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Me lo compri?

Me lo compri un faro?

Piccolo, in una isola senza nulla attorno, solo lo spazio per correre come in un pazzo girotondo, davanti al mare.

Con una sdraio e un dondolo familiare, con la coperta pronta all’uso, per aspettarti, quando farai tardi.

Me lo compri un faro?

Con una luce gialla che fenda la nebbia, forte come un raggio di sole, calda come il letto che hai appena lasciato.

Piccolo, in una isola senza nulla attorno, solo lo spazio per correre come in un pazzo girotondo, davanti al mare.

Ah, cosa?  Non me lo compri? 

Tu stai a Malibù? Su una spiaggia grande come un campo da calcio e fa così caldo che la coperta manco sai che è?

E la nebbia, ce l’avete la nebbia lì? No, peccato.

Beh certo, e poi tu fai sempre  tardi di tuo, giusto.

 Scusa, ma chi cavolo sei, tu?

Ugo? Scusa, ho sbagliato numero.

Peter

L’ho incontrato in una vallata vicino a Caqui, nel Nordest argentino, durante il mio secondo viaggio nel paese dove si può ancora vedere l’infinito. Avrei voluto portarlo con me ma era senza passaporto e mi era impossibile, convincerlo a lasciare quelle terre.
Ammetto che ancora oggi non riesco a pensare a lui senza sentirmi all’improvviso triste. Perchè Peter in poco più di due ore ha saputo darmi più di tanti altri.
L’ho conosciuto davanti ad una casa, mentre cercavamo le indicazioni per raggiungere alcune interessanti pitture rupestri. E’ apparso dietro ad una bambina uscita da una casa ad un piano tra le piante con un porticato sconnesso, e che era corsa a vedere se ci eravamo persi.
Lei ci parlava, placida e sorridente; lui è spuntato alle sue spalle. Lo sguardo sereno, l’occhio furbo. Si è avvicinato a noi, e si è piazzato di fronte a me in attesa.
“Se volete vedere le pitture rupestri, vi porta Peter”, ci ha detto la ragazzina.
Neanche ho fatto in tempo a chiedere quanto ci sarebbe costato il disturbo.
Lui mi ha guardato, si è girato ed ha cominciato a camminare davanti a noi verso la montagna. Il sentiero passava in mezzo ai rovi, con un percorso tra le pietre su cui si camminava in modo sconnesso. Ma Peter sapeva il fatto suo, anche senza bisogno di cartelli intuiva in che punto si doveva girare a destra rispetto al cespuglio di cafajate o piante dai rami spinosi. Lui non parlava e noi in reverenziale silenzio lo seguivamo lungo la salita in fila indiana. Era lui il nostro capo.
Ogni tanto spariva veloce alla nostra vista. Ma niente paura ; ce lo ritrovavamo davanti all’improvviso, sorridente. Come se la fatica del cammino neanche lo sfiorasse. Oramai eravamo ad un passo dalle rocce, salivamo sfiorandole attenti a non mettere un piede in fallo. All’improvviso davanti ad un costone di roccia Peter si è fermato, come impietrito. Fissava la parete,estasiato, e quello sguardo ci ha spinto a vedere nella direzione in cui voleva lui che guardassimo.
All’inizio non capivamo, pensavamo alla presenza di qualche animale nascosto tra le rocce. Poi lo stupore si è impossessato di noi: le avevamo individuate, stavamo guardando le pitture rupestri. Segni lasciati dagli uomini migliaia di anni fa.
Mi sono seduta su una roccia che sporgeva dal terreno, per guardare meglio e anche riposarmi.
Peter, silenzioso, mi si è seduto vicino. Senza dirci niente, siamo rimasti mezz’ora a fissare la parete, guardando i colori, le forme di quelle tracce antichissime: una scena di caccia , cacciatori dipinti di rosso mattone ed un animale , forse un cervo o un lama, in corsa inseguito dall’uomo che lo voleva uccidere.
Colori che si erano fusi con i toni della roccia.
Io guardavo, ma sentivo accanto a me il calore della presenza di Peter. Per lui, parlava il respiro, cadenzato come un mantra.
Non so perchè l’ho fatto, ma l”ho abbracciato e lui non si è scostato, anzi si è fatto più vicino a me. Abbracciandolo potevo sentire distintamente il rumore del suo respiro e poi il battito del cuore. Rilassato, sereno. Mi sono sentita allora un tutt’uno con quelle terre selvagge e sterminate. Avevo ritrovato davanti ad una roccia il senso dell’infinito che cercavo attraversando le Ande.
Non mi sarei più staccata da quell’abbraccio gentile che mi aveva riempito l’animo di pace, di quiete.
Ma Peter, forse imbarazzato da tanta improvvisa intimità con una sconosciuta, all’improvviso si è rialzato e si è allontanato da me. Riprendendo il cammino verso la casa della sua amica, ogni tanto si voltava a vedere se lo seguivamo.
Voleva essere sicuro che non ci trovassimo in difficoltà durante la discesa. E così è stato, tutto è andato per il meglio e la sua piccola amica era ad attenderci, sorridente, per sincerarsi che la gita fosse riuscita per il meglio.
I saluti sono stati una formalità, come spesso accade tra persone che parlano lingue diverse. Con Peter non sono servite parole, invece. Il suo sguardo fiero e attento indicava che aveva capito quello che mi era successo, che mi ero sentita parte del suo mondo. E gli bastava. Se ne è andato dopo avermi sorriso e baciato la mano sinistra.
Dopo anni ripenso a lui con affetto e tristezza.
Non era bello, non sarebbe mai stato mio.
Ma era un cane e solo lui poteva insegnarmi il piacere della pace interiore.

