Archivio Mensile: febbraio 2011

Orecchie spente (una favoletta di dopodomani)

Aveva cominciato senza accorgersene. Era sceso dall’autobus che da Marghera lo aveva portato a piazzale Roma e aspettava il vaporetto per Rialto. Era una mattina di quelle che avresti sbagliato fermata apposta per andare al Lido a passeggiare. Che non era ancora caldo abbastanza per spogliarsi e andare in spiaggia, ma c’era il tepore giusto per camminare e godersi il sole. E in autobus prima e in vaporetto poi, Giovanni, aveva dovuto infilare le cuffiette a volume spento, per non sentire il cicaleccio degli altri viaggiatori che lo disturbava.
Parlavano di cose che non lo interessavano.
Discutevano dell’ultimo libro di cucina in vetta alle classifiche; del disco del nipote del premier che aveva vinto il festival delle voci giovani della nazione; del politico in mutande finito in copertina del giornale del partito di governo. Gli altri quotidiani erano falliti per le cause intentate contro di loro da questo o quel politico del partito unico di governo, quel grande patto di salvezza nazionale che aveva messo assieme i principali partiti ed era salito al potere per salvare l’Italia che era in emergenza. Nel 2020, otto anni dopo, pareva non fosse cambiato niente. Ma nelle librerie si trovavano solo libri di cucina, gli unici che vendevano migliaia di copie.
Se cercavi un romanzo, un libro di racconti, un classico della letteratura italiana e straniera dovevi andare alle biblioteche comunali, pagare una tassa di iscrizione di 50 euro l’anno e versare 5 euro a libro preso in prestito. Giovanni per studiare italiano, faceva così.
Andava alla biblioteca civica e si faceva prestare un libro. Cinque euro alla volta. E per leggere senza esser disturbato dai discorsi stanchi degli altri pendolari, infilava nelle orecchie le cuffiette dell’Ipod ma non lo accendeva. Gli bastava il gesto per procurarsi attorno alla testa quel giusto grado di silenzio che lo aiutava a leggere in santa pace. Giovanni era arrivato in Italia venti anni fa e per sostenere l’esame per il permesso di soggiorno di lunga durata, l’ennesima novità del governo, leggeva. Giovanni aveva sentito in tv che il prossimo anno avrebbero potuto far l’esame gli stranieri in Italia da ventuno anni ( ogni anno il governo alzava l’asticella del periodo minimo di residenza) e lui si sentiva oramai pronto ma leggeva sempre e di tutto e ovunque, nei bar come in vaporetto.
Quel giorno andò diversamente dal solito. Con le orecchie spente, non si era manco accorto che leggeva a voce alta. Glielo aveva insegnato suo nonno, che in Moldavia, a casa sua, ci era morto tre anni fa.

“Se non vuoi sentire e stare male, spegni le orecchie”, gli aveva detto una mattina che l’aveva trovato in camera a piangere mentre in cucina suo padre litigava con sua madre e volavano schiaffi come piatti affilati.
E così Giovanni che sapeva spegnere le orecchie, leggendo la “ trilogia della città di K” si era coinvolto così tanto che con tutto quel silenzio attorno e il sole che gli grattava la fronte dal vetro del vaporetto, si era messo a leggere a voce alta.
E si era accorto di quel che faceva e degli sguardi degli altri, che lo fissavano come se si fosse messo quel giorno le mutande in testa, solo quando alzò gli occhi dal libro e vide la tabella dell’imbarcadero di calle Vallaresso e non quella di Rialto.
Rosso in faccia, davanti a tutti quegli sguardi indagatori, si affrettò a scendere per non perder anche quella fermata e si sentì poi uno che camminava con le mutande in testa e si mise a sistemare i capelli, la giacca, il nodo della cravatta per non sentirsi strano.
E passava davanti alle vetrine e si guardava per capire cosa non andava.
Mentre camminava a passo svelto per tornare verso Rialto, oramai certo di arrivare in ritardo al negozio dove lavorava come commesso, un signore gli si affiancò e gli sorrise.
“Lei ha una bella voce, lo sa?”, gli disse l’uomo. Giovanni non ricambiò il sorriso ma alzò la testa di scatto come per dire che aveva capito.
“E’ tanto che non sentivo leggere. Che libro è quello?”, continuò a chiedergli il tipo.
Sarà un poliziotto, pensò Giovanni, e gli mostrò la copertina della “Trilogia”, che teneva sotto il braccio.

