Archivio Mensile: settembre 2010

L’unità di misura

L’unità di misura della felicità, secondo Aldina, sta tutto nel conteggio dei vuoti e dei pieni. Il vetro a rendere si conteggia a metà, mi ha detto stamattina, mentre l’aiutavo a piegare le lenzuola che doveva stirare. Se ti tocca rendere, non è tuo del tutto e quindi la felicità anche se c’è ti tocca restituirla, mi ha detto.

Questione di vetri, mi ha spiegato la Aldina, figlia di un serventino di un maestro vetraio di Murano, sposata al postino di Pellestrina, uno figlio di matti, si dice dalle parti mie.

La felicità, mi dice l’Aldina, piegando il lenzuolo con mosse sicure che mi obbligano a fissarle le mani, per non sbagliare, è questione di vetri e allora se vuoi capire quanta ne hai avuta in questa vita, ti tocca contar i vuoti e i pieni. Un vuoto: meno uno. Un pieno: più uno. E via a contare.

“E riesci a tener il conto?”, le ho chiesto fissandole le mani che veloci, comandavano la piegatura.

“Certo, sono anni che mi scrivo tutto in un libretto nero, che tengo nel cassetto del bagno. Lì è difficile che qualcuno vada a guardare con attenzione”, mi dice lei.

Torno a casa con in testa questa storia dei vuoti e dei pieni e mi distendo sul letto che ho un pochino di stanchezza addosso, che a me il rumore del vaporetto in navigazione, con quel uuuuuuuuuu di fondo, metallico, mi mette sempre sonno. Il vaporetto mi fa lo stesso effetto dell’aereo in fase di decollo in pista. Mi addormento.

Io riesco ad appisolarmi sulla spalla di chiunque, sia un vecchio in Loden verde sul battello per piazzale Roma che la signora con il capello cotonato e il tailleur finto Chanel, color cipria, sul volo per Roma. E mi spiace sempre, dopo, all’arrivo, scoprire di aver dormito della grossa sulla spalla di un finto Chanel o di un Loden originale, che ho sempre paura, io, di prendermi libertà non concesse come il lasciarci, su quelle spalle, la scia di bava del sonno dei giusti. A casa mia, sono sempre i bambini, i giusti. Anche se hanno novant’anni. A casa di altri non so mica chi sono. E di conseguenza, spero sempre di non dormire.

Distesa sul letto mi sono immaginata la mia felicità come una pila di bicchieri, di quelli fighi, lavorati a mano, di vetro colorato, che hai paura di romperli solo a toccarli.

Ma per misurar la felicità sono perfetti. La vita, se è tua, non puoi accontentarti di contarla in vetri opachi dell’Ikea, fatti dai cinesi. Io contro i cinesi mica ci ho niente ma vivo nella città del vetro a soffio più famoso del mondo e fin da piccola, fin dalla prima volta che sono entrata in una vetreria con la gita scolastica, e ho visto quelli che soffiavano nella palla appena uscita dal forno e poi il maestro che la modellava e tirava fuori un cavallino, ecco, io ho pensato che dentro il vetro c’erano i respiri delle persone e non crederò mai che una macchina industriale, per quanto veloce,  sappia darmi la stessa cosa.

Ovvero il respiro.

Ecco, la Aldina c’ha ragione, mi dico adesso. Perché nel conto del pieno e del vuoto per misurare la sua felicità, lei, figlia di un inserviente di vetreria, di sicuro, anche se non me lo ha detto, ci ha messo dentro pure il peso dei respiri suoi e di chi ha amato o ha odiato.

E nel conteggio di vetri e respiri, con l’occhio guardingo nel cercar di evitar di rompere la pila di bicchieri preziosi, sta tutto lo sforzo della mia e sua vita passata a cercar il meglio e lasciar andar il peggio, senza farsi mai troppo male, che con il vetro, si sa, ci si può tagliare e i segni restano. E alla vista delle mie cicatrici, penso che il conto giusto deve tener conto anche dei segni che i vetri, saltati in aria, ti lasciano sulle mani e sul corpo, e sotto pelle, nei muscoli e  nei pensieri. Che il dolore ci cambia, sempre.

E così, distesa sul letto, sto circondata da bicchieri, bianchi, verdi, rossi e blu. Tanti pieni e altri vuoti. E mi tiro su per contarli e i pieni li ho annusati e ci ho sentito dentro l’odore di chi ho amato e mi ha fatto del bene, senza voler niente in cambio. E in quelli vuoti ho sentito l’odore della mia paura e dei miei sbagli. Mica pochi, ma il numero, no, non lo dico. Lo scrivo nella prima pagina del taccuino nero. Io sono brava a far di conto e penso che la Aldina sarebbe contenta se fosse qui.

Avrebbe uno sguardo di orgoglio.

Lei che, mentre piegavamo le lenzuola, me l’ha detto, e io non ci ho fatto subito caso. In mezzo a tutti questi bicchieri, pieni e vuoti, io mica mi sento sola. Che nel vetro ci sono le voci, mica solo i respiri, e le parole giuste e sbagliate. E visto che le ho dette, io adesso ne sono gelosa.

