Archivio Mensile: novembre 2011

Lontano

Questo racconto l’ho scritto per Setteperuno.it. Lo hanno pubblicato ad agosto e voglio riproporlo qui, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne.
Non mi piacciono molto queste ricorrenze, davanti alla violenza l’impegno deve essere quotidiano, non basta un giorno per lavarsi la coscienza. E davanti alla violenza, specie sulle donne e le persone più indifese, non è possibile tacere.
Nella mia città, Mestre, mesi fa è accaduto un fatto: una prostituta nigeriana è stata uccisa e non si sa ancora chi è stato. La polizia ha diffuso la foto di un furgone, quello dell’assassino probabilmente, e si cerca aiuto tra i cittadini.
Se ne parla in questo articolo, che metto qui, prima del testo di “Lontano”, perché se qualcuno ha visto, è bene che parli. E chiami il 113.

Io “Lontano” l’ho scritto pensando a quella ragazza.

Atto Primo

Corpo che cade, tonfo, come di sacco pieno di ossa sparpagliate. Non so più dove stanno le mie ossa, vedo buio. Il dolore è silenziosa e lunga stanchezza. Il sangue mi esce dalla testa, lo sento il cranio che pulsa, nella caduta il cuore ha volato in alto, fin dentro il cervello e occupa adesso tutto il cranio, che batte e il dolore è lenta e lunga stanchezza che pulsa.
Ho voglia di dormire, tengo gli occhi chiusi che il sangue non voglio vederlo ma la mia mente me le rimanda le immagini di quel che è successo. Sembra un film visto alla tv.
Il mio corpo, sollevato dal letto e caricato in auto; mani forti che mi prendono per le caviglie e i polsi. Io che non reagisco, mi basta non sentir più male. Io che fingo di dormire dopo lo svenimento. Corpo morto, pesante. Mi sollevano quelle mani e all’improvviso l’urto. Sento la schiena che sbatte, credo, contro un mobile, lo spigolo mi penetra nel costato.
Accenno un soffio di dolore, che ho paura di urlare mentre fingo di dormire. Capiranno, penso, che non ne posso più e mi lasceranno perdere.
Voce non ne ho più e mi esce solo quel sibilo. Patetico.
Quelli, che non so più quanti sono, manco se ne accorgono.
Non sentono, come non sentivano prima. E mi stringono polsi e caviglie con più forza e procedono, giù di corsa per le scale. Non l’ho sentito il rumore della porta che si è aperta, giù all’ingresso. Ma ho captato il rumore delle portiere dell’auto aperte col telecomando e il mio corpo scaricato sul sedile posteriore, come sacco vuoto, senza peso perché senza ossa. E dormo mentre sento il rumore del motore che si mette in moto e delle marce inserite con la velocità che aumenta. Hanno fretta evidentemente. Loro di liberarsi di me, io di restare da sola. Le ruote della macchina in curva stridono. Passano cinque minuti o forse dieci, non lo so. Poi la macchina rallenta, il motore non si spegne ma l’auto rallenta, la freccia resta inserita. La macchina accosta; manco ci penso a scendere da sola. Sento la portiera che si apre, i miei piedi che scivolano portandosi dietro tutto il vuoto del mio corpo, tirati da più mani, sento le pressioni differenti ma non ne sono certa. E poi la mia testa perde il contatto con il sedile e rimane un attimo come sospesa nel vuoto e dopo sento il colpo di corpo che cade e ossa sparpagliate, la testa che pulsa, il cuore che salta in alto e scalza via il cervello e il sangue mi cola negli occhi, caldo. E io li chiudo forte, gli occhi. E mi lascio andare al dolore che stanotte sembra non esserci pace per me e trattengo il fiato e il dolore è silenziosa e lenta stanchezza. Lo sento il freddo del marciapiede e la pelle che si incolla all’asfalto che la gratta. Subito la macchina riparte, prima e seconda e terza, inserite di fretta, e , dopo poco, la ruota che sgomma laggiù in curva. Ora sono sola.