“Ho capito. Volevo solo dirle grazie che ha letto per noi”, disse il signore sfiorando la copertina del libro con un dito. “E’ tanto che non ne vedo uno”, si lasciò scappare poi. E se ne andò dalla parte opposta. Senza aggiungere altro.
Giovanni si era fermato a guardare lo sconosciuto che se ne andava di nuovo verso San Marco e pensò che viveva in un posto davvero strano se leggere un libro era diventata una azione così stupefacente. Per cosa è famosa la Moldavia? Forse solo per i lavoratori in nero. L’Italia invece la conoscono tutti, per Leonardo Da Vinci, Dante, l’architettura, l’arte, Baggio e Vasco Rossi. Un sacco di cose.
E questi non hanno detto una parola quando le librerie hanno smesso di vendere libri e si sono dimenticati delle biblioteche. Gente strana gli italiani, che si lamentano in un cicaleccio continuo di dolori, malcontenti e tristezze, ma gli va bene tutto.
Ecco, era cominciato così.
Spegnendo le orecchie e lasciando andar la voce al passo dell’occhio. Giovanni il giorno dopo era risalito sul bus e poi sul vaporetto, aveva indossato le cuffiette dell’Ipod, e aveva aperto il libro. E si era messo a leggere, a voce alta, nel suo silenzio.
E man mano che i giorni passavano, neanche gli serviva più spegnere le orecchie perché in vaporetto, si era accorto, quando saliva lui a piazzale Roma, tutti facevano silenzio e stavano a sentire quel che la sua bocca diceva. E il signore che l’aveva ringraziato quel giorno, gli teneva sempre il posto e gli toccava la spalla quando stavano per arrivare a Rialto. E lo sconosciuto e Giovanni, man mano che passavano i giorni, si salutavano con la mano, in salita e in discesa.
Così Giovanni non aveva più saltato una fermata. E ogni mattina alle 7.30 saliva sul vaporetto e leggeva la “Trilogia”.
Tre, quattro pagine a viaggio.
Solo la mattina in cui era alle ultime pagine, ne mancavano cinque, e lui voleva finire quel libro così strano, capire cosa succedeva, e la gente attorno a lui pure, tutti saltarono la fermata di Rialto e finirono diritti fino all’imbarcadero del Lido, a Santa Maria Elisabetta.
Giovanni prese fiato. Gli mancavano poche parole: “Il treno è una buona idea”.
In cento lo applaudirono mentre chiudeva il libro. Poi se ne andarono tutti assieme a passeggiare verso la spiaggia, che c’era finalmente il caldo giusto per andare a fare il bagno in mare. Da allora, non smisero più di leggere, assieme.

Senza rancore

Mi dispiace di svegliarti
forse un uomo non sarò
ma d’un tratto so che devo lasciarti
fra un minuto me ne andrò.

Già il fatto che uno si fa chiamare Dodi dovrebbe essere la spia che ti mette in guardia. Sentire le mie amiche che chiamano il loro uomo “ciccino” mi provoca una semiparesi alla mascella destra e resto giorni interi alle prese coi dolori; figurati se devo andarlo a presentare alle mie amiche uno che si fa chiamare così.
“Tesoro, ti presento Dodi, il mio ciccino”.
Oddio, no.
Non fatemi ridere che resto con la paresi un mese. Non posso farlo perché ho un compito. Cancellare questa canzone dalla faccia della terra. E far dimenticare le parole di uno stronzo.

E non dici una parola
sei più piccola che mai
in silenzio morderai le lenzuola
so che non perdonerai.

E ti credo bene che non ti perdona, brutto invertebrato. Non l’ha mai fatto, specie dopo che hai inciso. Ecco.
Dodi, potrebbe esser il nome giusto di uno stercorario da salotto. Uno di quegli scarabei che trasportano le palline di merda per farsi capanna e seguono solo una linea retta.
Cascasse il mondo non deviano, loro. Via diritti e se c’è una salita, arrancano, ma procedono. Passano sopra a tutto.