L'uomo nero

L’uomo nero non lo riconosci finché non ci hai a che fare e ti accorgi che la sua ombra è meno nera del suo sorriso. 

Se sei bambina, l’uomo nero è quello dei sogni, che ha l’ombra lunghissima e le dita lunghe lunghe, che sembrano artigli affilati, e la giugulare te la squarcia con una carezza.

Poi se hai la fortuna di crescere serena, pensi che l’uomo nero non esiste.

 

Marino sembrava l’uomo nero dei sogni, si disse Enza quando lo vide entrare in casa e trattenne il respiro, per la paura. 

Enza aveva undici anni, e vedendo quell’uomo entrare dalla porta di casa , tornò bambina, quando nel letto sognava artigli nel buio e si pisciava addosso, per la paura.

Marino di anni ne aveva sessanta. 

Era alto e magro come un grissino, i pantaloni erano di due taglie più grandi e il maglione era così vecchio che sui gomiti era bucato. In un’altra vita quella maglia doveva era stata color arancio ma a suon di indossarla, mattina e sera, era diventata grigia. Come l’asfalto della strada.

Enza  si accorse di lui dall’ombra che il corpo del visitatore inatteso lasciò sul pavimento di piastrelle dell’ingresso. E sentì il bisogno di correre in bagno. 

Ma suo padre non avrebbe gradito: non si lascia solo un ospite appena varca la porta di casa.

Marino  entrò  in cucina  e si sedette silenzioso e impacciato al tavolo, apparecchiato di tutto punto per il pranzo. 

Enza non riusciva a staccare gli occhi dalle sue mani. I due mignoli avevano un’unghia lunghissima e nera. 

Enza, si disse, che così doveva esser l’unghia dell’uomo nero. 

 

Dove è papà.

 

Marino tentò di sorriderle, ma svelò solo  una bocca per metà senza denti ma con quei canini lunghi e appuntiti e Enza sentì l’angoscia, giù in fondo. Le mani grinzose e piegate dall’artrite sembravano moncherini da cui spuntava quell’artiglio del mignolo. 

Enza non smetteva di fissarne i movimenti, mentre versava la minestra nel piatto dell’ospite sconosciuto. 

Marino si era rifatto serio, fissava la bottiglia di vino davanti a sé e Enza intuì dove lo sguardo andava, lei non lo mollava un secondo e gli fissava occhi e mani, nel timore che partisse uno schiaffo improvviso che le tranciasse in due il collo.

Prese le bottiglia e versò da bere nel bicchiere dell’uomo.

Fu allora che Marino notò il tremolio pauroso del polso di Enza e proferì un “grazie”, così profondo che la ragazzina fece un balzo in alto, con la bottiglia in mano.

“Non sono cattivo, lo sono solo se bevo troppo. Oggi andrà bene”. 

Marino parlava mentre Enza si chinava, tremante, a raccogliere le macchie di vino dal pavimento, aiutandosi con un tovagliolo di carta.

Marino versò il vino del bicchiere dentro la minestra; Enza tentava di respirare.

 

Papà vieni, ti prego.

 

Suo padre era fuori, al cancello di casa, intento a parlare con un signore. Era nonno Bepi, il vicino di casa rimasto invalido per colpa di un ictus. 

La ragazzina fissò la finestra, guardando la figura di spalle di suo padre. E poi girò l’occhio verso l’uomo e vide il piatto con la minestra improvvisamente rossa, pareva sangue diluito, e si disse che era quella la sua ora. E sentì forte l’impulso di correre in bagno. 

Invece corse fuori,  in giardino, lasciando Marino da solo con la sua minestra di vino, con la mano grinzosa che reggeva a fatica il cucchiaio. 

Enza raggiunse suo padre al cancello e respirando forte, si aggrappò al suo braccio, che era sempre stato il suo angolo di pace. 

E stringeva quel braccio come una liana che la avrebbe portata lontano dall’uomo nero che beveva sangue. E la vescica , rallentando il respiro, piano piano, si chetava mentre suo padre le accarezzava i capelli.

 “Enza, hai lasciato solo Marino? Ascoltami, lui non ha nessuno, vive per strada e suo fratello ora è in ospedale. Ti ho sempre detto di essere gentile con gli ospiti, specie con chi se la passa peggio di noi”. 

Enza scese dalla liana.

“Lo so ma mi fa paura, papà”.

“E’ un barbone, Enza, ma è buono. Non farebbe del male a nessuno. Facciamo così, tu porta a casa nonno Bepi e io faccio compagnia a Marino. Va bene?”. 

