Nessun debito

Io debiti nella mia vita, finora, manco uno. Sarà capitato massimo tre volte di aver lasciato il pane da pagare all’alimentari sotto casa ma io entro sera torno e saldo e comunque se ho lasciato il conto da pagare era perché loro, quelli dell’alimentari, non avevano da darmi il resto. Me le ricordo quelle giornate passate con il fastidio, lieve, addosso, di non aver fatto il giusto.
No, io i debiti non li faccio. Mai.
Non chiedo soldi in prestito e non faccio credito a nessuno. Mi viene da sorridere mentre lo scrivo. Non faccio credito a nessuno, io. Come potrei? Lavoro da vent’anni in un’agenzia di recupero crediti. Sono un esattore, quello che arriva nelle case quando gli avvertimenti telefonici e le raccomandate di intimazione a pagare non hanno sortito effetto. Arrivo io e pignoro, cioè confisco beni che secondo me arrivano ad avere il valore del debito, spese accessorie e more comprese.
Mi presento bene con il doppiopetto grigio antracite e la cravatta blu, la camicia bianca e le scarpe nere, non cedo ad alcun discorso in dialetto, scandisco bene le parole anche per presentarmi quando suono ai campanelli per farmi aprire. A volte dico chi sono e non mi aprono, segno il nome sulla lista con una x e così mi ricordo che ci devo tornare o telefonare per far capire che faccio sul serio.
Se mi aprono la porta e mi fanno entrare, io non accetto caffè e bicchieri d’acqua, dolci e discorsi lacrimevoli. Apro la cartellina con la pratica, quantifico il dovuto e procedo al pignoramento. Se tentano di provocarmi insultandomi, e capita sempre più spesso, mantengo la calma e faccio quel che devo fare. Se mi mettono le mani addosso per aggredirmi, chiamo i carabinieri. E scatta la denuncia.
Non risparmio nessuno, se mi insultano faccio finta di non sentire, se mi aggrediscono li denuncio. Ho già collezionato una risma di querele di parte che il mio capo ogni volta che mi vede, per scherzare, mi chiama “Terminator”. Io sorrido, penso che magari prima o poi faccio carriera meglio di lui, e che di simile a Schwarzenegger non ho neanche una falange del piede. Tra l’altro io ho i piedi piatti. Non me lo vedrei un colosso così camminare come me.

Quando finisce la giornata di lavoro e torno a casa cerco di dimenticarmi in fretta le tante facce incontrate durante il giorno.
Da un anno a questa parte sono sempre di più: ho una ventina di pratiche al giorno e comunque più di dieci appuntamenti non riesco a farli. Perché si perde tempo. Ad aspettare che aprano, se aprono, e poi che la smettano di piangere, bestemmiare, implorare, insultare, prima di capire che resteranno senza macchina, tv o frigorifero quando io avrò finito.
Fanno debiti per tutto, del resto. Macchine non pagate, rate dei computer e dei cellulari non saldate, frigoriferi, cucine. Soprattutto rate delle carte di credito. C’è gente che ne ha dieci, le revolving, e spende e perde il conto dei soldi spesi e poi vorrebbe tanto giocare alla roulette russa con una pistola alla tempia. Sarebbe meno fastidioso che incontrare me.
C’è quello che è in cassa integrazione e non ce la fa a pagare le rate della casa arredata con la moglie. C’è quello che chiede prestiti e poi si gioca 500 euro in un pomeriggio coi “gratta e vinci” perché metti che la fortuna ci veda bene. Rigorosamente quella, la fortuna, sta guardando da un’altra parte.
C’è anche quello, però, che gira con due porsche e ha un appartamento da urlo, che quando ci sono entrato mi è venuto da togliermi le scarpe per non rovinargli il parquet, e lui non aveva pagato le rate della macchina del figlio. Perché tanto, mi ha detto, chi va a controllare?
I cassintegrati si mettono a piangere, quelli ricchi e spesso lo sono non per capacità ma perché non pagano niente, manco i 300 euro del restauro del mobile del nonno, mi ridono in faccia e mi sventolano davanti il biglietto da visita del loro avvocato. Mi chiamano tutti allo stesso modo, comunque: sciacallo, rovinafamiglie, testa di cazzo; esattore di merda. Dovrei fare differenze?
No.
Sono facce che dimentico in fretta dentro la pratica a loro assegnata. Spesso mi toccherà riprenderlo in mano il fascicolo per farli pagare. E allora magari torno a ricordarmi qualcosa.

Mi è capitato di pignorare anche qualche ex fidanzata di un tempo, non ho concesso attenuanti del cuore.
Gli amici del bar mi dicono che sono cinico, che loro non ce la farebbero mai a fare il mio lavoro. Lo vedo che a modo loro mi stimano, incuto anche un pochino di timore.
Io quando mi chiamano così, cinico, ho un lieve fremito alla patta dei pantaloni.
I miei amici del bar li capisco, sono offuscati dai sentimenti che invece io tengo a bada, lontanissimi da me da anni, e vivo bene uguale. Non mi sono sposato, avrei potuto, mi sarebbe piaciuto. Non è andata.
Perché? – So che me lo vuoi chiedere.