Mi dispiace devo andare
il mio posto e là
il mio amore si potrebbe svegliare
chi la scalderà.
Strana amica di una sera
io ringrazierò
la tua pelle sconosciuta e sincera
ma nella mente c’è tanta, tanta voglia di lei.

Ho un compito: far dimenticare al mondo che questa canzone esiste. Era il 1971 quando i Pooh dopo tre anni di oblio, che potevano esser sufficienti per farli finire nel dimenticatoio delle cose vecchie, se ne sono usciti con questo singolo.
Io ero nata da due anni, allora. Questo significa che, senza rendermene conto, a due anni mentre giocavo sotto casa coi ragazzini della via, e si imparava la differenza tra maschi e femmine, questa canzone, trasmessa dalla radio, faceva i suoi terribili danni. Loro, i bimbi, la ascoltavano. E pure io. E molti di loro l’hanno cantata poi, da grandi, alle sagre e ai karaoke. E si sentivano romantici nello sforzare l’ugola per azzeccare la giusta intonazione. E metterci pathos. Perché si canta con la gola e la pancia. Il diaframma mica è cosa statica.
E se vuoi sembrare il Dodi che canta, ti devi immedesimare.
E loro, i maschi, cantano. Pensando che raccontar, con l’ugola e la faccia, sta canzone li renda uomini capaci di amare.

Se non l’avete capito, questa canzone non parla di amore. Semmai è il racconto di un pentimento. E’ un inno all’ipocrisia. Se incontro un uomo e mi canta questa canzone, io lo sputo e me ne vado. Non mi fido.
Non perché tradisce, ma perché si pente. E se si pente quando devia dalle sue personali regole e non procede diritto come lo stercorario, significa che lo fa per prurito.
Che è cosa ben diversa dalla voglia. E con uno così, che poi si pente, è meglio farci una partita a tressette che condividere cose importanti come le carezze, i baci, i fluidi e i pensieri.
No. Un uomo che ama la sua donna e se ne accorge solo quando sta nel caldo letto di un’altra, cosa è se non uno stanco e deluso. Uno che non sa che doni tiene tra le mani.
Perché le persone, le donne in questo caso, non sono oggetti che sposti e nascondi e tiri fuori alla bisogna.
E io non parlo mica di quella che è a casa, ignara e amata. Io agisco per vendicare la sincera sconosciuta, quella che canta il re ipocrita che finge un affetto che non c’è mai.
Vendico la cretina che da quarant’anni ascolta quella canzone e si sente una che se non c’era era uguale.

Lei si muove e la sua mano
dolcemente cerca me
e nel sonno sta abbracciando pian piano
il suo uomo che non c’è.
Mi dispiace devo andare
il mio posto e là
il mio amore si potrebbe svegliare
chi la scalderà.
….nella mente c’è tanta, tanta voglia di lei.

Io entro nelle case degli uomini, entro nelle loro macchine, nei loro bar, scruto nei loro mp3, nelle selezioni del Mac.
Vago nelle loro discografie e cerco quel titolo. E quando lo trovo, cancello.
Finora sono arrivata a quota 1.321. So perfettamente che sarà un lavoro lungo, ma io non dimentico. E procedo. Oramai non ci faccio più caso. E’ automatico, come l’odore che percepisce il cane da tartufi.
Cd, file, vecchi lp. Se la trovo, la faccio sparire. Non serve che io con questi uomini abbia qualcosa da spartire. Basta una educata conoscenza. Se mi aprono le porte di casa e io trovo una traccia di “Tanta voglia di lei”, è matematico che il modo lo trovo per far dimenticare Dodi, la sua ipocrisia e quella cretina, che quarant’anni dopo, ha tutto il diritto di sentirsi una che non è passata per caso.
Se la cantano, invece, quegli uomini che incrocio possono scordar la mia faccia. Sono cause perse.

Per fortuna, il 1971 non fu solo una corsa diritta per gli stercorari. Fu l’anno di “Starway to heaven” dei Led Zeppelin e di “Imagine” di John Lennon. E fu l’anno di Battisti che cantava anche Endrigo , nel volume quattro. Quello che diceva

il mio pensiero ti seguira’
saro’ con te dove andrai
senza di me
tu partirai per altri mondi
ti perderai
tra gente e strade sconosciute
non ci saro’
quando qualcuno mi rubera’
gli occhi tuoi.

E dicevano che era triste.