 Tutto pur di evitare di vedere quel piatto sanguigno e quel mignolo affilato.

E così Enza prese sotto braccio nonno Bepi dal passo strisciante e si incamminò nella stradina a lato di casa. Cento metri li dividevano dalla casa del vecchio che, camminando lentamente, si appoggiava a lei con tutto il corpo tanto che Enza poteva sentirne il peso. Arrivati davanti alla casa in fondo alla stradina, Enza mise la mano nella tasca destra della giacca di Bepi e prese le chiavi. Tutti sapevano che stavano lì. 

Poi aprì il cancello e la porta. 

 

Chissà di che parla papà con quell’uomo.

 

Con la porta aperta, nel corridoio entrò un potente raggio di sole e l’ombra del Bepi si stagliò corta alle spalle di Enza. La casa puzzava di antibiotici e urina, un odore fastidioso. Enza si girò, pronta ad uscire. 

Il suo compito l’aveva assolto, non aveva voglia di tornare a casa ma pensava di fermarsi a far due tiri a canestro nel piazzale sul retro.

Ma nonno Bepi non si spostò dall’ingresso, la fissava senza parlare e con la mano tremolante le fece cenno di avvicinarsi.

Vicina, più vicina, bambina, fino a che l’orecchio di Enza sfiorò la bocca di Bepi, che non parlò ma fece qualcosa. Sorrise mostrando una bocca tutta nera come la pece. E la mano tremante ora era ferma e stringeva, attraverso la maglietta, il capezzolo destro del seno di Enza con tocco deciso e la mano sinistra si infilò dentro i suoi pantaloni della tuta, dentro le mutandine. Enza guardava quella bocca nera , oltre i denti finti,  e si chiedeva cosa c’era lì in fondo. Annusò l’alito fetente che usciva da quel buco nero e si sentì persa. Il dito di nonno Bepi cercava strada e Enza sentì furiosa la paura e il bisogno di fare pipì. Quando sentì male, pensò che un uncino l’avesse afferrata dentro la pancia, e si ricordò delle mani dell’uomo nero dei sogni.

Enza cacciò un urlo. Che subito dopo si spense.

Dietro a nonno Bepi si stagliava la figura di Marino con l’artiglio posato sulla spalla del vecchio a pochi millimetri dal naso di Enza. 

Lei si sentì persa di nuovo , cacciò un secondo urlo e chiuse gli occhi, tremando. Il resto lo disse l’umido che le scendeva tra le gambe.

Non vide nulla dopo  ma sentì, netto,  il rumore di uno schiaffo e di qualcosa che cadeva a terra e una stretta forte che la trascinava via.

 

Papà, dove sei?

 

La stradina era illuminata dal sole.

Marino ora le accarezzava i capelli e la teneva stretta al suo braccio. Enza vide l’ombra lunga dell’uomo sull’asfalto. Poi si girò: nonno Bepi tremante era sulla soglia della porta di casa, a terra, a quattro zampe intento a cercare la dentiera che gli era volata via. Sulla guancia un lungo striscio rosso. 

Il vecchio la fissò e lei vide il nero pece dentro quella bocca e strinse inconsciamente l’artiglio di Marino che le era accanto.

“Non ti farà più male”, lui le disse.

E Enza scordò i pantaloni bagnati. 

“Sai giocare a basket? Li facciamo due tiri assieme?”


Petti e pettini

Non è facile, lo so. Non è come nello spogliatoio, dopo la partitella a pallone, quando tutti si spogliano, e c’è all’improvviso, questa democrazia del corpo, a renderci tutti uguali: chi con un petto villoso, chi con un petto assolutamente liscio e morbido, chi con il muscolo che guizza, chi con la maniglia che fa da salvagente.

Se fossimo sempre nello spogliatoio, l’imbarazzo non sarebbe di casa. Saremmo tutti sudati e sporchi, dopo la sgambettata collettiva. E le differenze si appiattiscono nella democrazia della coda per la doccia, e semmai ogni difetto diventa occasione per una risata goliardica.

Ma siamo qui io e te, amici da una vita al punto che manco ci ricordiamo più da quanti anni lo siamo, e  mentre io ti parlo degli affari miei mi tolgo la maglietta per cambiarmi…

No aspetta, qualcosa non va: cosa è quello sguardo.

Fisso, bruciante. E non è che siamo qua a pettinar gli istrici e a metterci i bigodini a quarant’anni.

Tu mi guardi ma non vedi più l’amico asessuato.

Altrimenti il tuo occhio perché dovrebbe fondermi lentamente il petto?

E  con la bocca all’improvviso impastata mi parli , fissandomi.

E allora io, stupita, mi rendo conto che  è roba da un millesimo di secondo, ti concedo l’attenuante, ma si vede che mi guardi come si guarda il filetto appena cotto alla brace, quando hai fame.

E l’imbarazzo potrebbe avere il sopravvento. E io che non pettinavo le bambole ma le facevo far l’amore con Ken, povero omino plastico, mi asciugo col tuo sguardo e penso a cosa fare.

