Polveri sottili

 

Si guardarono attraverso i vetri dei finestrini delle loro macchine, ferme, affiancate, in mezzo alla lunga coda.

Lei teneva le mani ben salde sul volante mentre il marito le ricordava che sarebbero arrivati tardi all’appuntamento in Croazia con la proprietaria dell’appartamento che li aspettava per consegnare le chiavi dell’appartamento preso in affitto per le vacanze. Era la sesta volta che lo ripeteva e lei cominciava a spazientirsi. Anche perché se non erano usciti dalla tangenziale per evitare la coda, la colpa era tutta di suo marito.

Lui aveva girato la faccia, stanco e infastidito, verso il finestrino, per non sentire l’alito del collega che era andato a prenderlo e aveva pensato bene di sbagliare strada e adesso malediceva silenziosamente le code in quella tangenziale che era un carnaio e si stava fermi, sempre, che se almeno si correva poteva aprire un attimo il finestrino e far entrare aria di ricambio in quell’abitacolo ammuffito di Punto. Nera.

Lui alzò gli occhi dopo aver fissato lo pneumatico della macchina a fianco. Era liscio.

Lei sbuffò contro il marito e girò la faccia verso il finestrino, per cercare conforto nell’orizzonte. Se lo vedeva.

Si guardarono, attraverso i vetri, e rimasero a fissarsi per cinque minuti buoni.

Tanto non si muoveva nessuno.

Poi lui sorrise, lei sorrise.

Quattro occhi, due bocche, due nasi, quattro mani, quattro piedi si unirono quel giorno sull’asfalto rovente  della tangenziale di Mestre.

Adesso mica è statisticamente facile pensare che l’amore possa sbocciare lungo l’asfalto grigio della tangenziale di Mestre, quella che in ogni messaggio radio sulle condizioni di traffico veniva indicata, fino a qualche anno fa,  come il valico degli ingorghi, con un minimo di dieci ed un massimo indefinito di chilometri di auto e camion e camper, incolonnati verso le località del mare e della montagna. Ogni estate. Dal 1972 a qualche anno fa.

Un posto che tutti temevano, il valico di Mestre, una montagna di auto a passo d’uomo che per percorrerla, dal casello di Villabona fino al cubo, l’orribile edificio di tubi innocenti, messo da qualche mano improvvida sopra la struttura del bar della stazione di servizio, prima dell’uscita per l’aeroporto e l’autostrada per Treviso e Belluno, ci volevano 17 chilometri e 700 metri e se andavi a piedi facevi prima.

E tutti stavano dentro gli abitacoli surriscaldati. 150 mila pezzi di lamiera di ferro ogni giorno, fermi, a far bollire la frizione andando di prima e seconda e stop, col caldo e il tempo che non passa mai e chi vuoi che abbia voglia di guardare fuori, quel che facevano gli altri quando sei incastrato in due corsie, in colonna, col caldo, con l’odore del tubo di scappamento del camion davanti e poi la immobilità diventa spavento che avanti di questo passo quando si arriva?

Ecco come fai a pensare che in una situazione simile nasca un amore? Non lo pensi.

Lei, anni dopo, diceva che era stata una questione di Karma.

Lui, anni dopo, agli amici ripeteva che il destino esiste.

La bionda turista tedesca e l’operaio della campagna padovana, lei stanca del marito insofferente e lui del collega con l’alito cattivo, quel giorno si guardarono e si amarono tanto.

E la cosa mica si esaurì lì, in quella strada inquinata, rumorosa, calda.

Perché a volte l’amore te lo porti dietro anche se dura un niente e diventa, in assenza del quotidiano, un pensiero salvavita.

L’amore, quel giorno, nell’asfalto, aveva gli occhi dolci di una signora tedesca, col ciuffo biondo che le cade sul viso e sembra disegnarle un punto di domanda sopra il naso e lei di punti di domanda nella sua vita ne aveva, oramai, ben pochi perché aveva un lavoro, una famiglia, un marito, una casa presa in affitto in Croazia e il corso da subacqueo da fare per prendere il brevetto.

E aveva le labbra rosee di un operaio padovano che in Germania non c’era mai stato e mai andò ma amava tanto uscire con la barca per andare a pescare in laguna e conosceva tutte le secche, quelle che se non stai attento ti ci impantani con la barca, ma se ci vai con una bella donna torna utile, la secca, in laguna, col sole che cala e i gabbiani che passano a vedere che succede.

 

Le due auto procedettero, passo passo, distanziandosi e riprendendosi, lungo le due corsie e si vedeva  in fondo la sagoma del cubo. E l’operaio e la bionda, si scambiavano sorrisi e sguardi e ad ogni avanzata, prima e seconda e stop, si cercavano.

E lei pensava che per un uomo con una bocca così avrebbe rinunciato a qualsiasi brevetto.

E lui pensava che quel punto di domanda di capelli biondi andava sciolto, con un soffio.

Poi la macchina della bionda mise la freccia per spostarsi sulla sinistra e procedere verso il confine e la Croazia, che c’era quella signora che li attendeva con le chiavi dell’appartamento.

La macchina degli operai lasciò loro il passo tanto dovevano buttarsi sulla destra per prendere la bretella, sperando di non arrivare troppo tardi in fabbrica che mancavano oramai pochi minuti all’inizio del turno e loro erano ancora lì, nell’ingorgo e non a timbrare il cartellino.

Lei guardò dallo specchietto retrovisore, lo spostò per vedere gli occhi di lui che  nella macchina dietro e poi a fianco per l’ultimo metro, girò la testa per seguire la sagoma della macchina di lei finché poteva.

Lei sistemò il ciuffo biondo e pensò che anche se tutto è fermo, qualcosa si stava muovendo.

Lei si toccò le labbra,  con un dito e si disse che aveva bisogno di laguna.

 

Si persero, come le polveri sottili.

Si pensarono tutti i giorni.

Si amarono finché ebbero ricordi.

 

 

Come va?

(se clicchi sull'immagine vai al sito di Blonk.it)

“Ottanta lettere”  continua a girare. Sui kindle, sugli Ipad, sui computer di amici e conoscenti.

