Archivio Mensile: marzo 2012

Bella

 

Se mi dicono che sono una puttana, un attimo me la prendo ma dura qualche minuto, il fastidio, e poi non ci penso più.

No, dai, mi manda in bestia quando intuisco che pensano quello ma che ci posso fare?

Le lettere che ho spedito ai parlamentari del centrosinistra, quelli che io voto da sempre, inviate con ricevuta di ritorno, per esser sicura che siano arrivate, nel tentativo di spiegare che servirebbe una legge per far in modo che il mio lavoro non venga sporcato dall’appellativo di prostituta, le ho tutte fotocopiate e archiviate dentro un quaderno arancione.

Ma ogni risposta alle mie missive mi ha fatto intuire che loro, gli onorevoli, pensano quello. Che sono una prostituta, anche se non lavoro sulla strada.

Tanti mi hanno risposto “Le faremo sapere”.

Uno mi ha anche telefonato, sornione e ridanciano.

“La aiuto io, posso venire in città il mese prossimo, che ne dice se ne parliamo nel mio hotel?”.

Insomma, ho capito subito che pensava che gli facevo il servizio pure a lui.  Magari gratis.

Ho messo giù senza neanche ringraziare.

 

Andare a spiegare che lavoro fai e che servirebbe una regolamentazione del lavoro che all’estero chiamano di assistente sessuale domiciliare, fa passare la voglia di chiedere qualcosa.

Pare che sei lì a dire che bisogna dare un nome a un pagamento che altrimenti risulta la solita cosa sporca,  ma che tutti cercano da secoli, e si affrettano a dire che è sporco pure quelli che ci vanno di solito ma in pubblico non lo direbbero mai perché non sta bene.

E invece i miei utenti,  tutti, se lo dicono, tra di loro, che questo mestiere esiste e serve come l’infermiera che viene una volta la settimana a vedere come stai, se serve la medicazione e a portarti gli ausili a casa.

Lo sanno anche i loro genitori e pure a loro va bene, perché quando passo io poi in casa c’è la pace e non ci sono baruffe e discussioni.

 

C’è la pace,  scompare la mortificazione del non poter esaudire tutti i bisogni fondamentali.

Sono andata a farmelo spiegare da una psicologa cosa sono questi bisogni fisiologici: mangiare, dormire, fare sesso, respirare.

Andate a vedervi la piramide di Maslow: il fondo è fatto anche di sesso, poi più su c’è il resto: la  sicurezza, l’affetto, l’intimità, l’autostima, la realizzazione, la creatività che è all’apice.

Il sesso è alla base della piramide e allora se una persona non può muovere le mani per farsi una sega o toccare una donna solo perché una donna in quella stanza con lui non ci starebbe mai perché lui sta su una sedia a rotelle e il mondo che gli sta attorno lo descrive impotente e lui invece dentro se lo dice tutti i giorni che la potenza ce l’ha ma resta ferma tra le gambe, inespressa, e se si esprime poi si deprime che non ha modi di esprimersi, che gli dici? Che deve abituarsi a stare senza bisogni fondamentali? Eppure mangia, dorme  e respira. Ma il sesso, no. Perché  stare vicino ad un handicappato richiede tanto amore, pazienza e pace interiore e ci vorrebbe una santa per sopportarli. E il sesso le sante di solito lo mettono da parte perché hanno altro a cui pensare. E allora, cosa fai?

Se sei disabile e non hai qualcuno che ti desidera anche così, che ci fai con quella potenza?

Alla prima occasione ti viene voglia di ucciderti.

Ma se sei uno di quelli che manco a far quello ce la fanno, ti resta la depressione.

 

Il sesso è una necessità per i miei pazienti.

Anche per non morire di vergogna.

