Archivio Mensile: maggio 2010

L'incrocio

Le giuro, signor commissario, che non è come pensa lei, io quell’uomo non lo conosco.
Ah, lei sa che ci ho vissuto assieme due anni. Gliel’ha detto la vicina.
750 giorni, commissario. Abbiamo vissuto assieme due anni e venti giorni, esatti.
Ecco, io so chi è, ma quando è successa quella cosa lì, io non lo sapevo, quindi se non sapevo chi era come faceva ad esserci intenzione da parte mia?
Non mi crede, lo leggo nei suoi occhi.
E del resto, in condizioni normali farei fatica a crederci pure io,
se non fosse che è capitato proprio a me e quindi le posso testimoniare che è tutto vero.
Ho agito con dolo, lei dice.
Dolo è un paese vicino a casa mia, commissario. Ci volevo comprare casa, anni fa. Perché c’è il fiume. Mi viene da sorridere a sentir come lo pronuncia, commissario, Dolo, ma lei ha la faccia dura di chi ha deciso che io ho torto e vado punita.
Che mi vuole mandare in galera? Aspetti, non corra subito alla soluzione.
Le cose sono andate in modo diverso da come le vede lei, mi lasci almeno provare a raccontarglielo un’altra volta.
E stavolta lei mi deve seguire bene, con attenzione.
Non si fermi alle evidenze, vada oltre per una volta. Provi ad immaginarsela la scena di quella cosa lì.
Allora, io ero in macchina, ferma all’incrocio.
La radio trasmetteva “I’m on fire” di Bruce Springsteen. Bella canzone, vero?
Ah, a lei non piace Springsteen. Strano, è la prima persona che sento dire una cosa del genere. Comunque, dire
quel che ci piace o meno non ci porta diritti in galera, per ora. Niente sarcasmo, ok.
Allora, dicevo. Ero ferma al semaforo, c’era il rosso. Poi è scattato il verde. Ho girato l’occhio verso sinistra mentre facevo la curva per svoltare alla prima traversa a destra e allora ho visto quell’uomo passeggiare sull’altro lato del marciapiede con il suo cagnolino, al guinzaglio.
Chi era? Non lo so mica. Aveva una faccia anonima, di quelle che ti passano davanti tutti i giorni centinaia di volte e non ti provocano
manco un oh di interesse. Nessun effetto, glielo posso assicurare.
Perchè ho girato la faccia verso di lui, allora? Non lo so. Non riesco a darle una motivazione, è solo successo. Forse volevo vedere se la vetrina del negozio di scarpe era stata messa a posto, che la settimana prima i ladri hanno sfondato il vetro per portarsi via la cassa. L’ho letto sul giornale.
Sì, deve esser stato per quello che ho girato la testa. Ma non c’è stato un pensiero a dettare il movimento, gliel’ho detto che stavo cantando. Sì, cantavo Springsteen. Quello che a lei non piace.

Ho guardato l’uomo, poi la vetrina e niente, ho girato l’occhio verso destra e ho visto la ruota della bicicletta sulle strisce pedonali. E allora per evitare di finire contro la bicicletta, ho sterzato tutto a sinistra e il sobbalzo della ruota della macchina sul marciapiede
è arrivato subito e mi ha sorpreso per la fretta che ci ha messo e non sono riuscita a frenare, il volante vibrava tutto e io non lo tenevo.
Poi ho sbattuto contro l’angolo del negozio di scarpe ed è scoppiato l’airbag. Un paio di minuti sono rimasta con gli occhi chiusi, a sentire il mio respiro, muovendo le dita dei piedi per capire se ero viva o stavo andandomene all’aldilà.
Non c’era alcun tunnel di luce ma solo nero nei miei occhi e allora li ho aperti e ho alzato la faccia dal volante e ho visto un sacco di gente che guardava dentro dal finestrino e un signore che provava ad aprire la portiera della macchina e poi ho visto quell’uomo a terra, che urlava, che si teneva la gamba e mi urlava contro che ero
una bastarda.
Ma glielo giuro, neanche in quel momento, l’ho riconosciuto. Non vedevo altro che la bocca aperta che potevo veder l’ugola vibrare e poi il fondo nero da cui usciva quella voce rancorosa. Nessun tunnel di luce. Mi son detta che era meglio aspettare prima di scendere.