Cosa ne pensate? Se volete potete lasciare i vostri commenti anche qui, su questo blog, oppure su Anoobi per esempio, se  vi va.

A me andrebbe di sapere cosa vi passa per la testa dopo aver letto.

Intanto altri libri si sono uniti al gruppo di Blonk.it e per “Ottanta lettere” ci saranno alcune novità che vi dirò, qui, a tempo debito. E ci sono dei ringraziamenti da fare: a  Lele Rozza e al gruppo di Blonk.it che mi hanno accolto come in famiglia. A Sba  che è l’artefice di questo blog. Agli amici disadattati che mi stanno vicino, non faccio l’elenco ma loro sanno. Ad Arturo che c’è ed è una roccia. A Franco che tiene alto il mio morale e il tasso di caffeina. A S. che gli voglio un bene mondo.

A mia sorella e anche lei sa.

Insomma,  si va. Avanti, sempre.

Ps: sto scrivendo. Vedremo che esce. :)

 

 

 

Il nostro regalo di Natale

copertina Amalia Muniega

Io e Thunalab abbiamo deciso di fare a tutti un regalino. Io nel 2009 per il “Post sotto l’albero” del sir Squonk avevo scritto l’Amalia Muniega. Poi mi è venuto di chiedere a Thunalab se aveva voglia di immaginarla e raccontarla con un disegno, l’Amalia. E’ venuta fuori questa storia disegnata, di cui tutti e due andiamo fierissimi. Ce la siamo coccolata un pochino, poi abbiamo deciso di farne un ebook che vi regaliamo da oggi.
Lo trovate qui:

http://www.thunalab.it/ebook/AmaliaMuniega.pdf

E’ il nostro regalo di Natale, dedicato a tutti quelli che sanno parlare coi treni.

Il nostro regalo di Natale – un ebook

 

Io e Thunalab abbiamo deciso di fare a tutti un regalino. Io nel 2009 per il “Post sotto l’albero” del sir Squonk avevo scritto l’Amalia Muniega. Poi mi è venuto di chiedere a Thunalab se aveva voglia di immaginarla e raccontarla con un disegno, l’Amalia. E’ venuta fuori questa storia disegnata, di cui tutti e due andiamo fierissimi. Ce la siamo coccolata un pochino, poi abbiamo deciso di farne un ebook che vi regaliamo da oggi.
Lo trovate qui:

http://www.thunalab.it/ebook/AmaliaMuniega.pdf

E’ il nostro regalo di Natale, dedicato a tutti quelli che sanno parlare coi treni.

Lontano

Questo racconto l’ho scritto per Setteperuno.it. Lo hanno pubblicato ad agosto e voglio riproporlo qui, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne.
Non mi piacciono molto queste ricorrenze, davanti alla violenza l’impegno deve essere quotidiano, non basta un giorno per lavarsi la coscienza. E davanti alla violenza, specie sulle donne e le persone più indifese, non è possibile tacere.
Nella mia città, Mestre, mesi fa è accaduto un fatto: una prostituta nigeriana è stata uccisa e non si sa ancora chi è stato. La polizia ha diffuso la foto di un furgone, quello dell’assassino probabilmente, e si cerca aiuto tra i cittadini.
Se ne parla in questo articolo, che metto qui, prima del testo di “Lontano”, perché se qualcuno ha visto, è bene che parli. E chiami il 113.

Io “Lontano” l’ho scritto pensando a quella ragazza.

Atto Primo

Corpo che cade, tonfo, come di sacco pieno di ossa sparpagliate. Non so più dove stanno le mie ossa, vedo buio. Il dolore è silenziosa e lunga stanchezza. Il sangue mi esce dalla testa, lo sento il cranio che pulsa, nella caduta il cuore ha volato in alto, fin dentro il cervello e occupa adesso tutto il cranio, che batte e il dolore è lenta e lunga stanchezza che pulsa.
Ho voglia di dormire, tengo gli occhi chiusi che il sangue non voglio vederlo ma la mia mente me le rimanda le immagini di quel che è successo. Sembra un film visto alla tv.
Il mio corpo, sollevato dal letto e caricato in auto; mani forti che mi prendono per le caviglie e i polsi. Io che non reagisco, mi basta non sentir più male. Io che fingo di dormire dopo lo svenimento. Corpo morto, pesante. Mi sollevano quelle mani e all’improvviso l’urto. Sento la schiena che sbatte, credo, contro un mobile, lo spigolo mi penetra nel costato.
Accenno un soffio di dolore, che ho paura di urlare mentre fingo di dormire. Capiranno, penso, che non ne posso più e mi lasceranno perdere.
Voce non ne ho più e mi esce solo quel sibilo. Patetico.
Quelli, che non so più quanti sono, manco se ne accorgono.
Non sentono, come non sentivano prima. E mi stringono polsi e caviglie con più forza e procedono, giù di corsa per le scale. Non l’ho sentito il rumore della porta che si è aperta, giù all’ingresso. Ma ho captato il rumore delle portiere dell’auto aperte col telecomando e il mio corpo scaricato sul sedile posteriore, come sacco vuoto, senza peso perché senza ossa. E dormo mentre sento il rumore del motore che si mette in moto e delle marce inserite con la velocità che aumenta. Hanno fretta evidentemente. Loro di liberarsi di me, io di restare da sola. Le ruote della macchina in curva stridono. Passano cinque minuti o forse dieci, non lo so. Poi la macchina rallenta, il motore non si spegne ma l’auto rallenta, la freccia resta inserita. La macchina accosta; manco ci penso a scendere da sola. Sento la portiera che si apre, i miei piedi che scivolano portandosi dietro tutto il vuoto del mio corpo, tirati da più mani, sento le pressioni differenti ma non ne sono certa. E poi la mia testa perde il contatto con il sedile e rimane un attimo come sospesa nel vuoto e dopo sento il colpo di corpo che cade e ossa sparpagliate, la testa che pulsa, il cuore che salta in alto e scalza via il cervello e il sangue mi cola negli occhi, caldo. E io li chiudo forte, gli occhi. E mi lascio andare al dolore che stanotte sembra non esserci pace per me e trattengo il fiato e il dolore è silenziosa e lenta stanchezza. Lo sento il freddo del marciapiede e la pelle che si incolla all’asfalto che la gratta. Subito la macchina riparte, prima e seconda e terza, inserite di fretta, e , dopo poco, la ruota che sgomma laggiù in curva. Ora sono sola.