Perché quando sbatti la testa contro il muro e l’unica cosa che vorresti è sentire caldo addosso e arrivi ad umiliarti per supplicare tuo padre di sfiorarti in mezzo alle gambe che non ce la fai più e a suon di urlare diventi bestia e tuo padre, che ti ama, pur di farti smettere di essere bestia lo fa, poi, quando tutto si calma, ti viene da avere la forza di muoverle quelle mani, quelle gambe, per sollevarti e andare a toglierti tutto lo sporco di dosso con la paglietta, quella che si usa  per lavare le stoviglie e vorresti esser capace di strofinarti all’infinito, finché lo sporco lascia posto al sangue.

Gli altri, quelli che camminano, che si possono mettere a proporsi ad una donna dalla posizione eretta,  che non hanno niente che non gli funziona in giro per il corpo, che si possono masturbare dove vogliono, storceranno il naso. Queste cose non si  fanno e se si fanno non si dicono.

Non è corretto. E’ immorale.

Se fossimo giusti dovremmo lasciarci liberi di decidere se restare o andarsene, per prima cosa, no? E invece stiamo in un posto dove suicidarsi è un peccato e pensare all’eutanasia, quando sei in un corpo privo di tutti i comandi, è un reato.

Viviamo in una società dove se sei fallato, non ti gasano più, per fortuna, ma ti riempiono la testa del  “questo non si fa”.

Figuriamoci parlare di sesso dei disabili, con i disabili, tra disabili.

E’ una mostruosità.

Potrebbero esserci persone che si approfittano di loro.

 

Io a chi mi fa certe domande, che si capisce che c’è quel sottofondo moralista da puzza sotto il naso, lo chiedo.

Ma te che faresti se non potessi mai più fare sesso, mai più toccare o essere toccato?

Impazzirei, è la risposta più frequente che ricevo.

Ecco, io, i miei clienti non li lascio impazzire.

Libero i loro genitori da squallide catene fatte di paura e vergogna, ci penso io a sporcarmi le mani. Sto ridendo mentre lo dico.

Che poi il sesso è bello proprio se è sporco. Lo spiego ai miei clienti che i loro umori, che all’inizio sono loro che lo dicono che quella cosa unta è lo sporco che hanno dentro, segno che si vergognano di star bene, in realtà è un pezzo di loro che ha bisogno di uscire e vagare, come l’acqua fresca che se la lasci scorrere  è buonissima da bere e se invece la tieni dentro la bottiglia al sole prima  o poi sa di stantio, di morto.

E allora io glielo spiego che se vogliono vivere, possono anche far uscire.

Sia chiaro, io un lavoro ce l’ho, faccio la commessa in un negozio, ho una divisa, giacca nera su gonna nera, calze nere, scarpe nere tacco quattro, estate e inverno.

Tengo i capelli raccolti, porto gli occhiali scuri che sembro una professoressa del mio vecchio liceo classico. Ho 50 anni. Lavoro dalle 9 alle 17. Poi chiudo e accendo il secondo cellulare, apro l’agendina e salgo in macchina e vado da Pietro o da Aldo, da Marisa o dal Gianni. Uso solo le mani e a loro va benissimo.

A volte, quando ho finito, non vado subito via. Ci sono genitori, fratelli, cugini che mi chiedono di restare, mi offrono il caffè o mi preparano la cena. Non si parla mai di quello che faccio, si parla della vita, della mia e della loro. Si parla delle cose di tutti i giorni, dei pannoloni e dei cateteri, dei soldi che non bastano e delle medicine che sono sempre troppe, dei film da vedere, della musica da ascoltare.

A volte torno a casa con i pacchettini pieni di dolci fatti in casa.

E me li mangio in silenzio, da sola, a casa.

Loro, a me, non darebbero mai della puttana.

