io non rispondo alle loro offese, abbasso gli occhi e pulisco il bancone.
Ma gli nego il bere sottobanco, mentre il proprietario non vede. Se chiedono, devono pagare. Come tutti.

Son immobile su questa sdraio che è la mia unica vacanza estiva e lo sento che il peso, che ho dentro e sulla pancia, potrebbe farmi cadere da un momento all’altro. E non ci sono mani, pronte a sollevarmi, che non siano quelle che muovono gli atti della buona creanza.
Sorrido, nel ricordare l’incubo di bambina che tenta di esser perfetta. Mi diceva mia madre: questo no, quello no. Non si fa e non si dice e se vuoi dirlo lo dici solo tra i quattro muri tuoi, meglio se da sola.
Mi ha educato con lo scalpello dei sensi di colpa. Comportati bene, Maria, me l’ha detto anche prima di morire. Usa la creanza, e vedrai che la vita ti sorride. Solo in Veneto potevano venirsene fuori con una parola così, la creanza, ovvero l’essere per bene. Ma solo agli occhi degli altri.
Io a 50 anni, con un lavoro che saltella e una vita stanca, un marito che mi ha mollato per una cecoslovacca, della buona creanza non so più che farmene.

L’ho data via. E  poi, a dirla tutta, sarò anche brutta e con la pancia che non so dove nasconderla, ma quando Attilio arriva a suonare alla mia porta di casa, io mi sento che non son proprio così fatta male. Dentro e fuori.
Attilio, pensionato e vedovo, l’ho incontrato al bar. Abita a due isolati da casa, mi fa compagnia tutte le sere. Si accomoda al bancone, chiede una Sambuca con la mosca e ogni tanto ci parliamo. Mi racconta la sua giornata, io finisco a volte a far i conti delle spese ad alta voce e lui mi dà una mano con le addizioni. Anche lui ha la pancia. All’inizio pensavo gli facesse schifo, ma a lui interessa altro.
E io glielo do, l’altro, e mando a quel paese tutta la più buona creanza. La prima volta che mi ha chiesto se facevo una cosa per lui, mi aspettavo che mi chiedesse soldi. Anche lui non se la passa bene.
Quella sera si era offerto di portarmi a casa in macchina e visto che nel locale c’erano dei tipi che non mi piacevano, gli ho detto di sì. E in macchina mi ha chiesto se facevo quella cosa. E io mi sono girata e gli ho tirato uno schiaffone, con tutte e cinque le dita rigide.
“Screanzato”, gli ho urlato.
Che la creanza lui non ce l’aveva mica nel domandarmi una cosa simile. A settant’anni.
“Me la fai annusare?”, ripetè, lui, tenendosi il viso. Ma lo disse con un tono di voce più profondo e forte, quasi arrabbiato.
E io rimasi a pensare a tutte le volte che avevo fatto le cose con modo, senza mai andar contro la mia condizione di figlia di cristiani che andavano la domenica a messa e mai hanno bestemmiato, in pubblico. E mai si sono sfiorati, in pubblico.
E l’ho portato dentro casa, mi sono stesa sul letto, ho tolto le mutande, ma ho lasciato la gonna e pure la cintura, quella elastica che mi serve per nasconder la pancia. E Attilio è rimasto fermo, in piedi, a fissarla. E io ho chiuso gli occhi, che avevo vergogna. E lui non si è mosso. Io allora ho riaperto gli occhi e ho pensato che guardava la pancia, da sotto la gonna alzata e invece lui guardava giù, tra le gambe. E aveva gli occhi dolci.
Mi ha detto che non era mica vecchia e brutta, pareva la vagina di una quarantenne. L’immaginava sempre umida.
Io gli ho risposto che non sapevo, francamente.
Allora Attilio ha preso la seggiola vicino al letto, si è seduto appoggiando le mani al materasso e ha guardato. E poi mi ha detto: toccati.

Erano così tanti mesi che non lo facevo, che stavo sempre a far i conti, e allora ho mosso lentamente il dito per sfiorare la clitoride e il fremito mi ha fatto tornare la vergogna. Ma ho continuato  a muovere il dito, più veloce e poi andavo a sfiorare l’ingresso, mettevo e toglievo il dito e poi l’ho lasciato, dentro  e  sentivo sobbalzare.
Ho smesso di annotare spese, bollette, scadenze, l’affitto quando Attilio si è fatto avanti e ha appoggiato il naso tra le mie gambe. E tutto l’odore se l’è preso lui e se ne è andata anche  l’ultima buona creanza che mi era rimasta.