Atto secondo

Mi è sempre piaciuto parlare poco e ascoltare. Adoravo il silenzio anche quando stavo a Benin City e mia madre mi diceva che dovevo al più presto partire, andarmene lontano, via da quella merda.
E io mi immaginavo quel lontano come un posto senza odio, dove potevo ballare senza paura e dormire con le finestre aperte, e non aver mai il pensiero dei soldi che non c’erano. Un posto dove diventare ricchi in fretta, dove non c’erano riti e tribù ma palazzi moderni e dignità. Dove non rischiavi ogni sera, tornando a casa da sola, di ritrovarti addosso mani ignote.
Io lo sentivo che in quel posto, lontano, dove mia madre voleva andassi, non sarei mai diventata come il vecchio elefante che avevo visto da bambina mangiare l’immondizia ai bordi del villaggio di nonno. Una volta sola l’ho visto, il vecchio elefante, ma mi è bastata. Mi ha messo addosso la tristezza della morte che attende il suo turno.
Troppo presto ho smesso di giocare con le bottigliette vuote di Coca cola e ho iniziato a lavorare con mamma alla stireria. Non c’era più tempo, manco di andare a cercare gli elefanti, anche quelli vecchi e rugosi che mangiavano l’immondizia, anche se si vedeva che non gli piaceva mica.
E quando mamma mi ha fatto salire sull’aereo, con il passaporto trattenuto dall’elastico delle mutande e la valigia con dentro tutti i miei vestiti, quelli cuciti da lei, mi ha detto che lontano avrei avuto una possibilità e che lei aveva pagato affinché io avessi un lavoro e vivessi serena. E davanti alle possibilità non si resta mai in dubbio. Si va.
I soldi messi via in tanti anni di maglie e mutande stirate li ha usati per il biglietto dell’aereo e il lavoro da cameriera per me in Italia, un posto che ho dovuto cercarlo su internet perché mica sapevo dove stava.
Mamma mi ha detto che dovevo pensarla tutte le mattine e non sprecare soldi per telefonare ma un giorno, quando sarei diventata ricca, dovevo spedire a casa il segno che ero ancora viva. Meglio se in dollari che si cambiano in fretta. Io ho annuito, attenta, e sull’aereo ricordo che ho dormito tanto, rilassata perché stavo per andare lontano.
E quindici ore sono passate in un continuo dormiveglia, un occhio chiuso e l’altro no, con la mano a proteggere il passaporto tenuto dall’elastico delle mutande e a guardare ogni tanto fuori e provare a fare il gioco delle forme con le nuvole, solo che ho visto tantissime capanne e manco un elefante. Poi sono arrivata a Roma e ho aspettato due ore fuori dall’aeroporto che venissero a prendermi e c’era tanto traffico di gente e di macchine che non era diverso da casa mia, solo che le macchine erano diverse, moderne, e c’erano un sacco di persone con la pelle bianca. Le donne facevano finta di non vedermi e ho pensato che potevano passarmi attraverso. Gli uomini mi sorridevano e si davano di gomito uno con l’altro, passandomi a fianco. Mi pareva di esser senza le mutande e io con la mano controllavo sempre che il passaporto stesse fermo sotto la pressione dell’elastico.
Poi è arrivata quella donna, che mi ha chiamato col nome che usava mamma e mi ha fissato a lungo prima di dirmi di darle il passaporto e di seguirla che mi avrebbe portato a lavorare. E io da quel giorno non ho più visto il passaporto e ho cominciato a togliermi le mutande.

Atto terzo

Ci sono sere che fa così caldo d’estate che l’asfalto della strada toglie il respiro anche a mezzanotte e io non le metto le mutande. Non mi chiamano più neanche con il nome che usava mamma.
Adesso uso nomi diversi, quando arriva il controllo dei carabinieri io me ne invento uno al momento, tanto i documenti non li ho. Dico che ho trent’anni ma ne ho fatti 23 pochi mesi fa.
Quando si fermano i signori, con la macchina, dopo esser passati due volte per la strada per guardarmi bene, io di solito gli dico che mi chiamo Joy, Gioia. Che ci sia di gioioso in me mica lo so dire…
Ma è il nome di mia sorella più piccola, che è rimasta in Nigeria con mamma, nella stireria. Io spero che a lei vada meglio; sono sicura che mamma pensa di mandare lontano anche lei. Ma il lontano che pensavo io non è quello che pensavamo noi, a casa, a Benin City.
Trenta di bocca, cinquanta in figa. C’è la concorrenza delle moldave e bisogna abbassare i prezzi per restare attraenti. Se non guadagno, la signora mi tiene senza mangiare e mi chiude in camera.
E poi arriva Paulo, il suo amico, a riempirmi di botte. Io pensavo che lontano, qui dove sto, su un marciapiede della Pontebbana, provincia di Treviso, stavo meglio che a casa mia e invece la signora mi insulta perché è ancora questione di tribù e di soldi, come in Nigeria. Mi picchia Paulo e mi picchiano anche i clienti.
Io pratico il silenzio come forma di difesa. Sto zitta. Ma imparo, ascolto tutto. Ho trovato una sera mentre mangiavo un kebab prima di cominciare a lavorare un libro tutto stropicciato buttato in un cestino dell’immondizia. Si intitola “La mia Africa” e l’ha scritto una signora danese ( un altro posto che ho dovuto chiedere per capire dove era) che si chiama Karen. Mi hanno detto che parla dell’Africa e voglio leggerlo.
Una sera al controllo dei carabinieri, gli ho detto al maresciallo che mi chiamavo così, Karen. E lui ha riso forte. Che stronzo.
“Eh certo e adesso mi dici che sei pure alta e bionda, eh?”. E io ho annuito, che mi hanno detto alla casa che ai carabinieri bisogna sempre dire di sì. E lui mi ha dato uno schiaffo.
“Sei più nera della notte, troia”. Quella parola io lo so cosa vuol dire, è una delle prime che ho imparato in Italia. Adesso ne voglio imparare altre, più gentili, leggendo questo libro. Almeno passo bene il tempo libero nella casa quando non riesco a dormire. Mi capita di restare ore ad occhi aperti di pomeriggio, quando mi butto sul letto per dormire che poi la sera dalle 22 sono a lavorare. Ma non ci riesco.
Non dormo perché ho paura di sognare il vecchio elefante in mezzo all’immondizia. Se sogno, lui viene sempre a trovarmi. Mi viene a trovare da quando sto qui, nella provincia di Treviso. Smette di mangiare in mezzo alla sporcizia, mi guarda, solleva lentamente la proboscide e con quella si toglie un occhio, lo strappa via, e me lo mette tra le mani e io, nel sogno, lo metto al posto del mio occhio sinistro. Poi mi sveglio tutta sudata. Mi sa proprio che ho preso gli occhi tristi dell’elefante e li ho fatti miei.