Senza età

Ci sono amori piccoli, che li tieni dentro il pugno della mano e li puoi dimenticare nella tasca interna della giacca e se un giorno, togliendo i biglietti dimenticati dopo anni,  li ritrovi, manco te ne accorgi che li stai buttando nel sacchetto degli stracci con quella giacca dalle maniche consumate. Perché non sono rimaste manco le briciole a indicare la strada.

Ci sono amori pesanti, che ci hai perso tempo e mesi e parole, e non hai messo manco un punto. Non hai fatto una pausa, ci hai investito un ruscello di esclamativi e ti sei modellato ad immagine e somiglianza. E quando li rivedi, dentro la scatola delle scarpe strette, quelle che non metti mai perché ti fanno male ai piedi,  li senti fastidiosi, fatti come sono di silenzio sordo. Li scuoti per sentire se fan almeno rumore, come i  sassi, ma sono frasi afone, che si sono perse nello sciacquone degli egoismi.

Ci sono poi gli amori lievi, che ci hai messo un sacco di virgole, hai badato alle pause, il tempo che ci sta tra un ti voglio e un ti amo, e li hai farciti con la siringa del desiderio, fregandotene della tranquillità del possesso. Li tieni nel cassetto del comodino, vicino al letto, perché lì hanno spazio per respirare. E ogni tanto lo apri quel cassetto e ne senti il profumo e te ne freghi della costrizione, ti basta annusare quel desiderio, intatto e leggero, che sale su e te lo ritrovi tra le mani. E se sei sfrontato lo fai volar come un aquilone, che è tutto bene, e ti pare di mangiare pane e liberazione. Ti senti senza età come la volta che hai baciato, goduto, ti sei dato per la prima volta.

Settembre

Alfio se lo è visto passare davanti mentre tirava il cavo del secchio della malta, su, fino al terzo piano, dove stava lavorando. Ha sentito un colpo sulle assi di legno del piano di sopra, neanche forte, e poi è arrivato lo spostamento d’aria, come di un sacco di malta che cade.

E l’ha visto, Martino, che cadeva. La testa in basso, le gambe in alto, le mani si muovevano nell’aria a cercare un appiglio.

Non ci sono appigli quando cadi da un palazzo, da 50 metri d’altezza.

Alfio la sogna spesso la faccia di Martino mentre cade. Si sveglia urlando e poi si vergogna, che a 50 anni pisciare a letto è roba da malati di mente. Non da bambini.

Sua moglie si sveglia con lui, di soprassalto. Lo guarda e non gli dice niente. Va a prendere le lenzuola pulite e toglie il piscio dal materasso con lo straccio e la candeggina.

Alfio è convinto che nel momento in cui Martino gli è passato accanto, prima di cadere come un sacco di malta sull’asfalto del parcheggio, lui, il ragazzino, l’ha guardato. I loro sguardi si sono incrociati in quel secondo. Alfio stava fermo, con la bocca spalancata. Martino cadeva giù, con un urlo breve, che si è fatto subito silenzio.

Alfio lo ha detto ai compagni del cantiere. Lo ha detto agli ispettori dello Spisal, anche alla psicologa dell’Asl. Si è domandato per giorni se Martino mentre lo guardava ha provato a dirgli qualcosa. Lui non ha sentito.

Alfio spera di sognare ancora Martino e sentirlo parlare. Poi mette le lenzuola sporche di urina in lavatrice.

Nel sogno, sempre lo stesso, non cambia nulla. Martino cade, lo guarda, e non dice niente. La risposta non c’è per chi cade e per chi resta al terzo piano, con la corda del secchio della malta in mano e spera di veder, dopo il tonfo come un sacco di malta, quel ragazzino alzarsi e ridere.

Invece c’è quel filo di sangue, che esce dall’orecchio e dal naso, e lentamente sporca l’asfalto e l’anima ( se c’è, perché Alfio adesso se lo chiede, se c’è) di chi resta diventa pesante come malta. Non ci sono attenuanti, non ci sono spiegazioni, oltre gli sguardi bagnati di lacrime, per dare un motivo al fatto che un pomeriggio assolato di settembre, che sembra ancora estate ma c’è quel vento garbato che dice che l’afa è passata e si può lavorare senza aver paura di un giramento di testa, lassù, un ragazzino sale al quarto piano e si mette a tirar cavi e poi…E poi cade. Inciampa in uno stupido tubo di gomma e casca giù.

Cadere dal quarto piano di un palazzo non è volare. I giornali dovrebbero smetterla di titolare: “Vola giù dal palazzo” e Alfio glielo ha urlato al cronista del giornale quando è arrivato dopo le ambulanze e le sirene della polizia.

Volare significa andare su, mettersi allo stesso livello di alberi e gabbiani. Martino è cascato giù, si è messo al livello dell’asfalto del parcheggio del condominio in costruzione.

Alfio bestemmia tanto adesso. Bestemmia quando vede i sacchi di malta, quando tiene in mano un tubo di gomma. Bestemmia verso la croce donata dal parroco e appesa alla porta del cantiere. Dio aiuta, gli aveva detto il prete. E Alfio, ogni volta che ci passa davanti al Cristo, gli urla contro una raffica di insulti come fosse una sparachiodi.

Alfio odia anche il mese che più amava, settembre. Una bestemmia ogni colpo di vento. Perché, a settembre di sei anni fa, in cantiere, è morto un ragazzino di 19 anni,  al suo secondo giorno di lavoro. Inciampato in un tubo di gomma, che non doveva stare lì.