 

Cronache dal rabbioso Nordest

 

 

 Sul Gazzettino di Treviso di oggi si parla di “Ottanta lettere” (Blonk editore)

 qui il testo:
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Sara De Vido
Il rabbioso Nordest
in cerca di riscatto

Domenica 18 Marzo 2012,
Emozioni digitali. Bit di storie sul Nordest «grasso e opulento» e pagine che scorrono con il tocco di un dito. La letteratura oggi si legge anche su ebook, il libro digitale che si può «aprire» sul proprio computer di casa, o con il proprio tablet. Mitia Chiarin, 42 anni, giornalista professionista, ha fatto delle storie che corrono sul filo del bit la sua passione. Da alcuni anni scrive online e nel suo blog, “Le storie di Mitia”, raccoglie impressioni e racconti. Sedici storie sono state pubblicate in “Ottanta lettere”, un ebook promosso dalla nuova casa editrice Blonk.it di Pavia.
      Sono racconti sul Nordest grasso e opulento fatto di persone alle prese con sogni, desideri e amori e svolte improvvise, e pure «qualche visione» come «la» bancomat che si innamora e regala soldi se vengono digitati al posto dei codici delle poesie. «Non c’è carta ma odore di bit nelle mie storie, – racconta la scrittrice, – e devo dire che l’editoria digitale, grazie all’opportunità che mi è stata concessa da Lele Rozza, direttore editoriale di Blonk.it, offre nuovi spazi di respiro a chi vuole raccontare storie».
      Uno dei racconti, “Cinque rose”, ha preso ispirazione dalla Marca: «Racconta l’incontro tra il capo dei vigili di un comune del trevigiano e un ragazzino di dodici anni, un piccolo venditore di rose, – spiega Mitia. -Il comandante, mentre è al bar, libero dal servizio, si accorge di un ragazzino e delle cinque rose che tiene in mano. Inizia così ad interrogarsi sulla sua vita, sui suoi amori, sull’incapacità di dare concreto aiuto ad un ragazzino straniero che si ritrova in strada, di notte, a lavorare, in un paese, dove, cito, «nessuno si offende manco il segretario della sezione della Lega Nord che ogni due per tre (….) mi manda gli esposti contro i bar dei cinesi e i kebab da asporto che sono covi di malandroni e portano malattie e viene lo scagotto a tutti».
      Perché “Ottanta lettere”?
      «È il titolo di uno dei racconti, forse uno dei più criptici, la storia di ottanta lettere d’amore scritte da un uomo alla sua vicina di casa e infilate sotto lo zerbino della porta di lei. Il racconto di un amore che forse è un incubo, per come si evolve, forse solo un sogno. È il lettore a decidere che senso dargli».
      Che Nordest emerge dai suoi racconti?
      «C’è la provincia grassa, quella che si è costruita da sola, ma che oggi è piena di mancanze. I miei personaggi sono persone che per un motivo o per un altro cercano una riscossa, hanno la rabbia dentro (la “carogna” è uno dei racconti) che amano fino a mangiare e uccidere la compagna, di bambini che hanno la trasparenza dentro e faticano a vivere nel mondo degli adulti, che guardano il mondo con occhi stanchi ma all’improvviso illuminati, e vedono «la gente scema» (altro titolo), di immigrati che diventano la speranza di un ritorno alla voglia di cultura. Personaggi inventati ma che nascono dalle sensazioni che ho quando passeggio o lavoro o parlo con le persone o ne ascolto i dialoghi».
      Verrà a presentare il libro a Treviso?
      «Se qualcuno ci invita, siamo ben lieti di venire».

la versione in pdf

La discarica

Nella terra del pessimismo i desideri  finirono tutti nella discarica, ai margini della città. Non c’era più tempo di desiderare, di creare, di pensare a soluzioni possibili  e diverse. Il comitato nazionale di difesa della patria, prima aveva chiuso i confini, poi per tutelarsi dalla recessione, il comitato aveva deciso di mettere al bando i desideri e di concentrare tutte le attenzioni della nazione su un sano concetto di pessimismo.

Poteva solo peggiorare, erano i mercati e le borse a dirlo e la politica lanciava messaggi precisi.

“Pensa a lavorare, che altro non hai”.

“La patria, prima della famiglia ”.

“Il lavoro nobilita se ce l’hai”.