Atto secondo

Mi è sempre piaciuto parlare poco e ascoltare. Adoravo il silenzio anche quando stavo a Benin City e mia madre mi diceva che dovevo al più presto partire, andarmene lontano, via da quella merda.
E io mi immaginavo quel lontano come un posto senza odio, dove potevo ballare senza paura e dormire con le finestre aperte, e non aver mai il pensiero dei soldi che non c’erano. Un posto dove diventare ricchi in fretta, dove non c’erano riti e tribù ma palazzi moderni e dignità. Dove non rischiavi ogni sera, tornando a casa da sola, di ritrovarti addosso mani ignote.
Io lo sentivo che in quel posto, lontano, dove mia madre voleva andassi, non sarei mai diventata come il vecchio elefante che avevo visto da bambina mangiare l’immondizia ai bordi del villaggio di nonno. Una volta sola l’ho visto, il vecchio elefante, ma mi è bastata. Mi ha messo addosso la tristezza della morte che attende il suo turno.
Troppo presto ho smesso di giocare con le bottigliette vuote di Coca cola e ho iniziato a lavorare con mamma alla stireria. Non c’era più tempo, manco di andare a cercare gli elefanti, anche quelli vecchi e rugosi che mangiavano l’immondizia, anche se si vedeva che non gli piaceva mica.
E quando mamma mi ha fatto salire sull’aereo, con il passaporto trattenuto dall’elastico delle mutande e la valigia con dentro tutti i miei vestiti, quelli cuciti da lei, mi ha detto che lontano avrei avuto una possibilità e che lei aveva pagato affinché io avessi un lavoro e vivessi serena. E davanti alle possibilità non si resta mai in dubbio. Si va.
I soldi messi via in tanti anni di maglie e mutande stirate li ha usati per il biglietto dell’aereo e il lavoro da cameriera per me in Italia, un posto che ho dovuto cercarlo su internet perché mica sapevo dove stava.
Mamma mi ha detto che dovevo pensarla tutte le mattine e non sprecare soldi per telefonare ma un giorno, quando sarei diventata ricca, dovevo spedire a casa il segno che ero ancora viva. Meglio se in dollari che si cambiano in fretta. Io ho annuito, attenta, e sull’aereo ricordo che ho dormito tanto, rilassata perché stavo per andare lontano.
E quindici ore sono passate in un continuo dormiveglia, un occhio chiuso e l’altro no, con la mano a proteggere il passaporto tenuto dall’elastico delle mutande e a guardare ogni tanto fuori e provare a fare il gioco delle forme con le nuvole, solo che ho visto tantissime capanne e manco un elefante. Poi sono arrivata a Roma e ho aspettato due ore fuori dall’aeroporto che venissero a prendermi e c’era tanto traffico di gente e di macchine che non era diverso da casa mia, solo che le macchine erano diverse, moderne, e c’erano un sacco di persone con la pelle bianca. Le donne facevano finta di non vedermi e ho pensato che potevano passarmi attraverso. Gli uomini mi sorridevano e si davano di gomito uno con l’altro, passandomi a fianco. Mi pareva di esser senza le mutande e io con la mano controllavo sempre che il passaporto stesse fermo sotto la pressione dell’elastico.
Poi è arrivata quella donna, che mi ha chiamato col nome che usava mamma e mi ha fissato a lungo prima di dirmi di darle il passaporto e di seguirla che mi avrebbe portato a lavorare. E io da quel giorno non ho più visto il passaporto e ho cominciato a togliermi le mutande.