Che ti frega, per me sei un anonimo qualunque. Avessimo bevuto almeno due spritz assieme coi ragazzi del bar, allora, forse, dopo aver allentato il nodo della cravatta, e ripeto forse, ti direi qualcosa. Di solito non lascio sospesi manco se sono ubriaco e quello non mi capita affatto di rado.
Sappi, comunque, e ti basti per ora, che le donne sono i più grandi esattori che ci siano in circolazione ma non è un caso se loro questo lavoro preferiscono non farlo. Perché per loro, le donne, i soldi contano molto meno delle sensazioni.
Prova a mettere una bella donna un anno in una casa lussuosa, piena di gioielli e vestiti alla moda. Dopo un anno, quando le sarà passata la voglia di giocare alle bambole, e si sarà ricordata chi è lei davvero, ti manderà a quel paese se non l’avrai vestita e curata a suon di sensazioni.
Quelli che dicono che le donne guardano al primo appuntamento la macchina che hai e se hai il portafoglio pieno di soldi sono degli emeriti imbecilli. E’ tutta una finta, solo i cretini ci cascano.
Le donne sono specialiste dei sentimenti, ci sguazzano; senza quelli sono pesci che boccheggiano e allargano le branchie per non morire. L’occhio gli diventa subito giallo.
Se sei guardingo o hai una paura fottuta, loro ti annusano come i cani e lo sentono l’odore che hai dentro. Se ti tieni lontano loro ti ronzeranno attorno come mosche sulla merda. E la puzza la sentono, ma ci mettono sopra un sacco di nomi diversi.
Non è che amano i bastardi, sono solo abituate ad averci a che fare. E comunque, loro, le donne, riscuotono sempre. Ma non in denaro, in dignità e autostima. Se ti portano via casa e stipendio in alimenti, e adesso bestemmi in aramaico contro la loro avidità, quando ti metterai al tavolino a fare bene i conti della tua insulsa vita capirai che l’ammontare non sarà mai superiore al valore della tua dignità persa.
E allora come con i clienti del recupero crediti, clienti obbligati, che loro proprio non vorrebbero esserlo, io con le donne sono assolutamente un cinico. E me ne vanto. E non ci voglio avere niente a che fare. A meno che non sia io il cliente.
Se ho un prurito, anche adesso c’ho il fremito, solo a scriverla la parola cinico, prendo la macchina e vado a farmi un giro. Una da pagare per 20 minuti la trovo sempre. Una faccia come tante, di quelle che non ricordo. Cinquanta euro e non ho neanche il problema di dovermi ricordare il nome di lei. Poi le cose si chiamano con i nomi che devono avere: culo, pompini, stai zitta.
Con le puttane è tutto semplice. Il cliente sono io, loro non mi vedono come un portatore sano o insano di sentimenti. Io sono semplicemente un lavoro. Pago, ottengo, mi rimetto i pantaloni e ingrano la prima. Loro se non riscuotono o se le picchi, chiamano i carabinieri. Altrimenti è tutto semplice, senza debiti.

La bustina del tè

“Hai visto? Anche oggi le Borse sono in fortissima perdita”.
Dario attende una risposta e, non sentendola arrivare, solleva lo sguardo dal giornale per vedere se Mara lo sta ascoltando. Lei guarda fuori dalla finestra della cucina, la tazzina del caffè vicino alle labbra. Soffia lentamente per raffreddarlo. Risponde solo dopo cinque minuti.
“Con i soldi che abbiamo noi in banca, manco giochiamo a Monopoli. Che te ne frega della Borsa…”, dice lei, senza voltarsi verso il marito.
Lui riabbassa gli occhi sul giornale. Ma le notizie hanno perso di colpo di interesse.

E’ la prima volta che Mara parla a Dario dopo una serata e una notte difficile, trascorsa una a fianco dell’altro, stando attenti ad evitare qualsiasi contatto, quasi per evitare che la voglia di calore dei rispettivi corpi li costringesse ad avvicinarsi.
Quando si vive assieme c’è questa abitudine al riconoscere nel calore dell’altro una parte di noi. Il sonno, di solito, riavvicina i corpi. Anche quelli arrabbiati.
La sera prima, a cena, era bastata una parola di troppo di Mara, che contestava a Dario di non aver chiuso la porta del frigorifero, per far scatenare la rabbia di lui.
“Sei una belva in agguato, a caccia di ogni mio errore per rinfacciarmelo. Non ti sopporto più”, le aveva urlato contro lui.
Mara aveva sgranato gli occhi, gli aveva lanciato una occhiata furente e poi si era chiusa in camera da letto a guardare la televisione.
E quando Dario l’aveva raggiunta all’una di notte, per dormire, lei era già persa chissà dove nel suo sonno.
Vicino al suo fianco destro aveva posizionato uno sbarramento. Al centro del letto, Dario guardò il tubo di cuscino, quello che lei usava spesso per sollevare i piedi stanchi la sera. Era la barriera che lei solitamente alzava per allontanarlo. Ogni volta che litigavano lei non replicava alle sue sfuriate
ma creava barriere contro la sua vicinanza. O andava a dormire in salotto pur di stargli lontano. Poi il giorno dopo, quando aveva voglia, ricominciava a parlare. Dario, la mattina, si svegliava sempre con il bisogno di lei; il suo corpo reagiva subito, pronto e allegro.

Ma stavolta quando si è girato sul fianco per sfiorarla ha finito con il premere la sua allegria contro il cuscino ed è rimasto interdetto. Per l’ennesima volta, quella barriera tra loro sanciva un risveglio triste.
Mara, dopo ogni discussione, si chiude in camera e alza la barriera in mezzo al loro letto. Dario va a sfinirsi di seghe in salotto, guardando i film porno sul pc. I gemiti di quegli estranei soffocano dentro le sue orecchie protette dalle cuffie e lei manco se ne accorge.
Dario appoggia sulla tavola il giornale e mescola lo zucchero dentro la tazzina del caffè.
Guarda Mara che gli da le spalle.
Avrebbe preferito, si dice, una evoluzione alle loro baruffe, un bel ring coi guantoni per darsele di santa ragione e poi, una volta stremati, ridere e fare di nuovo all’amore.
E’ stanco di litigare per delle stupidaggini. “Lavoro, porto a casa uno stipendio decente – pensa – Certo non possiamo permetterci regali extralusso e viaggi ai Caraibi o weekend alle Terme. Ma non abbiamo una vita di stenti e segreti. C’è amore tra noi”.
Dario sente la stanchezza di litigare se dimentica la porta del frigo aperta, il calzino finisce sotto il letto a riempirsi di polvere e la tavoletta del cesso resta, troppo spesso, sollevata. Ha provato a segnarsi le cose per ricordarsele ma spesso torna a casa stanco e se ne dimentica.
Mara, per ogni sua azione sbagliata, parte con la ramanzina. Gli pare di sentire sua madre ogni volta che lei mette la quinta sulle sue recriminazioni. E a lui tocca arrabbiarsi, per togliersi dall’impaccio.
Nei primi anni del loro matrimonio non era così _ si dice ancora Dario _ non guardavano con pignoleria ad ogni difetto dell’altro.
Poi l’astio ha bussato alla loro porta e si e’ piazzato sul divano ad osservarli. Presto avrebbe finito per il percorrere ogni angolo di quella casa, si dice Dario. Il matrimonio è la tomba dell’amore. E loro due, pensa Dario, stanno scavando una lunghissima trincea.