 

E così in ogni comune le aziende municipalizzate avevano aperto speciali sportelli per la raccolta dei desideri della gente, che si mise in fila, senza manco un dubbio, perché tanto il pessimismo toglieva anche la capacità di chiedersi se quello che stavano facendo era giusto oppure no.

Arrivavano tutti con il loro sacchetto dell’immondizia nero, pieno di desideri da buttare. Fogli di carta con appunti, lettere, libri, quadri, piccole invenzioni in attesa di un realizzatore, cuoricini di stoffa, fotografie di uomini e donne o di paesaggi irraggiungibili.

Dove volevi andare se non c’erano soldi neanche per uscire di casa?

Tutti in fila con il sacchetto nero, sotto il braccio, per consegnarlo all’addetto della municipalizzata incaricato della raccolta. In cambio ricevettero tutti un foglio con numero di matricola ,  con sù scritto nome  e cognome, indirizzo, professione e tipologia del rifiuto buttato.

Una prova, in caso di controllo da parte dei vigili, che erano  cittadini per bene, che avevano partecipato alle iniziative del comitato nazionale di difesa della patria, in nome del pessimismo.

Avevano anche creato una trasmissione televisiva, per dare slancio al fervore del conferimento,  per mostrare la brava gente che si liberava dei desideri, e ogni ricevuta poteva essere estratta per vincere un anno di spesa in una grande lotteria finale.

 

Tutti  i sacchi  raccolti finivano nel camion e venivano portati alla discarica, una per ogni città. A Venezia  la discarica l’avevano posizionata a Marghera nei terreni  di una vecchia fabbrica, troppo inquinati per essere bonificati e consentire nuove costruzioni.

Ai bordi della laguna, la grande discarica di sacchi neri in poche settimane prese forma. Un grande cumulo di plastiche nere che al sole cominciavano a perdere  colore e pure a rompersi, facendo uscire il contenuto.

 

Per primi arrivarono i gabbiani, abituati come erano a cercare cibo in mezzo alle immondizie.

Ma in quei sacchetti non c’era cibo; solo carte, stoffe, fogli, foto che al sole si schiarivano, dentro i sacchetti rotti dai becchi avidi.

Poi arrivarono i topi che la carta l’hanno sempre amata ma solo come assaggio senza mai distruggerla completamente. E si misero a mangiucchiare i bordi per assaggiarne la consistenza, e attraverso l’assaggio qualcuno pensò che il desiderio passava  passava ma non gli credette nessuno visto che i topi erano notoriamente produttivi sul piano della fertilità e allora non si fece caso alla anomala proliferazione di sorci in tutta la grande nazione depressa.

E dopo i topi, arrivarono i rom che avevano sentito parlare della discarica dei desideri buttati via,  per volere nazionale, e visto che loro con il ferro oramai non ci facevano più soldi, che le fabbriche erano state chiuse e il rame lo portavano via gli slavi, ben organizzati, con i camion e le armi,  e partivano in carovane per rivenderlo all’estero, e arrivavano sempre per primi, loro, gli zingari, pensarono che potevano far soldi coi desideri recuperati, spolverati, sistemati, e rivenduti.

E dopo i rom arrivarono gli africani che di desideri non  avevano mai smesso di vivere, anche se erano oramai le terze generazioni, nate tutte in questo paese malandato. Loro, la cittadinanza non l’avevano ancora avuta perché nessun partito li aveva sostenuti non sapendo con certezza per chi avrebbero votato.

Per ogni figlio di stranieri nato nella nazione ci volevano minimo venti anni di attesa, anche se eri nato dentro i confini  e bisognava sostenere un esame così difficile che se andavi alla Bocconi a chiedere di diventare professore senza laurea sicuramente facevi prima.

Loro gli africani all’andazzo si erano abituati, pativano il freddo tanto quanto i tristi, così chiamavano gli italiani di pelle bianca.

Ma loro, i neri,  come li chiamavano i tristi, avevano dentro sempre la fame.