Lei continua a guardarmi con la faccia di chi non crede per niente a quello che dico, vero?
Ero dentro la macchina, mi toccavo la fronte, che era tutta sudata e fredda, e mi guardavo le gambe.
Quell’uomo invece steso sul marciapiede continuava a tenersi il ginocchio e a rotolare.
Poi è arrivata l’ambulanza, ho sentito il rumore della sirena e subito dopo era a fianco della macchina. Allora ho alzato la sicura della porta e ho fatto per scendere dalla macchina.
“Barbara sei una stronza, io ti rovino”, ha urlato quello a terra
e mi son fermata lì con una gamba giù e l’altra dentro la macchina a fissare quello sconosciuto che sapeva perfettamente come mi chiamavo. E l’ho fissato, perché volevo capire come aveva fatto a dire un nome a caso, azzeccando il mio. Ed è stato allora, che ho intuito in quel suo modo di scandire le lettere che compongono il mio nome, qualcosa di assolutamente familiare. E fastidioso.
Solo allora ho visto Paolo, l’uomo con cui ho vissuto per due anni. Son passati sette anni, commissario, non un giorno. Le persone cambiano, lui poi adesso è praticamente calvo e porta gli occhiali. Anche io sono diversa, sono dimagrita dieci chili.
E’ successo che mi sono dimenticata di lui. Sì. Questo le sto spiegando. Le pare impossibile… Anche a me pare incredibile che a lei non piaccia Springsteen, dottore.

Sette anni e non mi sono mai fermata una volta a pensare alla sua faccia. Mai una volta l’ho sognata. Lui nei miei sogni, all’
inizio, c’è capitato ma non aveva mica volto. Succede. Mi sono dimenticata di lui, della sua faccia e del suo corpo.
Del resto, non ne sento assolutamente la mancanza.
Solo la voce, quel modo fastidioso di scandire il mio nome, quello che utilizzava quando doveva rimproverarmi, e le assicuro che capitava tutti i giorni, non l’ho mai dimenticato. E solo quando mi ha urlato contro , l’ho riconosciuto.
E’ andata così.
Non c’era giorno, in quei 750, dottore, che non partisse la critica, per qualcosa che facevo o non facevo.
Non c’era volta in quei due anni e venti giorni che ho vissuto con lui, stirandogli le camicie e preparandogli la colazione, che non mi trovasse imperfetta.
750 giorni, dottore, di recriminazioni, critiche e sfottò. Per come ero, per come volevo essere.
Li ho contati, sì, i giorni che ho passato con lui.
E quindi se ricordo, lei dice, c’è stata eccome intenzionalità da parte mia. Potevo far a meno di sposarmi, eh? Ma guardi che l’anno che abbiamo passato da fidanzati, prima del matrimonio, Paolo mica era così. Anzitutto il mio nome lo sussurrava, ansimandomi sul collo e chiedendomi se gliene davo ancora…Poi era gentile, veniva a prendermi al lavoro. Si andava al cinema, poi in pizzeria e poi a far l’amore in Riviera del Brenta, in uno dei tanti punti poco illuminati della Statale. Lui preferiva farlo vicino alla villa La Malcontenta, che gli piaceva tanto. Mi diceva anche che un giorno me l’avrebbe comprata. E sussurrava il mio nome, baciandomi il collo, prima di aprir la portiera e lasciarmi davanti casa. Poi, da sposati, siamo andati a vivere assieme in un appartamentino in centro. E io mi sono accorta subito che non era mica l’uomo che veniva a prendermi al lavoro, che mi trovava irresistibile e unica. Non sapevo mica chi era quell’individuo che mi trovavo attorno. Ha cominciato a guardar tutto quello che facevo, a criticare ogni gesto. Sussurri? Manco un fiato sporco di vino. Ho resistito, gli ho dato il beneficio del dubbio; ho pensato che anche per lui, abituato a star da solo, era difficile all’inizio vivere in due.
Poi, alla fine, non ce l’ho fatta più e l’ho cancellato.
Puff, via. Sette anni di pace.

Insomma, con tutta la fretta che ho avuto di dimenticare il mio ex marito dovevo andare ad incontrarlo ad un incrocio,
mentre sterzavo per evitare di investire un ciclista. Se è successa quella cosa lì, è solo colpa della sfortuna.
Nessun dolo, nessuna intenzione. Solo sfiga.

Rida pure, dottore. Lo sfortunato è il poveretto che ho investito.
La pensi come vuole, lei che pretende di essere capito per la sua totale mancanza di orecchio musicale, visto come mi tratta
Bruce Springsteen.
Lei dice che se la passa peggio quell’uomo, con il bacino fratturato. Sicuro? A lui basterà un gesso e un pochino di fisioterapia per riprendersi.
A me, invece, ci pensi un attimo, lei che è così certo di tutto, chi è che mi ridà due anni e venti giorni di vita?