Atto terzo

Ci sono sere che fa così caldo d’estate che l’asfalto della strada toglie il respiro anche a mezzanotte e io non le metto le mutande. Non mi chiamano più neanche con il nome che usava mamma.
Adesso uso nomi diversi, quando arriva il controllo dei carabinieri io me ne invento uno al momento, tanto i documenti non li ho. Dico che ho trent’anni ma ne ho fatti 23 pochi mesi fa.
Quando si fermano i signori, con la macchina, dopo esser passati due volte per la strada per guardarmi bene, io di solito gli dico che mi chiamo Joy, Gioia. Che ci sia di gioioso in me mica lo so dire…
Ma è il nome di mia sorella più piccola, che è rimasta in Nigeria con mamma, nella stireria. Io spero che a lei vada meglio; sono sicura che mamma pensa di mandare lontano anche lei. Ma il lontano che pensavo io non è quello che pensavamo noi, a casa, a Benin City.
Trenta di bocca, cinquanta in figa. C’è la concorrenza delle moldave e bisogna abbassare i prezzi per restare attraenti. Se non guadagno, la signora mi tiene senza mangiare e mi chiude in camera.
E poi arriva Paulo, il suo amico, a riempirmi di botte. Io pensavo che lontano, qui dove sto, su un marciapiede della Pontebbana, provincia di Treviso, stavo meglio che a casa mia e invece la signora mi insulta perché è ancora questione di tribù e di soldi, come in Nigeria. Mi picchia Paulo e mi picchiano anche i clienti.
Io pratico il silenzio come forma di difesa. Sto zitta. Ma imparo, ascolto tutto. Ho trovato una sera mentre mangiavo un kebab prima di cominciare a lavorare un libro tutto stropicciato buttato in un cestino dell’immondizia. Si intitola “La mia Africa” e l’ha scritto una signora danese ( un altro posto che ho dovuto chiedere per capire dove era) che si chiama Karen. Mi hanno detto che parla dell’Africa e voglio leggerlo.
Una sera al controllo dei carabinieri, gli ho detto al maresciallo che mi chiamavo così, Karen. E lui ha riso forte. Che stronzo.
“Eh certo e adesso mi dici che sei pure alta e bionda, eh?”. E io ho annuito, che mi hanno detto alla casa che ai carabinieri bisogna sempre dire di sì. E lui mi ha dato uno schiaffo.
“Sei più nera della notte, troia”. Quella parola io lo so cosa vuol dire, è una delle prime che ho imparato in Italia. Adesso ne voglio imparare altre, più gentili, leggendo questo libro. Almeno passo bene il tempo libero nella casa quando non riesco a dormire. Mi capita di restare ore ad occhi aperti di pomeriggio, quando mi butto sul letto per dormire che poi la sera dalle 22 sono a lavorare. Ma non ci riesco.
Non dormo perché ho paura di sognare il vecchio elefante in mezzo all’immondizia. Se sogno, lui viene sempre a trovarmi. Mi viene a trovare da quando sto qui, nella provincia di Treviso. Smette di mangiare in mezzo alla sporcizia, mi guarda, solleva lentamente la proboscide e con quella si toglie un occhio, lo strappa via, e me lo mette tra le mani e io, nel sogno, lo metto al posto del mio occhio sinistro. Poi mi sveglio tutta sudata. Mi sa proprio che ho preso gli occhi tristi dell’elefante e li ho fatti miei.

Atto quarto

Se una persona è cattiva te ne rendi conto subito da come si comporta con chi non ha modo di difendersi. Nella mia famiglia mi hanno sempre detto di star lontano da chi ha gli occhi cattivi. Al villaggio del nonno c’erano ragazzini che quando arrivava il vecchio elefante a mangiare nei bidoni dell’immondizia, andavano a buttare la benzina dentro la latta e davano fuoco, e lui, il bestione, si bruciava la pelle pur di prendere le bucce. Aveva tanta fame. Tornava a quel bidone per quello, secondo me. Una volta, mi ha detto la mamma, i ragazzini gli sono corsi dietro con i coltelli e ridevano e l’elefante correva piano che era vecchio e loro, i ragazzi, gli hanno aperto squarci nella pelle rugosa, con il sangue che colava ovunque. Ma lui è sempre tornato, dopo, al bidone delle immondizie.
Io dovevo riconoscerli gli occhi cattivi quando quei tre mi hanno chiesto se volevo andare con loro per centocinquanta euro che sono tanti soldi per tre rapporti. E dovevo dire che mi dovevano portare indietro quando non hanno preso la stradina che gli avevo indicato ma sono andati via sgommando e ridendo fino a quella casa che era di un loro amico.
Quando si è chiusa la porta alle mie spalle, con la serratura che ha girato tre volte, io ho capito che quei tre erano cattivi. Non sono stata attenta. Erano due giorni che non dormivo.
E quello che mi hanno fatto, dopo, ha solo confermato che sei sei debole il cattivo gode. Più imploravo, più loro hanno riso di me e dei miei no. Mi hanno chiamato sporca negra, mi hanno lavato con il sapone e la spazzola dei piatti, perché dicevano che puzzavo. Mi hanno detto che ero lì per una cosa, divertirli. Come i ragazzini con i coltelli del villaggio, loro volevano vedermi sanguinare e hanno usato di tutto, persino le bottiglie della birra che io non ho mai visto qualcuno fare cose simili e mi sono protetta col silenzio, sperando che sarebbe finito tutto in fretta e invece no, loro non si sono stancati finché io non ce l’ho fatta più e ho gridato forte e dopo ho sentito il cuore entrarmi nel cervello e cominciare a battere come un tamburo e sono caduta sul letto svenuta. E solo allora hanno smesso.
Ma hanno continuato a ridere quando mi hanno caricato in macchina e portato via dalla casa. Hanno sghignazzato quando mi hanno buttato sul marciapiede. Ho sbattuto la testa sul cordolo e allora hanno smesso di parlare. Io adesso non vedo più niente. Sento l’asfalto che mi gratta la pelle e ho voglia di dormire senza aspettare che qualcuno si accorga di me. Il dolore è lenta e silenziosa stanchezza. Il vecchio elefante è qui, lo sento, è venuto per i miei occhi ma quelli sono già andati. E allora aspetta. Il tamburo nella testa batte ma piano.
La morte, quando arriva, fa rumore. Anche qui, lontano.