Il governo con un decreto, anni prima, decise  che gli africani dovevano vivere tutti in periferia, a metà strada tra la campagna in cui avevano confinato i palazzi dei rom, costretti  dentro case di mattoni, tutte anonime che li avevano depressi perché a loro serviva il cielo come tetto e nessuno lo poteva sopportare quel grigio e le città dei tristi, tutte illuminate e coi negozi vuoti.

La discarica  a Venezia stava proprio tra le case depresse degli zingari e quelle affamate degli africani.

Da qualche tempo, senza che nessuno se ne accorgesse, rom e africani avevano cominciato a parlarsi, e si dicevano che era difficile per loro stare in città così silenziose come quelle che erano diventate in quel paese della paura. E siccome c’era solo un canale televisivo, quello del comitato nazionale, e solo da lì si avevano le informazioni e non facevano che parlare della crisi mondiale e dei delinquenti rom o africani che commettevano reati, in città nessuno più parlava o dava lavoro o si sedeva tranquillo vicino ad un africano o ad una donna con la gonnellona colorata, anche se questi  erano indaffarati a studiare sui libri per sostenere l’esame che non passava nessuno.

Anche a Venezia non si parlava, ci si guardava di sottecchi, si passava  oltre facendo finta di niente se loro, gli stranieri, avevano bisogno di aiuto. Per reazione al silenzio, rom e africani, invece, avevano superato la diffidenza, avevano cominciato ad aiutarsi e visto che il lavoro per loro mancava si erano messi a darsi una mano. E da lì, dai dialoghi, era venuto fuori che la discarica era una opportunità. Sì.

Recuperare, pulire e rivendere desideri al mercato nero.

Recuperavano e rivendevano sogni, desideri, progetti, speranze.

Organizzavano anche aste clandestine dove giravano ogni giorno  le poche migliaia di euro in contanti rimasti ai tristi.

 

Non si usarono cellulari e computer, facilmente rintracciabili dai servizi di controllo che vietavano il recupero di quello che era stato buttato.

Rom e africani tornarono al passato, al passaparola, sussurrato di bocca in bocca nei bar della città.

E si trovarono presto, col passare dei mesi, una fila di clienti vogliosi di riavere se non il loro desiderio almeno quello di un altro, purché sia un sogno, un qualcosa  a cui pensare nei momenti duri come una opportunità, una soluzione, una via di fuga.

Quelli che avevano fatto la fila per volere del governo si ritrovarono tutti a  farne un’altra, stavolta nella periferia scura,  per ricomprarsi sogni buttati e da nascondere sotto il materasso al posto dei soldi che erano finiti. Rom e africani divennero così i veri padroni della città e la discarica cominciò a svuotarsi, lentamente. Da loro tutti i tristi finirono con il passare.

Quando il governo scoprì l’inganno e organizzò la repressione, decidendo che sarebbero state bruciate tutte le immondizie delle discariche in giro per il paese, i rom e gli africani chiusero le aste, fecero sparire dai retrobottega dei bar i loro punti vendita e si chiusero nelle case tra campagna e periferia.

Una mattina mentre gli elicotteri lanciavano le bombe sopra le discariche, a Venezia si formò una  lunga fila di persone che lasciarono la città e marciarono verso la periferia e poi verso la campagna e poi andarono diritti verso la colonna di fumo della discarica.

Erano i tristi che camminavano, con trolley e valigie e zaini, con le macchine piene di materassi verso la discarica. Erano migliaia, erano silenziosi. Uomini e donne e bambini in marcia, chi in bicicletta, chi in moto.  Quando passarono davanti alle case degli africani e poi davanti ai condomini dei rom, loro, gli stranieri,  urlarono dalle finestre verso quella gente, li invitarono a fermarsi e tornare indietro, che là in fondo era tutto fumo e tiravano le bombe e c’era un sacco di fuoco.

Ma loro, i tristi, andarono avanti fino ai cancelli roventi della discarica, riuscirono ad aprirli, e si misero a camminare tra topi e gabbiani, in mezzo alla terra incandescente.

Avevano tutti  fame.

Di loro non parlò nessuno.