Che non lo so, io , che quando mi mordi il collo, per ridere, a me piace? Mi è sempre piaciuto. 

Ma davanti ai petti e senza pettini, l’imbarazzo va superato in fretta, perché  ora e domani potremmo non riconoscerci più. Serve un piccolo miracolo, magari la dimostrazione che a volte la forza di gravità non vale per tutti gli alberi o tutte le mele. Chiamala provocazione, chiamalo divagare, ma dovresti ringraziarmi. Perché con un sorriso ti ho spento lo sguardo, ho trasformato l’imbarazzo in stupore, e il tuo cervello ha smesso di interrogarsi sul sapore del mio collo, ma si è concentrato sulle stranezze della scienza.

Senza perder ore a pettinarci.

L'anello nero

Se tocco l’anellino di plastica nera, che mi hai regalato, mi ricordo dei nostri minuti lenti.

Che importa se ti è costato meno di un euro. 

L’avevi comperato in una bancarella e sorridendo me l’hai infilato al dito con un gesto da cavaliere gentile. Con la stessa gentilezza che si usa quando si regala un diamante, prezioso. 

Eravamo a passeggio in centro, e mi avevi offerto il braccio per tenermi diritta, e io mi ci sono attaccata, al tuo braccio, certa che il passo non l’avrei perso. Un appiglio sicuro dopo una serata troppo allegra. Ci eravamo conosciuti quel giorno e avevamo troppa voglia di godercela la gioia della conoscenza per non darci all’allegria.

Da perfetto cavaliere gentile mi hai donato quella fedina nera e di plastica e io mi sono sentita bene e quando mi hai sfiorato i capelli, togliendo il ricciolo che mi si era posato impertinente sulle labbra e mi hai sorriso, io mi sono sentita pure bella. 

Nella mia testa all’improvviso io ballavo come Ginger Rogers, e tu eri il mio Fred, mi tenevi per non cadere durante le nostre piroette lungo la strada. E così , con quei passi di danza accennati dentro la testa, siamo andati verso l’albergo.

“Ti accompagno di sopra”, mi hai detto. 

E io ho annuito, perché il tuo braccio non potevo lasciarlo come in barca non si lascia mai il remo. Ne avevo bisogno per non piegare a sinistra, tu te ne eri accorto e mi canzonavi, dicevi che dovevo portar i piedi a rifar la convergenza, e ridevamo e ad ogni passo sui gradini mi spingevi, lievemente, con la mano sinistra che sfiorava la mia schiena, poco sopra la cintura dei jeans. 

Un tocco lieve ma era la certezza che tu eri lì, mio cavaliere gentile, a rendermi leggera. E visto che la chiave non riuscivo ad infilarla nella toppa, tu, che mi canzonavi ancora per l’andatura sbilenca, hai aperto la porta della camera e mi hai spinto dentro, con gentile decisione. 

Poi io mi sono gettata sul letto e tu mi hai detto “ ti spoglio io” e ti ho lasciato fare che non sapevo far da sola. 

Hai cominciato dalle scarpe, poi sei salito fino ai miei pantaloni, poi via anche la maglietta. Poi sei rimasto a guardarmi, avevo il completo color cipria, i seni ribelli che uscivano dal reggiseno e sorridendo ti sei chinato per sistemarlo, e allora io che ancora ridevo, ti ho preso la testa fra le mani, accarezzandoti i riccioli, e fissandoti negli occhi. 

E dentro quegli occhi blu son finita a vedere il mare, quello ventoso delle sei di mattina d’estate, quando in spiaggia non ci trovi nessuno, solo qualche cane randagio a passeggio. Forse hai capito che io ti vedevo dentro il mare e tu, cavaliere gentile, mi hai abbracciato. E mentre lo facevi, io sentivo la mia pelle scaldarsi al tuo abbraccio e non ho reagito, non ti ho spinto indietro, sono rimasta invece a godermi il tuo calore. 

Io pensavo al mare, eri caldo come una coperta da indossare per andar fino a riva a godersi il rumore delle onde e del vento e a te andava bene esser coperta, e ti sei allungato sul letto fino a coprirmi sfiorandomi la schiena con le tue belle dita, slacciando i gancetti del reggiseno, sfiorandomi la pelle libera, senza fretta. 

Poi sei sceso con la mano e mi hai stretto tra le cosce e io ho cominciato a sentire ancor più caldo e non avevi voglia di smettere come io non avevo alcuna intenzione di non sentire questo calore e allora mi è venuto in mente un falò sulla spiaggia di sera, di quelli dove spunta sempre una chitarra e una bottiglia di vino. Davanti al falò si partecipa. E ho cominciato anche io ad accarezzarti, a spogliarti,  a sfiorarti le spalle, poi man mano che ti liberavo dai vestiti, a baciarti e stuzzicarti l’ombelico, a sfiorarti tra le cosce. 