Samopal

Samopal sistemò il pacchetto sotto al deambulatore celeste e uscì dal centro sociale, tra un’ala di compagni che lo guardavano fieri e gli battevano le mani sulle spalle, per incitarlo.
Pina era l’ultima della fila del comitato di saluto.
“Piero, tesoro, vorrei vederti tornare”.
Pina gli disse quelle parole, a voce bassa, quasi vergognandosi. Sapeva che il suo Piero stava facendo qualcosa di importante, ma insomma, lei lo voleva veder tornare.
“Non mi chiamare Piero, dai. Vedrai che torno”.
Samopal, all’anagrafe Piero Panni, 73 anni, un passato in consiglio di fabbrica a Porto Marghera e poi il lavoro nel sindacato e poi quindici anni passati a lavorare in una cooperativa come impiegato, nell’entroterra veneziano.
Da tre anni era finalmente in pensione, con la minima.
Lui guardò la Pina con la faccia di chi sa che ha una missione da portare a termine e l’amore deve attendere.
Bella cazzata, pensò Samopal.
Ci aveva messo anni per arrivare alla pensione e accorgersi di amare la sua vicina di casa, la Pina. E adesso, in pochi minuti, chissà cosa sarebbe rimasto. Di lui.
Samopal si diresse con questo pensiero verso il cortile del centro sociale, camminando lento, tenendosi stretto alle maniglie del deambulatore. Sapeva perfettamente che gli altri, i compagni, lo stavano fissando.
E lui riusciva solo a pensare che, nonostante tutto, quei tre anni da pensionato, passati a casa, con una come la Pina a fianco, non erano stati affatto male. Perché dove la trovi una che quando la baci ha la bocca che sa di caco. E che se mangi il caco viene là e ti lecca la faccia, le dita, gli angoli della bocca, che lo vuole mangiare anche lei, ma non da sola, assieme a te, proprio. E allora il caco era diventato il frutto della sua ritrovata virilità a 70 anni, con la gioia di andar in doppietta a pochi secondi di distanza, che una come la Pina, cosa vuoi, era incontentabile. E Samopal pensò che tutto, alla fine, lo doveva avere un senso, anche se lui fino a quel momento non l’aveva capito bene e invece mentre camminava, passo passo, lento lento, tirando i manici del deambulatore, aveva chiaro che se stava facendo tutto questo, e aveva il coraggio di farlo, e si era cambiato il nome da Piero in quello di Samopal, era perché lui non si arrendeva.
Non si era arreso negli anni del consiglio di fabbrica, non si era arreso fino all’attività nel sindacato. Poi sì, l’aveva fatto. Si era stufato di quell’andazzo generale che i furbi sono i meglio e gli onesti sono solo coglioni.
Ma poi, con una compagna come la Pina vicino, tutto era cambiato e al centro sociale quando gli amici cominciarono a dire che qualcosa bisognava fare, che era ora e tempo di impegnarsi, lui e la Pina pensarono che era giusto agire e cominciarono a portare le giacche arancio, color del caco, che era il frutto del loro amore e del loro sesso, e se c’è, porcoquaporcolà, del sesso sano a settant’anni vuoi non poter fare quello che sto per fare io?
Samopal non si arrende.
Se l’era detto così tante volte in quei quindici giorni di preparativi, che, ricordarselo di nuovo, gli serviva per darsi la carica e camminare, mentre gli altri lo fissavano dal portone del centro sociale. Lo sapevano tutti che sarebbe andato, passo passo, lento lento.
Ci avrebbe messo il necessario.
Solo Pina non sapeva esattamente a fare cosa. Per carità lei sapeva che c’era un pacco da consegnare e che Samopal era stato scelto per la consegna e che dopo avrebbero tutti parlato di lui ma lei non sapeva esattamente cosa c’era nel pacco.
Sapeva a grandi linee ma Samopal quella mattina, quando lei gli aveva fatto un sacco di domande a letto, dopo avergli garantito un dolce ammainabandiera, non gli aveva spiegato tutto nei particolari.
Samopal lo aveva fatto non perché non si fidasse di lei, anzi, era la sua compagna, che è più di una moglie a pensarci bene.
Solo non voleva vederla piangere, perché anche le lacrime della Pina sapevano di caco e lui con il deambulatore davanti non avrebbe resistito e non si sarebbe messo a camminare.
La lotta richiede impegno, perseveranza e pure qualche bugia. Sì.