Mara guarda fuori dalla finestra e pensa che un’altra giornata noiosa sta cominciando in quella casa dove tutto è abitudine. Si annoia, Mara, di tutto. Da mesi non vede la sua vita se non come una noiosa ripetizione di gesti e azioni. Un dejà-vu continuato, di cui può anticipare parole e pure gesti e situazioni. Un giorno sempre uguale senza neanche l’emozione di veder se la marmotta, uscendo dalla tana, vede la sua ombra o meno. Non le era successo niente di particolare per diventare così apatica. Una mattina ha acceso la radio e un medico parlava di menopausa e spiegava che di solito arriva ai 50 anni. Mara li avrebbe compiuti tra un anno e pensò, quel giorno, ascoltando il medico, che sparita la fertilità, non si sarebbe più sentita donna. E il malumore, di fronte a quella improvvisa consapevolezza, divenne il suo confidente. Si alza la mattina ed è arrabbiata. Ogni gesto di Dario la infastidisce, le sembra di aver a che fare con un bambino. Ma lui di anni ne aveva 52 e a quell’età si è adulti.
Ma gli uomini non hanno scadenze se non quando entrano in una bara. Le donne, invece, pensa Mara, scadono prima e lei si sente addosso le lancette delle ore che passano. E così passa le giornate ad annoiarsi e al ritorno a casa del marito sfoga il malumore rimproverandolo e ogni volta che lui le si fa più vicino per giocare lei si scansa, timorosa che lui avverta la prossima trasformazione. Teme che lui senta l’odore della scadenza in arrivo. E si arrabbia. Le piacerebbe _ si dice _ un giorno fare qualcosa di diverso: tirare uno schiaffo a Dario, magari, e non battere la ritirata nella sua fortezza tra i cuscini.
Certo, la mattina ha voglia di Dario, del suo odore e del suo corpo. Ma cerca di non pensarci, ha paura di provare e non sentire più niente.

“Ma tu mi desideri ancora?”. Le parole di Dario le rimbombano in testa come una martellata, all’improvviso mentre vaga nei suoi pensieri.
“Ma che stai dicendo, certo che ti desidero”, risponde lei girandosi verso il marito.
“Oh, finalmente mi guardi. E’ un’ora che fissi la finestra e mi dai le spalle”.
Mara legge sulla faccia di Dario tutta la sua incapacità di capirla.
E’ domenica, un’altra noiosa domenica a casa.
A lei torna la voglia di tirargli quello schiaffo e andare in strada a passeggiare. A Dario viene voglia di tirarle un manrovescio e andare al bar.

Lei scaccia il pensiero e va in salotto. Il computer di lui è in stand by sul tavolino davanti alla televisione. Lei sfiora la tastiera e lo schermo si accende inquadrando una foto porno. Un uomo si masturba su un divano mentre una ragazza gli sta seduta sopra la faccia. Sembrano spassarsela.
Mara pensa che anche lei e Dario se l’erano spassata, molto. Poi pensa che Dario è un porco.
Lui l’ha raggiunta, vede la foto, le sorride.
“Sai, Mara, mi manchi”. Lo dice quasi per scusarsi della foto dimenticata sul computer.

“Dario io il prossimo anno faccio 51 anni _ risponde lei, seria _ significa che arriva la menopausa. Lo sai cosa vuol dire? Che non sarò più donna. Non ti farò più godere e io non sentirò niente”.
“Ma che dici Mara, non è vero. Chi dice che il sesso è bello solo da giovani, non sa niente. Prova a chiederlo a mia madre e vedrai cosa ti dirà lei”.
Mara si scansa.
“Tua madre ha settant’anni Dario”.
“Con mio padre fa sesso più di noi due”, risponde lui.

A quel punto Mara si stufa, prende il portamonete.
“Esco, vado a prendere le sigarette”.
Dario, rimasto solo, sprofonda nel divano e resta a fissare la foto di quei due che se la stanno spassando mentre lui no.
Ripensa alle parole della moglie, a quel “non potrò più godere” e la rabbia gli monta dentro. Non aveva mai pensato fino a quel momento di aver sposato una cretina. Roba da non crederci.
Eh, ma si dice, le avrebbe fatto vedere lui come sarebbero andate le cose tra loro. E più si arrabbia, più gli arrivano segnali di vita remota sotto la cintola dei pantaloni.