Poi ti sei girato, mio cavaliere, e dopo poco è apparso lui, tra di noi, e ci giocavamo e a te piaceva e pure a me piaceva, eravamo caldi e anche lui è diventato caldo ed era un terzo, ma mica incomodo; no, era partecipe come un complice sa esserlo ed io collaboravo perché era come correre la mattina presto sulla spiaggia, tutti sudati ma felici perché poi arriva il momento del gelato come quando eravamo bambini. E noi bambini, voraci e golosi, lo eravamo per davvero e poco ci interessava che ci fosse quello, tra noi; era parte del gioco come i gelati sulla spiaggia. Non so, secondo me è durato ore, poi ci siamo addormentati, abbracciati e sudati e lui era sempre lì, tra noi, ma noi eravamo abbracciati e lui era solo. 

Al  mattino, è stato la prima cosa che ho visto quando ho aperto gli occhi.

Era nero e di plastica. Proprio come l’anellino che mi avevi regalato, Cecilia.

 

 

Yo soy viento

 

Pregúntate que pasará cuando yo acabe de dar vuelats y de venir a despeinarte, en vez de lamentarte si llego, travieso para cambiarte de lugar, para erosionar tu máscara con cada pasada mía. Puedo ser tramontana fría y nórdica delante de tus noes insistentes o sentirme en cambio un viento sureño que varía desde el lebeche hasta el siroco, cuando tienes ganas de sentir el calor que tengo dentro. Puedo ser levante y volverme briza lieve para hacerte descansar después de haberte cansado de seguirme o un viento del Egeo para alegrar tus juegos estivales. Puedo silbar, absoluta como una reinante, hacia tus ventanas para darle voz a tus silencios, pero puedo también cogerte de sorpresa, de espaldas, con un abrazo cuando menos lo esperas. Y luego irme, como si nunca hub iera pasado por allí, dejándo que me busques confundido en el horizonte. No temas, también sé ser una sonriente briza matinal para despertarte con una caricia. O transformarme en un temporal dominante cuando rozas mis labios y lo que siento es miel. Que la hiel la reconozco con dificultad, yo, yo soy viento, cambiante y absoluto, ingenuo y testarudo, pero también rosa sin maldad si las largas espinas te dan miedo, pregúntate como te sentirías si no estubiera. Menos loco, per más disfrazado.

 

traduzione di Claudia Sangoi http://sancla.wordpress.com

Un mondo piccolo

foto da internet

 

Un mondo piccolo è tutto quello che voglio. Con una casa piccina ma piena di sole e con tante finestre per far entrare il vento quando vuole venirmi a parlare. Con pochi mobili di legno e tanti libri e giocattoli per non annoiarmi mai. E tonnellate di cioccolata per addolcirmi.

Un mondo piccolo che lo metto dentro il taschino della giacca. Quando voglio partire posso portarlo con me e mi sento al sicuro anche se sono in un deserto sconfinato.

Nel mondo piccolo ci metto anche una girandola colorata perché quando il vento mi parla, tutto diventa cerchio e il mio semicerchio emotivo finalmente si allarga.

E dentro al semicerchio che diventa vortice c’è un uomo , nel mondo piccolo, che mi regala girandole e non fiori, che preferisco vivi;  che parla alle mie piante grasse come parlerebbe ad un gatto; che sa essere grande come una coperta quando voglio coprirmi la testa e giocare all’indiano,  e piccino come un mondo piccolo quando voglio andare via.

Epinefrina

Il ferro è freddo, tu sei caldo. 

Posso sentire il tuo calore a un metro di distanza, senza neanche toccarti. Sudi mentre fissi la tua Smith & Wesson 686 che è ora nella mia mano sinistra. Me l’avevi data da toccare e guarda adesso. Io che la punto diritta al tuo naso, senza toccarlo e tu che sudi come uno che è appena stato in sauna. 

Lo sento il tuo cuore che batte all’impazzata, la vedo la goccia di sudore che ti scende sull’occhio; posso seguirne la traiettoria pazza.

 Ma il mio braccio resta teso, non mi sfiora l’idea di abbassarlo e di venire ad asciugartela quella goccia. E tu non fai niente, lasci che lei scenda sull’occhio fino ad accecartelo, poi lo chiudi di colpo con una smorfia di fastidio, ma stai fermo.

 Fissi il mio braccio che non si abbassa e la mia mano, che impugna la 686. 

La vedi anche tu la  tacca di mira contornata da una riga di colore bianco che mi consente di prendere la mira meglio. Ho a tiro il tuo naso, fisso il mirino e la striscia rossa al centro mi aiuta a individuare il bersaglio. 

Chissà cosa pensavi quando me l’hai messa in mano. Forse volevi impaurirmi? Farmi capire chi comanda ? 

Hai sbagliato i conti. Adesso il ferro ce l’ho io, e lo punto diritto al tuo naso. Se sfioro il grilletto, il colpo parte e ti centra in pieno e il tuo naso, bum, non c’è più. Accarezzo lentamente il grilletto, lo sfioro, come si sfiorerebbe l’ombelico di un uomo per riempirlo di brividi.

 Tu guardi, intuisci e sudi ancora di più, perché ti ricordi all’improvviso che la sicura l’avevi tolta prima, mentre giocavi a fare il duro che ha una arma. 