Samopal ci mise 45 minuti a percorrere il chilometro e mezzo che divideva il centro sociale dall’ufficio dell’Inps del paese. Quarantacinque minuti che passò a caricarsi come una molla, con la mente a ripensare a quegli ultimi anni, che non erano stati solo di amore ma anche di rabbia.
Con la pensione che doveva arrivare ai 67 anni e che venne posticipata per legge tre anni dopo, perché non c’erano più soldi nelle casse dell’Inps. Con una disoccupazione schizzata in alto e un paese in cui un italiano su due non lavorava e non erano solo giovani ma anche i cinquantenni a stare a casa senza prospettiva.
In quel 2022 gli anziani erano i più delusi, secondo i sondaggi, dal governo di salvezza nazionale che da dieci anni governava la crisi che doveva durare poco e invece era diventata la quotidianità.
Le elezioni non le volle nessuno perché c’era la crisi e le pensioni vennero congelate e c’era chi a 70 anni entrava in ufficio temendo l’infarto alla scrivania e se eri tra quelli che un lavoro non lo avevano più ti davi ai traffici al nero, di qualsiasi tipo, pur di campare.
Al centro sociale Scotti, non quello del riso ma quello del milionario, aperto dal Gianni che con la vincita alla nota trasmissione tv anni prima aveva rilevato la vecchia bocciofila, si erano ritrovati in tanti a cercare qualcuno con cui parlare. Perché erano anni silenziosi, di paura, di manifestazioni vietate e di governi che si rimpastavano di mese in mese ma non c’era uno straccio di consenso e allora la Pina, che era la sorella del Gianni, un giorno aveva portato il Piero, là, per fare una partita a carte e non stare sempre da soli, e lì il Piero aveva trovato alcuni vecchi colleghi di fabbrica e del sindacato, alcuni ancora iscritti al Pd e pure altri, che erano amici una volta e che poi erano diventati leghisti e poi erano rimasti anche loro delusi.
E quei vecchi si erano messi a parlare e lamentela chiama lamentela e fastidio porta rabbia.
E così si erano decisi, un giorno.
Bisognava far capire che così non si poteva andare avanti e allora Piero era diventato Samopal e chi è vecchio lo sa il perché.
E se bisognava lottare, Samopal pensò che doveva essere lui il primo, quello che doveva lanciare il segnale e altri poi sarebbero arrivati.
Ci misero quindici giorni a studiare come fare e cosa doveva fare Samopal e quel giorno, il 25 aprile del 2022, che era il giorno della Liberazione ma oramai da cinque anni non lo si festeggiava più perché c’era la crisi, il governo di salvezza nazionale e tutte le feste erano state bandite tranne il Natale e il 1 novembre, che i morti comunque van rispettati, lui, Piero, prese il pacchetto, lo infilò sotto il deambulatore celeste, passò davanti ai compagni schierati che gli davano pacche di incitamento, parlò alla Pina e uscì in strada. Era una bella mattina di aprile, fresca ma non fredda, assolata e il palazzo dell’Inps con le sue vetrate a specchio rifletteva i raggi del sole e Piero si guardò nella porta finestra dell’ingresso, vide riflessa la sua camicia arancione, pensò al gusto del caco, al sapore della bocca della Pina e tirò fuori il pacchetto da sotto il deambulatore.
Aprì il coperchio e la dentiera lo guardò dalla scatola.
Era composta da una base di plastico su cui erano stati posizionati i denti della vecchia dentiera del Gianni, che lui aveva deciso di donare alla causa. Il detonatore lo avevano posizionato sugli angoli, così quando si doveva muovere la bocca, lui scattava.
Ci avevano provato per giorni nel retrobottega del centro, mentre la Pina e le altre donne, vendevano torte fatte in casa e panini e bottiglie di vino ai clienti per sovvenzionare la causa.
All’idea dei denti e all’esplosivo ci aveva pensato il generale, che era un appassionato di storia della Prima guerra mondiale.
Samopal guardò la dentiera, alzò la testa verso il palazzo dell’Inps, fece cenno alla guardia giurata di aprirgli la porta. Quello stava guardando una puntata di un talk show in televisione e fece scattare la serratura, senza preoccuparsi. Samopal avanzò col deambulatore urlando “Merdeeeeeee, siete delle merdeeeeeee”.
Lo gridò tre volte prima che il vigilantes gli andasse contro urlandogli: “Nonno, basta! Non rompere”.
Samopal gli sorrise e dalla tasca della giacca arancione tirò fuori la dentiera e la infilò in bocca. Strizzò l’occhio alla guardia, chiese scusa alla Pina per la bugia, e chiuse di scatto la bocca, facendo sbattere i denti.