Quando Mara rientra, lui la aspetta davanti alla porta della cucina.
“Seguimi”, le dice.
Mara obbedisce, tanto si immagina già una riedizione della discussione lasciata interrotta poco prima.
“Io preparo il tè, tu va in camera e spogliati”, le dice lui.
Mara resta interdetta ma lo fa. Va in camera, toglie pantaloni e maglia e infila la sottoveste che usa di solito per dormire.
Quando Dario arriva in camera con il vassoio con sopra la tazza piena d’acqua e dentro la bustina del tè, le rivolge uno sguardo sornione.
“Ti ho detto di spogliarti, non di metterti la sottoveste. Ti voglio nuda”.
Mara muove la testa da sinistra verso destra. Ripete due volte.
Dario le risponde alzando e abbassando la testa. Ripete tre volte.
Lei, di malavoglia, toglie la sottoveste e gli slip e resta nuda.
“Coricati sul letto, cara”.
Mara obbedisce e sente che qualcosa non quadra: il dejà-vu nella tua testa non risponde bene, insomma suo marito fa quello che gli pare.
Lui le sistema il cuscino dietro la testa.
“Adesso, se non ti dispiace, ti bendo gli occhi”.
E Dario non aspetta neanche che Marta accenni un sommesso no, lega sopra il naso una benda di raso nero, quella che lei usa tutte le sere per sollevare i capelli prima di struccarsi.
Mara vede solo nero, adesso, la luce è solo un lieve velo grigio.
E’ nervosa ma la voce di Dario le permette di capire dove lui si trova. Ora si allontana, poi sente la voce vicinissima all’orecchio.
“Rilassati”, le dice lui, accarezzandole il viso.
Poi silenzio.
Un tocco come di cucchiaio che viene appoggiato ad un piatto.
Mara cerca di capire.
All’improvviso, inarca la schiena verso l’alto come se una corrente elettrica la stia percorrendo tutta, dalla punta dei piedi all’ultimo capello.
Sente un calore, fortissimo, in mezzo alle gambe. Liquido che scende sul clitoride, calore che si espande fin sotto le cosce.
Sente la mano di Dario cingerle i fianchi e poi un sollievo farsi strada.
E’ la lingua di Dario adesso, prima lenta e poi veloce.
Poi torna ad inarcare la schiena, adesso la vagina le pulsa dentro la testa.
Lui sta in silenzio, Mara può sentire il suo respiro che si fa sempre più pesante. Lei riesce a dire solo “ancora”.
E lui ricomincia: prima il caldo che si espande e dilata e poi il fresco della sua lingua.
Ripete l’azione in un tempo infinito e Mara non riesce più ad elaborare un pensiero più lungo di un fremito.
Lei cerca la sua testa con la mano, si aggrappa ai suoi capelli, ansima ad ogni cambio di temperatura.
Sorride nel sentire il suo corpo farsi fluido, urla la sua gioia.
Allora Dario ferma la mano e la lingua, le accarezza la pelle che si calma.
E poi torna a muoversi, stavolta è dentro Mara e solo allora le toglie la fascia dagli occhi.
Lei vorrebbe chiedergli dove comincia lui e finisce lei.
Sta zitta.
Si guardano. Si riconoscono. Ricominciano.

Vagheggio astigmatico da 47 a 132

Posso mettermi i tappi nelle orecchie, chiudere le finestre, staccare tutte le spine degli elettrodomestici e pure togliere la suoneria del telefono. Ma non ci sarà mai silenzio in me.
Camminando, con le orecchie tappate, mi pare di sentire il colpo della ciabatta sul pavimento e allora mi stendo sul letto. Cerco di restare ferma, immobile, per non farle frusciare le lenzuola appena cambiate. Il tatto immediatamente mette voglia di sentirlo muovere questo cotone pulito.
Il gusto frega, di solito. Il tatto e l’udito condannano alla dipendenza.
Ma scaccio il pensiero.
Niente, non devo volere niente. Non è più tempo.
Mi stendo su questo lenzuolo con la flemma di un fachiro allenato, deciso a non provare niente. E’ facile, mi dico, è come entrare ogni giorno in un centro commerciale. Lì la gente, semplicemente, non vede.
E allora ci provo. Non mi muovo e già che ci sono, trattengo pure il fiato. Idiota, mi beo dell’attimo della conquista. Ma dura poco.
ascolta e continua a leggere
Arriva lui, con il passo silenzioso di un gatto che punta la preda. Il battito del mio cuore si fa strada nel finto silenzio delle orecchie tappate in cui il mio cervello si è accomodato, passa dentro al condotto uditivo, solletica il timpano, e si mette comodo lì, a sussurrare al cervello.
E’ il battito, adesso, ad imporre il ritmo, il respiro si accoda e vanno a tempo. Ci sono solo loro e sembrano alzar la voce, insieme.
Il suono è un movimento nello spazio, prodotto da una sorgente e anche se provi a fermare tutto, ci sarà sempre questo cuore scheggiato, che ti batte dentro il petto, anche se non lo vuoi, a produrre quella maledetta vibrazione. E il mio corpo adesso è una grancassa.
Guardo verso la finestra. Le gocce della pioggia rimbalzano sul vetro. Piove. Immagino il rumore del temporale che si fonde con quello del cuore e del respiro e assieme mi camminano sulla pelle. E lei, stronza, prende il passo del gatto, e ha voglia.
Del rumore delle lenzuola su cui strofinarsi per odorare di pulito. Dell’odore della pioggia di là del vetro sotto cui andarsi a bagnare.
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Il silenzio è solo una fantasia, che ci imponiamo per non sentire.
Siamo fatti di ritmo e anche se ci mettiamo un casco di cartoni per le uova sulla testa, e lo teniamo fermo con mezzo metro di cellophane e un paio di cuffie vecchia maniera, finiamo col sentirlo quel rumore, continuo, perché noi, di ritmo ci facciamo per sentirci vivi.
E desideriamo, vogliamo toccare e sentire, usiamo le mani per dare piacere e chiediamo mani che ce lo diano. E cerchiamo parole che ci proteggano da quello che non sappiamo. E comodità che annullino il bisogno di rischiare. E ci obblighiamo a non dire mai di no per non lasciare agli altri il compito di dircelo. E scordiamo il grazie e preferiamo all’amore una gabbietta per canarini.
Ma quando il cuore scheggiato cambia passo, ci accorgiamo di tutto questo e gli occhi astigmatici con cui si guarda al mondo, offuscandolo in continuazione, scambiando bisogni per amori e calessi, mugugni per amplessi, sogni per incubi…vedono meglio. E’ come quando ti trovi per giorni a vivere tra prati e alberi e il verde del semaforo, quando torni a casa, quando torni al grigio del cemento della città, non ti è mai sembrato così verde. E i capannoni li senti corpi estranei e pure le abitudini non le senti più tue.
Ci vedi e lasci che la mano vada, dove deve andare.