La cleptomane

La prima volta era successo con un paio di mutande, di cotone, grigie. Lui le aveva lasciate sul pavimento, a fianco del letto, e lei, che si era alzata per andare al bagno in piena notte, le aveva calpestate. Poi le aveva raccolte e annusate e ci aveva ritrovato il suo odore. Un misto di melissa e pepe bianco.
Quell’odore la lasciava senza fiato, capace solo di chiedere, a voce bassa, ancora. Spesso ci aggiungeva un per favore.
Stringeva le mutande tra le mani quando si mise a sedere sulla tazza del water e fu un gesto istintivo allungare il braccio e metterle nel primo cassetto a destra del mobile del bagno.
Due giorni dopo, cercando una forcina per i capelli, riaprì quel cassetto e ci trovò dentro le mutande grigie e si disse che era stata sicuramente colpa della sonnolenza se erano lì dentro.
Lui, alcuni giorni dopo, tornò ma lei non gli disse niente e manco gliele restituì. Fece solo finta di non ricordarsene più.
Invece, quando era sola, ogni tanto apriva il cassetto e toccava le mutande e sentiva più lieve l’assenza di lui che era sempre in viaggio e solo ogni tanto, quando poteva, tornava. Dopo le mutande di cotone, fu la volta della maglietta bianca, del fazzoletto con le iniziali ricamate, della cravatta blu e di un calzino nero. Tutti finirono nel cassetto del bagno, a farsi compagnia.
Un pezzo di cotone non fa un corpo; una cravatta non ricrea un volto che rasserena. Lei lo sapeva e si sentiva stupida a praticare questa sorta di cleptomania amorosa, ma quando arrivava la smania dell’arraffamento lei sapeva solo agire, lasciando i sensi di colpa e la vergogna ai giorni successivi. Quando era sola e apriva il cassetto, l’euforia del ritrovare intatto l’odore di lui, giustificava, man mano che la consapevolezza cresceva, il senso di vergogna per la sottrazione. Talvolta, però, il rossore le accendeva il viso quando incrociava il suo stesso sguardo allo specchio, mentre annusava la maglietta bianca di lui.
Allora doveva richiudere in fretta il cassetto e non pensarci più, alla smania.

Non aveva mai rubato niente nella sua vita, neanche una caramella dal cesto sul banco del panificio dove andava, quando era piccola, a comperare il pane. Al cesto non ci arrivava e lei lo fissava dal basso e se lo immaginava pieno di dolci succosi e grossi, da masticare lentamente, con la guancia gonfia di piacere. Un giorno, una signora urtò il cestino e le caramelle caddero a terra, spargendosi sul pavimento, e lei, incitata dalla madre, le raccolse tutte e poi le passò alla signora, affinché le mettesse a posto. Uscendo si accorse di una caramella finita vicino alla porta e la prese. Aveva una gran voglia di sentire che sapore aveva. Ma sua madre, che non la perdeva mai di vista, le ordinò di consegnare la caramella e lei subito, ubbidiente, la rimise sul pianale del bancone senza alzar lo sguardo verso il panettiere che la invitava a tenerla.

Crescendo si era sempre comportata bene, senza una marachella, una piccola follia.
Era una persona per bene. Si era laureata con il massimo dei voti, aveva trovato un posto da segretaria in una azienda e si pagava il mutuo dell’appartamento, comperato a Marcon, in quello che era un paesino destinato a diventar anonima periferia della grande città. Alla soglia dei quarant’anni si sentiva, a volte, una donna noiosa, che non aveva provato mai l’euforia di un gesto non dettato dal suo cervello fin troppo ben educato.
Si sentiva una che non aveva mai vissuto davvero, che non sapeva cosa fosse l’euforia.
La pensava così davanti al caffè della mattina, nelle giornate freneticamente noiose, che seguirono, finché non incrociò lui. Erano uno a fianco all’altra al bancone del bar davanti al tribunale. Lui beveva un cappuccino, lei il secondo caffè della mattina. Lui la fissò per un attimo, lei si sentì osservata e girando lo sguardo lo vide sorridere prima di andarsene.
Lei sentì il cervello spegnersi, e qualcos’altro tirare, dentro, come un filo che imponeva un sussulto, ritmico, dalla vagina fino alla pancia, e si mise a camminargli dietro, seguendo i suoi passi e conteggiando il numero di strattoni interni, finché non vide dove lui lavorava. E poi tornò indietro da sola, pensando nei giorni seguenti spesso a quel sorriso, e ritornò altrettante volte sui passi compiuti, frenetici ma non più noiosi, finché non lo incrociò di nuovo, per strada e lui le sorrise ancora, passandole a fianco e poi si girò chiedendole se aveva bisogno di aiuto. E a quella domanda, gli strattoni interni tornarono a farsi sentire e lei si udì perfettamente dire: “ Cercavo te, in verità”.
Quei sussulti interni tornarono, poi, ogni volta che lo vedeva, lo sfiorava e chiudeva gli occhi. Duravano, fin quando, sfinita, gli si addormentava a fianco dopo avergli chiesto ancora, per favore. Ora resistevano anche all’oblio della sua partenza, al corpo che si fredda e rallenta il sussulto mentre il cervello cerca di riguadagnarsi lo spazio che conviene.
Bastava aprire il cassetto, ammirare il bottino, annusarne il profumo e il ritmo tornava, tra vagina e pancia, a scandire le ore.