Atto quarto

Se una persona è cattiva te ne rendi conto subito da come si comporta con chi non ha modo di difendersi. Nella mia famiglia mi hanno sempre detto di star lontano da chi ha gli occhi cattivi. Al villaggio del nonno c’erano ragazzini che quando arrivava il vecchio elefante a mangiare nei bidoni dell’immondizia, andavano a buttare la benzina dentro la latta e davano fuoco, e lui, il bestione, si bruciava la pelle pur di prendere le bucce. Aveva tanta fame. Tornava a quel bidone per quello, secondo me. Una volta, mi ha detto la mamma, i ragazzini gli sono corsi dietro con i coltelli e ridevano e l’elefante correva piano che era vecchio e loro, i ragazzi, gli hanno aperto squarci nella pelle rugosa, con il sangue che colava ovunque. Ma lui è sempre tornato, dopo, al bidone delle immondizie.
Io dovevo riconoscerli gli occhi cattivi quando quei tre mi hanno chiesto se volevo andare con loro per centocinquanta euro che sono tanti soldi per tre rapporti. E dovevo dire che mi dovevano portare indietro quando non hanno preso la stradina che gli avevo indicato ma sono andati via sgommando e ridendo fino a quella casa che era di un loro amico.
Quando si è chiusa la porta alle mie spalle, con la serratura che ha girato tre volte, io ho capito che quei tre erano cattivi. Non sono stata attenta. Erano due giorni che non dormivo.
E quello che mi hanno fatto, dopo, ha solo confermato che sei sei debole il cattivo gode. Più imploravo, più loro hanno riso di me e dei miei no. Mi hanno chiamato sporca negra, mi hanno lavato con il sapone e la spazzola dei piatti, perché dicevano che puzzavo. Mi hanno detto che ero lì per una cosa, divertirli. Come i ragazzini con i coltelli del villaggio, loro volevano vedermi sanguinare e hanno usato di tutto, persino le bottiglie della birra che io non ho mai visto qualcuno fare cose simili e mi sono protetta col silenzio, sperando che sarebbe finito tutto in fretta e invece no, loro non si sono stancati finché io non ce l’ho fatta più e ho gridato forte e dopo ho sentito il cuore entrarmi nel cervello e cominciare a battere come un tamburo e sono caduta sul letto svenuta. E solo allora hanno smesso.
Ma hanno continuato a ridere quando mi hanno caricato in macchina e portato via dalla casa. Hanno sghignazzato quando mi hanno buttato sul marciapiede. Ho sbattuto la testa sul cordolo e allora hanno smesso di parlare. Io adesso non vedo più niente. Sento l’asfalto che mi gratta la pelle e ho voglia di dormire senza aspettare che qualcuno si accorga di me. Il dolore è lenta e silenziosa stanchezza. Il vecchio elefante è qui, lo sento, è venuto per i miei occhi ma quelli sono già andati. E allora aspetta. Il tamburo nella testa batte ma piano.
La morte, quando arriva, fa rumore. Anche qui, lontano.