Post scriptum: grazie a Rino e Lorenzo per lo spaccio di bpm sonori

Il drago

Un nuovo ebook per quelli di Barabba Edizioni, che sono quelli delle Schegge.
Stavolta si racconta di cicatrici.
E io ho scritto del “Drago”.
Lo leggi qui:
http://www.miomarito.it/barabba/cicatrici/Cicatrici.pdf

Amarsi

Otello ha quasi sessant’anni, fa l’impiegato all’ufficio del Catasto. E’ vedovo da cinque anni e da quando sua moglie Algisa è morta, per un tumore all’utero, non è mai andato a comperarsi da vestire da solo. Prende l’autobus per andare in ufficio tutte le mattine alle 7.30, così ha tutto il tempo di bere un caffè con i colleghi prima di salire.
Alle 13 fa la pausa pranzo con un panino e una coca cola al bar a fianco del palazzo del Catasto. Alle 16.30 esce per tornare a casa, va a prendere l’autobus a due fermate di distanza dall’ufficio, così si impone di camminare.
Ogni giorno Otello passa davanti alla vetrina di un negozio di intimo, uno di quelli delle grandi catene che si trovano anche nei centri commerciali. Sta a pochi passi dalla fermata del bus. Non si ferma mai a guardare, perché a lui l’intimo non serve. Algisa, prima di morire, aveva imparato ad usare il computer, stava sempre a casa da sola, attaccata alla flebo e si annoiava, e così aveva scoperto internet e il commercio elettronico e un giorno, approfittando degli sconti di un negozio online, gli aveva comperato delle mutande e delle canotte grigie, bianche e blu. Solo che nel digitare l’ordine aveva sbagliato qualcosa perché erano arrivate a casa sessanta mutande e sessanta canotte.
Poi le sue condizioni si sono aggravate e nessuno ha pensato più a contestare l’invio di quel carico. E a cinque anni dalla sua morte, Otello aveva ancora l’armadio pieno di slip e magliette di cotone grigio, bianco e blu. A lui non serve molto.
Le camicie che gli aveva comperato la Algisa sono ancora perfette, i vestiti gli vanno benissimo tanto non è ingrassato di un etto. Compera solo le scarpe, due paia l’anno e gli va bene così. Ogni pomeriggio prima di rincasare va all’alimentari vicino a casa e prende o un etto di cotto o un etto di prosciutto crudo, un pochino di verdure cotte già pronte oppure quelle grigliate nella vaschetta dall’alluminio, poi due panini, la bottiglia di minerale. E sta a posto per la cena. Il vino lo prende al bar da Ettore. Un bicchiere di cabernet o due se la giornata è stata particolarmente pesante. Li beve al banco prima di salire in casa.
Sua moglie gli alcolici in casa non li aveva mai voluti, facevano tanto povertà, gli diceva, e allora lui si è abituato e anche adesso che sta solo da cinque anni continua a rispettare quell’imperativo del passato e il vino, che gli piace, lo beve solo al bar, tra un discorso e l’altro con l’amico Ettore.
Poi la sera quando sta sul divano a vedere la televisione, ogni tanto pensa che sarebbe stato bello uscire.

Annalisa a 50 anni si sente ancora una bella donna. Certo ha qualche capello bianco che nasconde, astuta, con la tinta castano miele ogni tre settimane; ha anche qualche chilo di troppo, specie sulla pancia, ma gli uomini di solito si fermano ad osservarle il decolletè ancora rigoglioso, strizzato dentro i reggiseni pieni di pizzi che le piacciono tanto. Che poi a lei non costano praticamente niente, visto che li vende. E’ la padrona di un negozio di intimo sulla strada che dal palazzo del Catasto porta al centro. Ogni giorno si sveglia e tiene il conto delle rughe sotto gli occhi, va a preparare la colazione alla figlia che dorme ancora e poi si beve il suo caffé sul terrazzino, guardando fuori. E si fuma la prima delle sue venti sigarette giornaliere. Ha cominciato a guardare fuori al mattino presto quando Enzo le ha detto che non si potevano più vedere, perché la moglie gli ha dato l’ultimatum.
O a casa o fuori di casa, da solo.
Da dieci anni Annalisa era l’amante di Enzo e lei si era abituata al fatto che non avrebbe mai dormito con lui, perché Enzo la sera dormiva con la moglie. Ma anche in quella situazione precaria
Annalisa era convinta di aver trovato una serenità. L’abitudine di un affetto feriale, possibile dal lunedì al venerdì, weekend e feste comandate escluse. Enzo con lei non aveva mai fatto lo stronzo, non le aveva mai promesso di sposarla. Ma lei un pochino aveva sperato, specie quando arrivava Natale e il 23 dicembre organizzavano sempre una cenetta in casa e lei apparecchiava tutto come se fosse il cenone della vigilia. E quando lui stappava lo spumante, lei per un attimo, ogni volta per dieci anni, ci sperava che lui le dicesse che non tornava a casa e dormiva da lei.
Invece una sera di sei mesi fa lui si è presentato alla porta, con la faccia preoccupata, e senza manco entrare le ha detto, lì, sul pianerottolo, che non si dovevano più vedere perché la moglie non voleva. E Annalisa si è abituata al mattino ad uscire in terrazzo a fumare e a guardare verso il fondo della strada. All’inizio lo faceva per piangere di nascosto, poi per vedere se lui arrivava. Poi non ha più guardato lontano. Adesso fatica anche a vedere chi passa davanti alla vetrina del suo negozio.

Otello e Annalisa si sono guardati negli occhi, attraverso il vetro della vetrina del negozio, una mattina qualunque, di quelle che non ricordi bene che odore c’era nell’aria.
Lui è passato davanti al negozio mentre andava alla fermata e si è fermato lì davanti per tirar fuori dalla borsa i fazzoletti. Lei stava sistemando uno dei manichini, era senza scarpe sopra la pedana e teneva la faccia verso il pavimento per sistemare la base.
Lui si è girato verso la vetrina, senza alcun motivo.
Lei, in quel momento, ha alzato gli occhi.
Si sono guardati.
Sono rimasti lì a fissarsi cinque minuti buoni, anche se non c’è la prova di un cronometro a testimoniarlo.
Lui ha visto Annalisa e ha pensato che occhi così belli ne aveva visti raramente, forse da ragazzino al mare con i suoi sulla spiaggia di Jesolo quando con gli amici giocava a costruire i castelli di sabbia e guardava le ragazzine tedesche, le prime turiste del litorale, con le trecce bionde e il pallone a spicchi gialli, rossi e verdi, sotto il braccio. E c’era una ragazzina che aveva quegli occhi lì. Come si chiamava? Chi si ricorda. Otello ha pensato, poi, che dopo Algisa non ha più toccato una donna.
Lei ha guardato la faccia di Otello e ha pensato che quel signore aveva dei capelli bianchi bellissimi, di un colore che le ricordava la neve, quella che erano anni che non vedeva più, perché
per stare con Enzo aveva anche smesso di andare a sciare. Aveva dimenticato la passione per la neve.