E adesso il tuo occhio, quello che si era chiuso accecato dalla goccia di sudore, è spalancato e la pupilla vibra, perché capisci quel che può accadere e hai paura. Hai paura di un bum e del tuo naso che esplode, e del niente improvviso. 

Non sentiresti neanche male, se premessi il grilletto sentiresti solo quel bum, il resto lo farebbe il proiettile che ti frantuma il naso. Poi sarebbe il nero.  

Ma non mi interessa ucciderti, manco mi è passato il pensiero veloce di farti del male. Quando mi hai messo in mano la pistola, il gesto è stato automatico, non cercato ma immediato, non pensato ma come un tic. La mano ha impugnato e il braccio si è alzato. E io ho preso la mira. 

Mi stupisco di essere in questa posizione, e tenerti sotto tiro, ma adesso che il braccio lo sento parte di me e non più a sé stante, mi vien da dire che mi piace vederti aver paura. 

Ieri mica ne avevi, quando mi hai mollato davanti l’ospedale e mi ha detto “ Ci vediamo stasera, che ho da fare. Chiama se hai bisogno”.

 Eri sollevato nel vedermi varcare la soglia dell’ospedale dove mi avevi fissato l’appuntamento per l’aborto. 

Mica avevi paura che potessi aver terrore, che potessi piangere da sola, mentre una cannula  aspirava quello che poteva essere nostro figlio. Mica eri là a tenermi la mano quando sono uscita dalla sala operatoria. Io avevo freddo e tu non c’eri. 

Avevi altro da fare, dovevi andare a tirare al piattello con gli amici o soltanto non ci volevi essere, non volevi sentirti parte di questo. 

Ma sapere che c’è tuo figlio lì in quella cannula che il medico sta aspirando, ecco, fa male dentro.  Anche se sai perfettamente che è la scelta più giusta. 

Non è un male del cervello, è un dolore delle ossa.  

E arriva anche se sai che quell’embrione non lo puoi crescere e farlo diventare bambino e vederlo nascere e piangere, e succhiare dal tuo seno. Non puoi perché sei sola, e non ce la fai a dargli quel che si merita ( un padre, una vita serena, giochi al parco, mai la solitudine e la povertà ). 

Ecco, io avevo male alle ossa, un male muto e continuo, come se non solo stessi abortendo ma mi stessero succhiando il midollo. E tu non c’eri. 

Era figlio anche tuo ma mi hai lasciato al freddo. E nel gelo sono tornata a casa da sola, ore dopo, in taxi. 

Da sola senza pensare e per non disturbare. Salite le scale e aperto il portone, mi sono seduta sul divano a battere i denti al ritmo del male muto e mi sono avvolta nella coperta. Mi serviva calore. 

Quando sei arrivato e mi hai chiesto come stavo e ho visto che manco mi sfioravi e sei andato a pulire la tua Smith & Wesson, con lo straccetto di panno bianco, tu, parlavi e pulivi e parlavi e pulivi, io diventavo ghiaccio. Non mi guardavi in faccia, evitavi i miei occhi e mi dicevi che era la cosa giusta, che eravamo giovani e senza soldi e senza certezze, manco  che questo amore potesse durare, dicevi.  Ma l’amore era già morto, tre ore fa, sul tavolo operatorio quando non hai avuto paura di lasciarmi sola. 

E adesso che sento l’odore della epinefrina che ti entra in circolo e il caldo del tuo corpo che teme di morire, io, adesso,  ho decisamente meno freddo. 