Samopal

Samopal sistemò il pacchetto sotto al deambulatore celeste e uscì dal centro sociale, tra un’ala di compagni che lo guardavano fieri e gli battevano le mani sulle spalle, per incitarlo.
Pina era l’ultima della fila del comitato di saluto.
“Piero, tesoro, vorrei vederti tornare”.
Pina gli disse quelle parole, a voce bassa, quasi vergognandosi. Sapeva che il suo Piero stava facendo qualcosa di importante, ma insomma, lei lo voleva veder tornare.
“Non mi chiamare Piero, dai. Vedrai che torno”.
Samopal, all’anagrafe Piero Panni, 73 anni, un passato in consiglio di fabbrica a Porto Marghera e poi il lavoro nel sindacato e poi quindici anni passati a lavorare in una cooperativa come impiegato, nell’entroterra veneziano.
Da tre anni era finalmente in pensione, con la minima.
Lui guardò la Pina con la faccia di chi sa che ha una missione da portare a termine e l’amore deve attendere.
Bella cazzata, pensò Samopal.
Ci aveva messo anni per arrivare alla pensione e accorgersi di amare la sua vicina di casa, la Pina. E adesso, in pochi minuti, chissà cosa sarebbe rimasto. Di lui.
Samopal si diresse con questo pensiero verso il cortile del centro sociale, camminando lento, tenendosi stretto alle maniglie del deambulatore. Sapeva perfettamente che gli altri, i compagni, lo stavano fissando.
E lui riusciva solo a pensare che, nonostante tutto, quei tre anni da pensionato, passati a casa, con una come la Pina a fianco, non erano stati affatto male. Perché dove la trovi una che quando la baci ha la bocca che sa di caco. E che se mangi il caco viene là e ti lecca la faccia, le dita, gli angoli della bocca, che lo vuole mangiare anche lei, ma non da sola, assieme a te, proprio. E allora il caco era diventato il frutto della sua ritrovata virilità a 70 anni, con la gioia di andar in doppietta a pochi secondi di distanza, che una come la Pina, cosa vuoi, era incontentabile. E Samopal pensò che tutto, alla fine, lo doveva avere un senso, anche se lui fino a quel momento non l’aveva capito bene e invece mentre camminava, passo passo, lento lento, tirando i manici del deambulatore, aveva chiaro che se stava facendo tutto questo, e aveva il coraggio di farlo, e si era cambiato il nome da Piero in quello di Samopal, era perché lui non si arrendeva.
Non si era arreso negli anni del consiglio di fabbrica, non si era arreso fino all’attività nel sindacato. Poi sì, l’aveva fatto. Si era stufato di quell’andazzo generale che i furbi sono i meglio e gli onesti sono solo coglioni.
Ma poi, con una compagna come la Pina vicino, tutto era cambiato e al centro sociale quando gli amici cominciarono a dire che qualcosa bisognava fare, che era ora e tempo di impegnarsi, lui e la Pina pensarono che era giusto agire e cominciarono a portare le giacche arancio, color del caco, che era il frutto del loro amore e del loro sesso, e se c’è, porcoquaporcolà, del sesso sano a settant’anni vuoi non poter fare quello che sto per fare io?
Samopal non si arrende.
Se l’era detto così tante volte in quei quindici giorni di preparativi, che, ricordarselo di nuovo, gli serviva per darsi la carica e camminare, mentre gli altri lo fissavano dal portone del centro sociale. Lo sapevano tutti che sarebbe andato, passo passo, lento lento.
Ci avrebbe messo il necessario.
Solo Pina non sapeva esattamente a fare cosa. Per carità lei sapeva che c’era un pacco da consegnare e che Samopal era stato scelto per la consegna e che dopo avrebbero tutti parlato di lui ma lei non sapeva esattamente cosa c’era nel pacco.
Sapeva a grandi linee ma Samopal quella mattina, quando lei gli aveva fatto un sacco di domande a letto, dopo avergli garantito un dolce ammainabandiera, non gli aveva spiegato tutto nei particolari.
Samopal lo aveva fatto non perché non si fidasse di lei, anzi, era la sua compagna, che è più di una moglie a pensarci bene.
Solo non voleva vederla piangere, perché anche le lacrime della Pina sapevano di caco e lui con il deambulatore davanti non avrebbe resistito e non si sarebbe messo a camminare.
La lotta richiede impegno, perseveranza e pure qualche bugia. Sì.

Samopal ci mise 45 minuti a percorrere il chilometro e mezzo che divideva il centro sociale dall’ufficio dell’Inps del paese. Quarantacinque minuti che passò a caricarsi come una molla, con la mente a ripensare a quegli ultimi anni, che non erano stati solo di amore ma anche di rabbia.
Con la pensione che doveva arrivare ai 67 anni e che venne posticipata per legge tre anni dopo, perché non c’erano più soldi nelle casse dell’Inps. Con una disoccupazione schizzata in alto e un paese in cui un italiano su due non lavorava e non erano solo giovani ma anche i cinquantenni a stare a casa senza prospettiva.
In quel 2022 gli anziani erano i più delusi, secondo i sondaggi, dal governo di salvezza nazionale che da dieci anni governava la crisi che doveva durare poco e invece era diventata la quotidianità.
Le elezioni non le volle nessuno perché c’era la crisi e le pensioni vennero congelate e c’era chi a 70 anni entrava in ufficio temendo l’infarto alla scrivania e se eri tra quelli che un lavoro non lo avevano più ti davi ai traffici al nero, di qualsiasi tipo, pur di campare.
Al centro sociale Scotti, non quello del riso ma quello del milionario, aperto dal Gianni che con la vincita alla nota trasmissione tv anni prima aveva rilevato la vecchia bocciofila, si erano ritrovati in tanti a cercare qualcuno con cui parlare. Perché erano anni silenziosi, di paura, di manifestazioni vietate e di governi che si rimpastavano di mese in mese ma non c’era uno straccio di consenso e allora la Pina, che era la sorella del Gianni, un giorno aveva portato il Piero, là, per fare una partita a carte e non stare sempre da soli, e lì il Piero aveva trovato alcuni vecchi colleghi di fabbrica e del sindacato, alcuni ancora iscritti al Pd e pure altri, che erano amici una volta e che poi erano diventati leghisti e poi erano rimasti anche loro delusi.
E quei vecchi si erano messi a parlare e lamentela chiama lamentela e fastidio porta rabbia.
E così si erano decisi, un giorno.
Bisognava far capire che così non si poteva andare avanti e allora Piero era diventato Samopal e chi è vecchio lo sa il perché.
E se bisognava lottare, Samopal pensò che doveva essere lui il primo, quello che doveva lanciare il segnale e altri poi sarebbero arrivati.
Ci misero quindici giorni a studiare come fare e cosa doveva fare Samopal e quel giorno, il 25 aprile del 2022, che era il giorno della Liberazione ma oramai da cinque anni non lo si festeggiava più perché c’era la crisi, il governo di salvezza nazionale e tutte le feste erano state bandite tranne il Natale e il 1 novembre, che i morti comunque van rispettati, lui, Piero, prese il pacchetto, lo infilò sotto il deambulatore celeste, passò davanti ai compagni schierati che gli davano pacche di incitamento, parlò alla Pina e uscì in strada. Era una bella mattina di aprile, fresca ma non fredda, assolata e il palazzo dell’Inps con le sue vetrate a specchio rifletteva i raggi del sole e Piero si guardò nella porta finestra dell’ingresso, vide riflessa la sua camicia arancione, pensò al gusto del caco, al sapore della bocca della Pina e tirò fuori il pacchetto da sotto il deambulatore.
Aprì il coperchio e la dentiera lo guardò dalla scatola.
Era composta da una base di plastico su cui erano stati posizionati i denti della vecchia dentiera del Gianni, che lui aveva deciso di donare alla causa. Il detonatore lo avevano posizionato sugli angoli, così quando si doveva muovere la bocca, lui scattava.
Ci avevano provato per giorni nel retrobottega del centro, mentre la Pina e le altre donne, vendevano torte fatte in casa e panini e bottiglie di vino ai clienti per sovvenzionare la causa.
All’idea dei denti e all’esplosivo ci aveva pensato il generale, che era un appassionato di storia della Prima guerra mondiale.
Samopal guardò la dentiera, alzò la testa verso il palazzo dell’Inps, fece cenno alla guardia giurata di aprirgli la porta. Quello stava guardando una puntata di un talk show in televisione e fece scattare la serratura, senza preoccuparsi. Samopal avanzò col deambulatore urlando “Merdeeeeeee, siete delle merdeeeeeee”.
Lo gridò tre volte prima che il vigilantes gli andasse contro urlandogli: “Nonno, basta! Non rompere”.
Samopal gli sorrise e dalla tasca della giacca arancione tirò fuori la dentiera e la infilò in bocca. Strizzò l’occhio alla guardia, chiese scusa alla Pina per la bugia, e chiuse di scatto la bocca, facendo sbattere i denti.