Adesso tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, di pomeriggio, tra le 16.30 e le 17, Otello e Annalisa si guardano e si sorridono attraverso la vetrina del negozio di intimo. Lei non guarda più lontano, la mattina in terrazzo, ma in compenso in negozio alle 16.30 dalla postazione della cassa tiene il viso puntato verso la vetrina per vedere se passa il bel signore con i capelli bianchi.
Lui ogni giorno si inventa una scusa per fermarsi là davanti a cercare lo sguardo di Annalisa in mezzo ai manichini e alle clienti indaffarate. L’unica scusa sarebbe entrare per comperare qualcosa, ma ha sessanta paia di mutande in armadio e non se la sente.
Lei potrebbe uscire a fumare una sigaretta ma ha deciso che deve smettere.
E allora stanno lì a guardarsi. E lui si sente in spiaggia e lei sta sdraiata in mezzo alla neve.

La veglia

E’ qua accanto a me che dorme e russa. Il sibilo che precede le sue apnee sembra il fischio della teiera quando l’acqua comincia a bollire. E io mi sveglio perché se il suo russare ritmico è una sorta di sottofondo al mio sonno, quando iniziano le apnee e io non sento più il suo respiro per 20, 30 secondi, ogni volta credo che muore e mi sveglio. Il fatto è che se muore, io voglio vedere. Esserne certa.

Assieme a Aldo o Mario (non importa) ci sto da dieci anni e anche se è un uomo noioso e insopportabile, tutto avvitato nelle sue fissazioni, senza un accenno di gioiosa voglia di novità, io mi sono abituata al fatto che c’è.
Ma se vuole andare, che vada.

Io venti anni fa mi sono innamorata di Ugo e con lui ho vissuto benissimo fino a dieci anni fa. Ugo si metteva sempre in gioco; trovava sempre un motivo per un sorriso al mattino, appena svegli, e alla sera prima di dormire. Adesso a questo uomo qui, che mi ritrovo nel letto, io sono solo abituata.
Me lo sono ritrovata in casa all’improvviso, non l’ho scelto io.

Certo, lui c’è. Se lo chiamo arriva, con i suoi silenzi rende la casa un pochino meno vuota. Di conseguenza se muore in una delle sue apnee notturne, un pochino mi dispiace. E’ la sensazione che fa il vedere una epigrafe con la foto del morto che è un tizio che hai visto un sacco di volte e ti coglie quell’umano dispiacere per chi ci lascia.
Non escludo che in caso di necessità, sua di Aldo o Mario, se si ritrova una notte a rantolare cercando l’aria, con gli occhi sbarrati per la paura, alla fine, una mano per farla finita in fretta, gliela do volentieri.
Non si lascia nessuno a rantolare o a morire da solo.

Ma non credo che si possano preventivare queste cose; capisci cosa devi fare solo se ti ci trovi. Insomma, è un’ipotesi come tante.
Io sto di notte a vegliarlo Aldo o Mario per vedere se muore trattenendo il fiato ( e lui lo fa ogni due, tre minuti, per 30, 40 secondi) o se la smette e russa e basta. E mi lascia dormire, senza pensieri.

Di sicuro se lui muore non piango tanto quanto ho lacrimato per la morte del mio amore, Ugo, l’uomo che amo e che amerò sempre. Si può amare una persona che non c’è più e non amare una persona che c’è.
Questo è certo. Questo lo so perché è una di quelle cose che si sanno, vivendo.

E’ successo una sera, dieci anni fa, e Ugo lo piango ancora, da sola in bagno, quando carico la lavatrice. L’altro non si accorge di nulla. E’ morto anche Ugo, senza accorgersene, ma io sì, ho visto perfettamente tutto. Eravamo in cucina e stavo sparecchiando, faceva caldo, era estate piena, mi pare luglio, che è un mese appiccicoso, con l’umidità dell’aria che entra in casa, e io stavo sparecchiando la tavola e con la gamba nuda, involontariamente, ho sfiorato il piede di Ugo.

A lui piaceva a tavola, quando eravamo da soli, togliere le ciabatte, accavallare la gamba e tenere il piede sospeso davanti al ventilatore. E quando si giocava, perché io e lui giocavamo sempre, era la lieve carezza del suo piede sulla mia coscia a dirmi che era il momento.
Era sempre stato così, fin dalla prima volta che ci eravamo conosciuti, alla cena aziendale e c’eravamo ritrovati, per caso, seduti in pizzeria uno davanti all’altra e a suon di parlare e raccontare, eravamo arrivati al punto che ci eravamo dimenticati di stare in mezzo ad altre trenta persone e sotto il tavolo, lui sfilò il mocassino e venne con il piede calzato di blu a cercarmi la caviglia.
Era diventato come un segnale tra noi due, quello.

Invece quella sera che io, lo ripeto, involontariamente, lo sfiorai sul piede con la gamba, lui non sentì niente.
Era tutto preso dal raccontarmi che si sentiva senza forze, senza voglia di fare. Come sospeso in una lunga apnea, diceva. Senza emozioni, senza stimoli, senza prospettive e speranze.
Io non ci ho fatto caso subito, che quando uno si sente il disagio dentro non puoi pensare che lo lasci da parte per mettersi a giocare con te. Ma dopo ho capito.