Aggettivi – da hotelushuaia

Scostante. Mi sa che hai sbagliato a definirmi così. Se leggi sul vocabolario l’aggettivo si usa per chi è introverso. E io non lo sono, caro lei. Sull’introverso non ci siamo, eh , no. Io ho attorno a me un sacco di gente e ci rido e faccio ridere. Forse che tu volevi usare un aggettivo diverso e ti è uscito quello? Dimmelo, caro signore. Quando volevi ingabbiarmi in una definizione, sei incappato in quella sbagliata. Volevi definirmi come una donna priva di cordialità? Ma non ci siamo! Dai, vatti a leggere lepido. Alla elle, sì. Ecco. Senti, lascialo aperto il vocabolario, ce lo guardiamo assieme e vedrai che alla fine la troviamo la parolina che mi ingabbia…tu che hai bisogno di paroline per definire altrimenti ti senti privo di riferimenti. Ehi, no, mica te ne vai…adesso andiamo a cercarla la parolina. Ecco, vediamo. Sono scontrosa? A volte ma non sempre. Sono dura? Beh, quello solo con me. Sono ruvida? Ma come! Vuol dire non uniforme al tatto e scusami al tatto io sono morbida e talvolta sono ruvida solo sul tallone, quando tardo l’appuntamento con la pedicure. Scorbutica? Ma non ho malattie e soprattutto mai incappata nello scorbuto. Non la trovi? Dai, non fare quel grugno da bimbo insoddisfatto. E’ semplice, aspetta che la trovo, ecco. Difficile. Ovvero chi richiede un grosso sforzo per essere compreso. Ohh, ci siamo quasi. Dentro l’aggettivo difficile mi trovo abbastanza bene. Non basta però, mi sa, per il tuo cervellino. Allora vediamo, sono una persona seria, sì, va bene. Ma sono amena? No, lo sarei se fossi un luogo geografico. Non si usa per le persone. Semmai si dice divertente o arguta. Per te vado oltre? Ah, dici pazza? Se intendi la malattia mentale, mica lo so se hai ragione. Se intendi che a volte me ne esco con idee che cozzano con la tua immagine di me, allora può starci ma ce ne sono tante che puoi usare, per le mie idee: balzane e bislacche mi vanno bene, dai. Hanno un bel suono. Proseguiamo: se volevi dire che io sono seria e pure non seria, ti ascolto sì, volevi arrivare alla fine a definirmi discordante? Ma io mica sono in opposizione al tuo pensiero per partito preso, è che se non sono d’accordo, lo dico e basta. Dai, ti aiuto io: volevi dirmi, alla fine, che sono inconcludente. Anche su questo posso disquisire. Se intendi che sono oziosa, questo è vero e mi pare pure di meritarlo e me ne vanto. Se intendi che non raggiungo il mio scopo, non so che dirti. E’ vero tu mi conosci da secoli e io sono stata ai tuoi occhi tante cose: giocatrice di basket, poi arbitro, e ancora suonatrice di sassofono, studentessa di liceo prima e di scienze politiche poi, raccoglitrice di pomodori estivi, segretaria di un circolo della Fgci, fidanzata per bene. E di nuovo studentessa universitaria e poi aspirante moglie e madre. Di quei momenti mi resta solo il ricordo, oggi, è vero, hai ragione tu. Risultati? Tu non li vedi. Successo? Non so che dirti. Ma darmi della inconcludente, mi pare eccessivo. Per te non ho portato avanti alcun scopo. Boh, erano esperienze, utilissime. Mica dovevo andar in giro con le medaglie… Ah, tu avresti preferito… capisco. E’ tardi, scusami, ora devo andare. Ti lascio il vocabolario, così finisci di definirmi per bene. Io ho meglio da fare. Cosa? Vivere, per esempio.

Linda

Guardarlo mentre dorme è  il secondo piacere della giornata. Il primo era stato vederlo eccitarsi davanti a me, e capire che quell’eccitazione era merito mio, solo mio.

Quando Mario si è tolto i pantaloni e mi ha detto: “ Guarda Linda, è merito tuo”, beh io mica avevo capito. C’è voluta la sua opera convincente per farmi sentire il piacere fine e duraturo dell’esser donna e di piacere, io che sono abituata a non esser vista, nella mia sempre troppo larga tuta da lavoro, unica donna in mezzo a tanti uomini, intenti a scaricar cassette della frutta ai mercati generali.

 Sono una fruttivendola e mi piace. Vendere frutta significa vender natura, vitamine, anche qualche pesticida, è vero, ma non vendo prodotti finti; io tratto solo frutta di stagione e anche se mi chiedono le fragole d’inverno, io non le ho e quindi mi sento la coscienza a posto. Credo che per ogni cosa ci sia il suo tempo e per me è anche vero che ognuno semina e raccoglie, quel che si merita.

 E io son donna dalle braccia forti e dalle gambe muscolose, abituata a sporcarmi le mani di terra. Non so usare rossetti e fondotinta, non so portare quella lingerie costosa che mi fa le cosce grosse. 

Non so sentirmi femmina, fino ad oggi. 

Ho sempre avuto una sola passione, il bustino. Con le stecche alte e i laccetti dietro che stringo con l’aiuto di mia sorella, quando voglio provare a sentirmi donna, io che vivo tutto il giorno in tuta e con le unghie nere di terra. 

Quando vado da mia sorella lo porto dietro, il bustino nero, dentro la borsa. E solo da lei lo indosso perché so che da lei posso giocare, come facevamo da bambine. E’ il mio momento. 

E’ solo mio e poco importa se torno a casa con la schiena a strisce per i solchi lasciati dai laccetti sulla pelle. A me piace ammirarli, quei segni, quando mi tolgo la felpa. E’ come un sapere che potrei anche io … 

Ci ho giocato anche l’altro ieri con mia sorella, a far finta di esser femmina. E ho fatto tardi perché siamo andate avanti a ballare fino a tardi con la bottiglia di Santiago sul tavolino del salotto e i Talking Heads di sottofondo.  

E come le bambine, avevamo le borse piene di vestiti e di scarpe con il tacco alto ed era divertente far le ragazzine a quarant’anni e non accorgersene. Come frutti fuori stagione, dirà qualcuno ma non importa. 

Giocare per me e mia sorella è fondamentale; giocando, noi, ci raccontiamo tutto, come facevamo da bambine. Ed ora che lei è senza un seno, falcidiata da un tumore, il giocare a far le femmine è terapia e complicità. Come è giusto che sia tra sorelle. 

Ho fatto alla fine così tardi che sotto la felpa ho lasciato il bustino nero e seppur bloccata dalle stecche me ne sono andata a lavorare alle quattro, dopo una notte insonne. 