Il bar della piazza

Il cappotto l’aveva buttato sullo stendino in terrazzo, a prendere aria dopo quella notte pregna di tabacco.
A Marghera era un sabato di ottobre, bello, di sole, lievemente ventoso. C’era il mercato e la gente parcheggiava un pochino ovunque, vicino a casa di Martino, per andare a fare le spese.
Con le fabbriche chimiche oramai quasi tutte chiuse, Marghera non si svegliava più la mattina con quel puzzo di uova marce che Martino aveva imparato a riconoscere come l’odore di casa. Per tanti anni quando tornava dai suoi viaggi, in treno o in macchina, era l’odore di uova marce che si cominciava a sentire da Malcontenta e che entrava nella macchina o nel vagone dai condotti dell’aria a dire che si stava per tornare a casa.
Marghera in quell’ottobre con le fabbriche del Polo agonizzanti, mostrava al di là del muro di capannoni di via Fratelli Bandiera, il grande viale dei camion che di notte lasciava spazio ad ogni semaforo alle prostitute nigeriane, il suo volto vero di città giardino. Gli alberi profumavano.
Era la rivalsa dopo una delle tante bizzarrie dei primi del Novecento, sperimentate lì a due passi da Venezia.
Piazzare le fabbriche davanti alla città dal passo lento e dal vociare costante e costruire, come per chiedere scusa, quel quartiere operaio nel verde più verde. Martino viveva lì e non avrebbe voluto stare in nessuna altra parte.
Il cappotto l’aveva steso sullo stendino in terrazzo, in quella giornata limpida e senza polveri, per togliere l’odore del fumo.
Aveva trascorso la notte in un locale di piazza Barche, nel centro di Mestre. Piazza Barche per i mestrini, piazza XXVII Ottobre per la toponomastica. Mestre che in una notte aveva perso centinaia di piante per lasciar posto alla smania di costruire, ha ancora strade e piazze con nomi doppi, quelli della tradizione e quelli della toponomastica ufficiale.
Un’altra bizzarria del Novecento.