Da quella sera non ha più avuto voglia di giocare con me. Non ha più pensato a ridere e progettare con me.
Sono passati dieci anni e ho perso anche il conto delle volte, che intenzionalmente, che cavoli, ho provato a sfiorarlo sul piede, sul collo, sulla mano, a baciarlo e ad abbracciarlo stretto, per fargli sentire che mi mancava. Niente, Ugo è morto e non ha più occhi.

E questo qua che mi dorme accanto, e che trattiene il fiato ogni notte, ripetutamente come un gioco sadico del vado oppure no, è un estraneo. Lo chiamo Aldo o Mario, perché uno così mica si può chiamare come il mio Ugo.
Ma lui si ostina a dire che si chiama Ugo, invece, e allora io lo assecondo a voce alta, che a vivere con uno in casa e battagliare tutti i giorni perché millanta un nome che non è suo, non è vita. Ma quando lo penso, e capita poco, non lo chiamo proprio o uso un nome diverso, Aldo o Mario, appunto, va bene uguale.

E ho cominciato ad uscire da sola, a camminare la sera per il viale, un passo ogni sera più lontano da casa.
E camminando mi dico che io mica sono morta, che avrei diritto non dico ad uno straordinario di felicità ma almeno al minimo sindacale; sì, dovrei vivere con qualcuno che amo e non con un estraneo che non mi vede. E poi c’è questo fastidio, che monta, rancoroso, che io mica sono solo fatta di cose da fare e da sistemare, ho un corpo io, e un cervello, che hanno bisogno di carezze e baci e strofinamenti e calore.
Ho una pelle che la devi curare e pori da lasciar secernere e saliva da mescolare e giochi da fare. E sogni e risate.
Che sono femmina, anche se in menopausa, ho caldo più dentro che fuori e desideri che sono più di prima, più di quando Ugo c’era.
Lui mi manca.
Mentre questo, Aldo o Mario, non importa, dorme e ogni notte muore un secondo in più.
E io lo veglio, li conto i secondi. Metti che va.

Quelli del collettivo

Ricevo da Franco Malaguti questa pubblicazione con la storia dei ragazzi del collettivo Biancotto, che ha ispirato il racconto “Mazza e Pindolo”, che trovate su “Schegge di liberazione 2011″.

Potete leggerlo qui
http://www.fondazionegiannipellicani.it/sites/default/files/NoiBiancotto.pdf

Lontano

“Lontano” è un racconto in quattro atti che ho scritto per il blog collettivo di “Sette per uno”.

Lo potete leggere qui:

http://www.setteperuno.it/2011/06/lontano-atto-primo/

http://www.setteperuno.it/2011/06/lontano-atto-secondo/

http://www.setteperuno.it/2011/06/lontano-atto-terzo/

http://www.setteperuno.it/2011/06/lontano-atto-quarto/

L’amante svegliato (amarcord 2008)

Ho ritrovato questo, scritto nel 2008 in risposta ad una chiamata dell’Accalappiacani
( http://www.laccalappiacani.it/2008/temi-svolti/).
Il tema era “sveglierò tutti gli amanti, parlerò per ore ed ore”: commentare il brano della celebre canzone di R. Cocciante mettendosi nei panni di un amante svegliato”.

L’AMANTE SVEGLIATO

Ahhhhhhhhhhh! Chi è questo che urla a quest’ora di notte? E suona pure al citofono…
Chi saresti tu?
Cocciante Riccardo?
Che vuoi?
Svegliare tutti gli amanti e parlare per ore e ore?
E proprio al mio citofono vieni a suonare?
E come sapevi che stasera ho un uomo in casa, che è di là che dorme della grossa, sto scemo. Sì, abbiamo fatto l’amore! Ma a te che ti frega, scusa?
Ahhhh, siamo amanti e tu ci hai svegliato. Ben fatto, ma qua la sveglia sono solo io.
E vuoi parlarmi di Margherita, perchè lei vuole l’amore.
Ok, ma scusami, Riccardo, e io che c’entro?
Mi hai svegliato in piena notte, urlando come un gatto evirato…Sì, questa lunga notte è nera più del nero, ma io stavo dormendo, lo capisci, accoccolata addosso ad un uomo che mi piace.
No, non si chiama Riccardo e no, io non mi chiamo Margherita.
Sono Marta, e mi hai svegliato, ti dicevo, mentre me ne stavo accoccolata a lui. Che continua a dormire ( ma quanto dorme questo e non sente il casino che fa questo nano?).
Sì anche io vorrei che al risveglio non mi possa più scordare, Riccardo.
Ma se continui ad urlare così, finisce che pensa che sono io la matta, non tu, e mi molla. E invece vorrei che domani si alzasse, preparasse il caffè e se ne andasse senza disturbare e poi la sera mi chiamasse.
Senti, Riccardo, mica solo tu pensi all’amore.
Pure io c’ho le mie storie e tu vorresti invece che scendessi a correre con te per le strade e che ci mettessimo a ballare. Ma io non ho voglia, sono in sottoveste.
E lui è di là, caldo e addormentato. Io , invece, oramai sono sveglia.
E quasi, quasi vado di là e lo sveglio, così lo rifacciamo, l’amore. Che tu canti e basta e io invece qua al freddo mi è tornata la voglia, almeno mi riscaldo.
Sì, anche io come Margherita, lo faccio una notte intera. Che ti credi, che solo lei sia buona, bella, dolce, vera. Che solo Margherita ama?
Ma guardati in giro!
No, ti prego, non intendevo dire che devi andare a suonare ad altri citofoni. Stai qua, oramai mi hai svegliato nano. Costruirle una culla?
Ma che sei pedofilo!
No, non lo faccio e poi è notte fonda, sono in sottoveste, ho freddo e ho voglia di andare a prendermi un pochino di vero amore da quello di là…che continua a dormire.
Ma che sonno pesante ha?
Non sente come urlo a questo citofono?
Margherita, lo so, Riccardo, non può farti male. Ma… invece di star qui ad urlare al mio citofono che è tua, perché non vai sotto casa sua a dirglielo?
Le parli, la baci, magari lei è lì che aspetta solo te (povera stella) e così la smettiamo…
Riccardo…? …
No, non mi chiamo Margherita, sono Marta. Sì hai svegliato una amante.
E sei contento? Sì?
Ah, lei sta dormendo e tu non puoi riposare?
Sai come si dice, canta che ti passa. Tu l’hai preso alla lettera, vero?
Non puoi star fermo con le mani nelle mani?
Beh, ti arrangi. Io stasera ho già dato…
Sì il sole domattina splenderà, anzi se stai giù lo vedi arrivare tra un paio d’ore.
Se resto con te?
No, guarda ho da fare. Tu canta, io adesso me ne torno a letto.
Perché l’amore mica si canta solo, si fa anche. Meglio spesso, sì.
Beh comunque vallo a dire a Margherita…
Ecco una bella idea, costruisci un silenzio che nessuno ha mai sentito. Così è la volta che me ne torno in pace da quell’altro che se la dorme.
Margherita è tua? E chi te la porta via!
E poi ti sbagli. Se è la Margherita che conosco io … quella della via in fondo alla strada, beh la mattina si fa la barba e va a lavorare in carpenteria. Ok, è la tua pazzia…Ma è un uomo, mettitela via!