E lui, Mario, il mio socio era già al nostro banco quando sono arrivata e mi ha visto nello sgabuzzino, togliermi la felpa per indossar la tuta. 

“ Ma che porti là sotto? Un corsetto? ”, mi ha detto, ridendo. E io sono arrossita perché fuori dalla casa di mia sorella, che era quella dei nostri genitori, io non so portar roba da donna se non quando gioco. E pensavo che Mario , scoperto il piccolo segreto, mi avrebbe preso in giro tutto il giorno, canzonandomi con i colleghi. 

Ma lui, invece, non ha detto nulla. Allora ho pensato fosse poi un gioco, colpevole il bustino, mi sono detta, quando lavorando lui mi passava vicino vicino, strusciando il suo petto sulla mia schiena. 

Alternava sempre un lieve “scusami” al suo sorriso giocherellone, che mi piaceva tanto da tempo. Ma sapete, io pensavo che per me fosse passata da un pezzo  la stagione dei sorrisi, sostituita da quella del lavoro duro e basta.  Che a quarant’anni suonati non avevo più tempo per i tremolii. Dovevo lavorare per pagarmi il mutuo di casa, perché non avevo mariti a prendersi cura di me e l’unico mio sostentamento era il banco di frutta che significa sveglia all’alba e sporcarsi le mani. 

E con i guadagni divisi a metà con Mario significava pure sgobbare come un uomo, per farsi rispettare. Da lui e dai colleghi del mercato. 

E un pochino alla volta, la mia seppur precaria femminilità è andata così a marcire, come la frutta tenuta troppo sulle cassette. 

E così quando lui ieri si faceva vicino mentre vendevamo le fragole o le zucchine, io mi dicevo che non era merito mio ma del corsetto, intravisto dalla tenda, e che era un gioco per canzonarmi. E mi andava bene, era quasi consolatorio. 

E quando mi ha chiesto di vederci la sera per una pizza, con la scusa di chiudere i conti del mese, io manco pensavo più al corsetto e alla insolita vicinanza di Mario durante il giorno. E quando mi ha offerto da bere al bar sul lungomare, mi sono detta che era solo cortesia tra soci. E quando mi ha portato a casa in macchina e mi ha chiesto di salire da me per un caffè, io non ho detto di no, pensando che era stanco e si voleva svegliare prima di rimettersi a guidare. 

Solo quando è uscito dal bagno con i pantaloni calati e mi ha guardato fisso e mi ha detto “ Guarda Linda, questo è merito tuo”, io ho cominciato a sentire che qualcosa stonava. Mi guardava tutto eccitato, Mario, e io mi sono messa a ridere. “Non è merito mio, è il corsetto”, ho detto tenendo gli occhi bassi. 

E lui allora mi è venuto di fronte, mi ha sollevato il mento e mi ha alzato il viso costringendomi a guardarlo e mi ha detto. “ No Linda è merito tuo e quel bustino è solo uno specchio. E ora ti faccio vedere perché”. 

Mi ha preso per le braccia fino a farmi alzare dal divano e mi ha portato allo specchio del bagno. Poi mi ha invitato a sfilarmi la felpa. Io allora sono rimasta ferma a guardarmi riflessa nello specchio, con il mio corsetto nero che mi stringeva i fianchi e mi alzava il seno, come se dovesse scoppiare da un momento all’altro. 

Mario mi era dietro, mi ha sciolto i capelli e me li ha accarezzati lentamente. E io mi guardavo nel mio specchio con il mio socio, all’improvviso solo un uomo, alle mie spalle e intento ad accarezzarmi i capelli con il più bel sorriso mai visto. 

Lì mi sono vista.

 Ero una donna, non una fruttivendola. La tuta non c’era più e dentro al bustino sembravo pronta ad esplodere in mille coriandoli di carne rosa. 

Ma non mi facevo ridere, no. C’era forza in quella immagine riflessa allo specchio, c’era serenità e felicità. C’era l’allegria di una donna. Non bella da copertina, ma bella comunque, come un frutto di stagione, maturo al punto giusto. 

“ Ecco vedi, è merito tuo, non del corsetto”, mi ha sussurrato Mario all’orecchio. E quella frase è stata come il lasciapassare che apre la porta: poi è stato tutto diverso e io non mi sentivo più dentro la tuta, ma un tutt’uno col corsetto, finché quei lacci non ho visto l’ora di scioglierli e Mario non vedeva l’ora di farlo.

 E il vederlo eccitato davanti a me, ai miei fianchi e alla schiena con i segni delle stecche e dei laccetti, mi ha fatto  felice solo come una femmina può esserlo. Ed è stato stupendo vedere un uomo eccitarsi così per me.

 Se ci ripenso, ora, che lo guardo estasiata mentre dorme, stanco, al mio fianco, mi vien voglia di svegliarlo per dirgli grazie. Non lo faccio perché è troppo bello guardarlo dormire, sereno e sorridente. Non posso togliere gli occhi da questa visione che mi eccita ancora, assolutamente pacifica. 

Posso solo sdraiarmi di nuovo accanto a lui e sincronizzare il mio respiro, libero dal corsetto, con il suo.