Era un locale nuovo, quello in cui Martino aveva passato la notte. Non l’aveva mai visto prima e manco mai l’aveva sentito nominare. Passeggiava in piazza, quando aveva visto un gruppo di persone intente a parlare davanti ad una porta che dava su un locale stretto e tutto scuro, con le luci basse. E si era stupito perché sotto al porticato davanti all’ingresso c’erano due grandi casse che sparavano fuori decibel a tutto volume e una strobo, una di quelle palle fatte di vetrini che giravano nelle discoteche degli anni Ottanta (sempre Novecento era), e lui, Martino, si era fermato a fissarla a bocca aperta che erano anni e anni che non ne vedeva una così. Erano anni in verità che non entrava in una discoteca.
Il locale era di quelli modernissimi, pareti grigio scuro, belle bariste in pantaloni a sigaretta e magliette aderentissime e tacco con plateau. Altissime, magrissime, con la coda di cavallo liscia, lunga che ricadeva sui colli esili come quelli di certe africane che aveva visto e segretamente amato nei suoi viaggi.
I clienti erano tutti vestiti bene, le donne con le gonne strette e il tacco dodici; i ragazzi con la giacca elegante, qualcuno anche con la cravatta. Tutti in mano avevano qualcosa da bere. Tutti bevevano.
Manco una birra degna del nome, pensò Martino, guardando il gruppo delle spine.
Pareva la festa di inaugurazione, una di quelle situazioni in cui tutti sfoggiano un sorriso di circostanza e sperano di far passare le ore senza problemi, dopo una giornata di lavoro.
E allora Martino si era deciso a passeggiare in mezzo alla gente tra il porticato con la musica e i tavolini, tutti occupati, e l’ingresso del locale, una stanza piccola, con la porta impegnata dall’andirivieni delle bariste e delle cameriere, che portavano fuori vassoi di tramezzini e di bicchieri di birra e vino bianco.
L’unica persona, che non chiacchierava o beveva, era una ragazza, vestita di nero. Aveva i capelli neri ricci e stava seduta davanti ad una delle grandi casse, come se il rumore non le desse per niente fastidio. La osservò meglio. Aveva un cappotto grigio scuro, di quelle stoffe che si usavano una volta, fustagno.
Ai piedi portava delle scarpette basse di vernice rossa; stringeva al petto una borsa di panno con sopra una grande faccia di gatto. Portava gli occhiali, con le stanghette rosse. Guardava verso un punto non preciso della piazza, come se fosse attirata da qualcosa, lì in fondo, lontano.
Osservandola meglio Martino capì che in mezzo a quei ricci scomposti che toglievano la visuale dal suo collo, la ragazza indossava delle cuffie. Il supporto le faceva da un cerchietto ma su di lei il cerchio di gomma e pure le due cuffie sparivano in mezzo al tripudio di ricci neri, intricati come le mangrovie. Fossero stati verdi i capelli, sarebbe stato un bel vedere davvero, pensò Martino.
La ragazza guardava lontano e muoveva la testa, piano, al ritmo della musica che sentiva nelle orecchie e Martino si chiedeva se il ritmo era simile a quello della musica delle casse perché a lui sembrava di sì, ma non poteva esserne sicuro e allora si fece coraggio e andò a sfiorarle la spalla. E lei inarcò la schiena con un gesto veloce, presa di soprassalto da quel tocco e lo guardò attenta.
Martino dovette urlare per farle la domanda.
“Scusa coooosaaaaaa staiiii ascoltandooooooo?”, le urlò contro, tentando di superare il rumore delle casse, per far sentire la sua voce.
“Niente”, risposte lei.
“Comeeeeee nieeeeente?”, ribattè lui.
La ragazza gli sorrise e lo tirò per il cappotto togliendolo da davanti le casse della musica.
“Le cuffie non sono collegate a niente. Vedi il cavo con lo spinotto? Lo tengo in tasca, mi serve per far finta che sto ascoltando musica, così non mi vengono a disturbare. E invece ascolto la musica delle casse, mi metto qua perché mi piace sentire il rumore dei bassi prodotti dalle casse, mi concentro su quelli e mi passano i momenti fastidiosi”.
“Fastidio di che?”. Martino era curioso.
“Fastidio per tutte queste parole inutili. Sono venuta qui con una amica a cui piace quel tipo, quello biondo là in fondo. Lei gli cicaleccia dietro, io mi annoiavo e mi sono messa qui”.
“Ma questo locale è nuovo?”, continuò a chiedere Martino.
“Boh – rispose la ragazza – mai sentito o visto prima. Senti, ti va se ce ne andiamo a passeggiare?”.
Martino annuì e la seguì. Percorsero a piedi 45 volte la piazza, dal porticato del bar fino ai parcheggi vicino al canal Salso. Si dissero un sacco di cose. Ma Martino il giorno dopo mentre sistemava il cappotto sullo stendino ricordava solo le cose essenziali.
Elena, 20 anni, studentessa a Ca’ Foscari, padovana, bella, capelli neri, ricci come le mangrovie che se erano verdi era stupendo.
Dita piccole; tre anelli d’argento; vestito nero; scarpe rosse; occhiali con stanghette rosse; bocca rosa dal gusto dolcissimo.
Martino ricordava perfettamente che lasciandola davanti al porticato di quel locale, a notte fonda, l’aveva baciata e lei, Elena, aveva ricambiato. E poi si era rimessa sulle orecchie le cuffie mollandogli il più bel sorriso che lui avesse mai visto, Africa compresa.
E lei gli aveva detto qualcosa ma senza voce, solo muovendo le labbra e l’aveva ripetuto tre volte. E lui non aveva capito e per paura di fare la figura del fesso aveva sorriso ed era andato via.
Martino il giorno dopo nello stendere il cappotto in terrazzo, aveva sentito che c’era qualcosa nella tasca e ci aveva trovato dentro un cuoricino di plastica rosso, piccolo. E così aveva indossato la tuta e il giubbotto e senza neanche bere il caffè, aveva preso la macchina ed era tornato in piazza Barche. Era convinto che al locale avrebbe trovato qualcuno che c’era la sera prima e che magari Elena l’aveva vista e gli poteva dire dove trovarla. Lui era convinto che quel pezzo di plastica glielo aveva messo lei in tasca, senza farsi notare.
E così era arrivato in piazza e si era messo a camminare su e giù per i portici cercando l’ingresso del bar. E invece c’erano un negozio di scarpe, uno di saponi artigianali, una banca, una edicola, un negozio di tappeti chiuso da decenni. Ma di bar manco l’ombra.
Era andato così a chiedere informazioni all’edicolante e quello, che aveva aperto alle cinque, l’aveva guardato stranito e gli aveva detto che no, non c’era alcun bar nuovo nella piazza e mai c’era stato e che no la sera prima non c’era stata alcuna festa, ché lui aveva chiuso tardi e avrebbe visto e che insomma, Martino, forse aveva sbagliato piazza o città perché non era successo niente di quello che lui raccontava.
E Martino non gli aveva creduto e aveva fermato una pattuglia di vigili e aveva chiesto a loro se avevano visto la festa al bar e anche loro gli avevano ribadito che no, non era successo niente. E nessuno aveva chiamato alla centrale per il troppo rumore.
Martino se ne era così tornato a casa mortificato, convinto di essere ad un passo dalla follia se vedeva cose che nessuno vedeva.
Aveva lasciato il cuoricino di plastica rossa sul comodino e alla sera era andato a dormire, sentendosi un pochino matto, un pochino scemo.
Quella notte sognò il bar, sognò Elena, la vide sorridere e infilare le cuffie e poi dire le parole mute.
E capì ogni sillaba.

Fermata Gioia

Quando la vede pensa a Milano, il posto dove l’aveva notata per la prima volta. E dove si era innamorato di lei. C’era stato tre settimane fa quando aveva percorso un tratto della M2 per arrivare a Garibaldi
dove lo aspettava Pino, l’amico del circolo di subbuteo che era andato a lavorare a Milano da qualche mese e che, sistemata casa, l’aveva invitato per un weekend milanese. Che poi, a dirla bene, era stato non un weekend ma solo una serata di sabato passata a guardare la Madunina, come la chiamano i milanesi, a infilare il tacco tra le palle del toro, dentro una galleria, e a passeggiare tra la gente indaffarata a divertirsi. Milano era troppo per Alfio, troppo città, troppa gente. Ma aveva visto lei e aveva capito che ci si può ancora innamorare a 50 anni.
E come tutti gli innamorati, si ricordava tutto, ogni singolo gesto e situazione. E amava Milano, pur non sopportandola.
Appena sceso dal treno da Venezia in stazione centrale, Alfio aveva finito con il perdersi tra i tapis roulant alla ricerca di un gabinetto prima di entrare in metropolitana, e con il foglietto con le indicazioni date dal Pino al telefono, in una mano, e con il trolley a strisciare sul pavimento nell’altra, si era messo a seguire i cartelli verso la fermata della M2, la linea verde, quella che doveva prendere per raggiungere la stazione Garibaldi.
Era sceso dal treno agitato Alfio e nel correre, cercando con l’occhio l’indicazione per la metropolitana e contemporaneamente guardandosi attorno alla ricerca dell’insegna dei gabinetti della stazione, che aveva bisogno di pisciare, perché il bagno del treno era fuoriuso e in quello delle donne non ci aveva voluto andare, metti che poi arriva una signora e si infastidisce, e pure a ragione, di trovare un uomo che occupa la tazza delle donne, e sai che figura da provinciale, Alfio aveva finito con il dimenticare di trattenere il bisogno e la vescica nel camminare convulso, mentre l’occhio andava alla ricerca dell’insegna
giusta e invece c’erano solo negozi attorno, in quella stazione, e troppa gente, la vescica, dicevo, aveva mollato la presa e uno schizzo caldo gli era finito sulle mutande e lui camminava sentendo il caldo dell’urina che si faceva strada tra i tessuti, il cotone della mutanda e quello dei jeans. Poi per fortuna l’insegna del gabinetto era comparsa lì in fondo, dopo la salita delle scale mobili, e Alfio
aveva accelerato il passo.
Si era trovato davanti un signore, in tuta verdina.