L’amore a tempo

Adelina si era abituata a pensare che l’amore fosse solo a tempo, quello rubato alle altre. Non lo faceva per denaro. Le era solo capitato di inciampare sempre sullo stesso tipo d’uomo. Quello scontento di sé e della sua vita, dopo anni di tetto coniugale condiviso e di abitudini, e bisognoso di una scossa di vitalità per sentirsi ancora vivo.
Lei non li cercava, mai. Loro la vedevano e non potevano farne a meno. Adelina pensava che l’amore era come una pianta, che andava innaffiata ogni giorno e che ogni giorno ci dovevi parlare senza mai dimenticare di stupirti di una foglia nuova, di un fiore che sbocciava; senza mai far finta di vedere il ramo secco e curarlo subito.
Eppure aveva finito con l’abituarsi al poter amare solo a tempo, una volta ogni settimana, una volta ogni quindici giorni, una volta ogni tre settimane. L’amore suo aveva la scansione delle sere e dei pomeriggi liberi dei suoi amanti alle prese con bugie, con scuse, con appuntamenti inesistenti inventati, pur di vederla. Il resto dei giorni del mese Adelina li passava a struggersi nel non vederli, a cercare di non pensarci troppo, a rotolarsi da sola nel letto, di notte.
Mai Adelina aveva voluto vedere le altre, le mogli e le fidanzate tradite. Non aveva bisogno di confronti con loro, si sentiva necessaria e non una abitudine.
Sempre aveva finito con il pronunciare il “ Ti amo”, quando voleva farla finita. Sua mamma lo diceva sempre che gli uomini impegnati davanti all’amore scappano, non restano mai. Se restano è solo nelle favole che si raccontano alle bambine per farle dormire.
Alle adulte la verità va sventolata in faccia per non farle rincretinire.
E allora Adelina, quando si annoiava troppo nelle sue giornate solitarie, glielo diceva “Ti amo” ai suoi uomini. Non era per niente convinta dentro ma lo diceva, per spingerli senza toccarli verso l’uscio e poter poi chiudere la porta a chiave, sicura che non sarebbero tornati.
Perché loro, gli uomini, entravano nel suo letto per ricaricarsi di sorrisi, risate, gentilezze e sentirsi per un periodo non l’oggetto privilegiato di ogni recriminazione.
Adelina lo sapeva che erano amori a tempo ma non aveva mai rinunciato perché li aveva visti arrivare stanchi e assetati di qualcosa che manco loro sapevano e dopo due settimane che la frequentavano, loro erano tutti briosi e sorridenti e giravano per il paese a testa alta, tenendo il cappello sotto il braccio come se fosse un mazzo di fiori e si vedeva che in quel letto avevano perso fluidi ma avevano guadagnato in solidi ed erano pronti a sopportare tutto, anche una moglie annoiata e una fidanzata insoddisfatta.
E Adelina si alzava al mattino e andava a pettinarsi i capelli lunghi e neri allo specchio, e si sentiva dentro, tra la vagina e la pancia, un enorme generatore di energia elettrica, una potentissima turbina che se voleva, ne era certa, poteva illuminare a giorno tutto il paese. E far sparire le stelle in cielo. Si sentiva potente l’Adelina.
Loro salutavano e andavano a casa, era sempre la stessa storia, e lei si metteva in carica. Poi, regolarmente, capitava un giorno che lei si accorgeva che loro, tutti, erano lì non tanto per restare ammirati davanti alla potenza del generatore ma per scroccare energia elettrica. Ammiravano l’effetto, non la causa.
E allora lei di mattina, di solito, dopo averli accarezzati e baciati tutta la notte, se ne usciva con quel “ Ti amo” e li mandava via a pensare e poi si metteva a contare in attesa del loro ritorno all’uscio, col cappello tra le mani, e lo sguardo corrucciato di chi deve rinunciare al giocattolo preferito, per sentirsi dire che non ce la facevano ad andare avanti così e che se ne tornavano a casa senza più suonare al suo campanello. Il ragionier Moldani era stato il più lento a decidere.
Ci aveva messo esattamente cinque anni e tre giorni.
Aveva resistito perché a casa proprio perdeva ogni energia davanti alla moglie perennemente arrabbiata con la bilancia, la madre e di conseguenza lui. L’appuntato Alberti era stato il più veloce: tre giorni e 17 ore, il tempo di tornare a casa in Puglia, disfare la valigia e mangiare cozze e patate preparate da mammà per la licenza premio.

Adelina, adesso che è vecchia e ha un giardino bellissimo che cura tutti i giorni, quando parla di loro dice che li ha amati, tutti, nessuno escluso. A tempo, certo, ma con affetto. Per ciascuno ha comperato una sveglietta colorata il giorno prima della dichiarazione, ha detto quel che doveva dire e poi ha puntato l’ora esatta del “Ti amo” e ha tirato una martellata. Rompendo le sveglie ha interrotto il tempo. E a lei pare di non aver più i minuti contati, adesso.