“Costa un euro, le serve che le cambio monete?”.
“Cos’è che costa?”, gli aveva risposto Alfio passando oltre e trovandosi davanti una serie di sportellini di vetro, che bloccavano l’accesso ai bagni e accanto delle lastre d’acciao con la scritta: “Insert coin”.
“L’uso del bagno, signore”, aveva replicato l’uomo.
“Si paga per pisciare a Milano?”. Alfio si era girato a guardarlo stupito.
“Sì, si paga. Ha un euro? O cambio?”, gli aveva risposto l’addetto dei bagni, sbattendo la mano sulla tasca e producendo un rumore metallico. Aveva la tasca piena di monete.
Si erano fissati un attimo e Alfio è sicuro di averlo visto abbassare lo sguardo fino alla patta dei pantaloni e temendo che quello notasse la macchia di urina, aveva abbassato il foglietto per coprirsi le parti basse.
“No, ce l’ho grazie”.
E aveva tirato fuori dalla tasca la moneta.
Inserito l’euro nella fessura dell’ “Insert coin”, le porte di vetro avevano ondeggiato come tende e si erano aperte di lato. Alfio si era infilato poi nella prima porta aperta dei gabinetti degli uomini.
Puzza di merda.
Dentro al cesso Alfio si era seduto sul water guardando il cavallo dei jeans. La macchia di urina si notava, eccome, sotto la cerniera dei jeans scoloriti, quasi bianchi. Meglio cambiarli, visto che aveva la valigia dentro il gabinetto e dopo aver finito di pisciare, liberandosi di quella cosa calda che oramai lo opprimeva, aveva aperto il trolley e tirato fuori un altro paio di pantaloni, neri, per sicurezza, e pure un paio di mutande pulite, sempre nere. E si era cambiato in quel metro quadrato scarso attorno al water, dopo essersi pulito con la carta igienica.
Sua madre gli aveva preparato la valigia come piaceva a lui, tutto piegato e stirato, pantaloni in un sacchetto, le maglie e la camicia in un altro, il pullover sotto, che tanto se si sgualcisce non importa. Poi Alfio era uscito dal gabinetto, era andato a lavarsi due volte di seguito le mani al lavandino fuori dai bagni e poi aveva atteso che la porta di vetro si riaprisse per uscire.
“Deve premere il bottone con la freccia alla sua destra”, gli aveva urlato contro l’addetto dei bagni.
E quello aveva abbassato lo sguardo ai pantaloni di Alfio, che pensò che queullo sicuramente aveva notato che lui si era cambiato e lo stava prendendo o per un pisciatore incapace di trattenere o peggio per uno che guarda la gente nella stazioni e viene nelle mutande. Meglio andare via, subito. E allora gli era passato accanto salutandolo con la mano e chiedendo: “Per la metropolitana?”.

“Vada di là”, gli aveva risposto l’uomo distratto da altri viaggiatori, alle prese con gli sportelli di vetro da aprire.
Alfio aveva poi ripreso il cammino finché non aveva visto l’insegna della M2 e si era deciso a seguire il flusso di gente ritrovandosi poi all’improvviso a pochi passi dai binari proprio mentre arrivava il convoglio, e sempre trasportato dalla gente, tramortito dallo spostamento d’aria calda, si era ritrovato dentro la cabina. Aveva afferrato con una mano un sostegno di plastica mentre con l’altra aveva stretto il manico dell’asta del trolley e si era messo a contare, mentalmente, le fermate.
Due. Prima, Gioia, poi Garibaldi e arrivo. Pino lo aspettava là.
Pochi minuti e una voce metallica aveva annunciato l’arrivo alla fermata Gioia.

E Alfio aveva guardato fuori e l’aveva vista.
Bellissima, lei gli sorrideva dal binario davanti a lui. Lo fissava. I capelli castani e lunghi le scendevano a boccoli leggeri sul viso, due occhi verdi lo guardavano rapito. Lei gli sorrideva, a lui è cascato il trolley per terra. E l’ha seguita con lo sguardo finché non l’ha persa di vista quando il vagone ha ripreso la sua corsa verso Garibaldi. Di sicuro era vestita poco, per andare in giro in metropolitana, da sola, aveva pensato Alfio.
Lui da quel momento non ha capito più niente.
E’ convinto di averla vista altre due volte, quel sabato sera a Milano, mentre passeggiava con Pino, dopo la pizza. Non ricorda bene, perché lui si è bloccato a guardarla mentre lei lo ha osservato, ha raccontato agli amici a casa, stavolta con una mano tra i capelli e una posa a metà tra il “prendimi qui in mezzo a tutti” e il “mi sono appena svegliata”.

Una meravigliosa creatura, una dea ha sicuramente il suo volto, dice Alfio quando parla di lei. E da quando è tornato da Milano ne parla spesso e la vede, dice, tutti i giorni alla fermata dell’autobus, quella prima del capolinea a cui scende per andare e tornare dal lavoro.
Di quel sabato sera a Milano Alfio non ricorda altro da tre settimane se non lo sguardo di lei che lo fissa. E’ sicuro di amarla. E quando sente parlare di Milano pensa che quella città l’ha fatto innamorare e allora la fermata in cui la vede tutti i giorni, al mattino alle 7.30 mentre va in fabbrica e alla sera alle 20 quando torna dopo la palestra, lui la chiama la fermata “Gioia”, anche se sa benissimo che non c’è alcuna metropolitana, che non vive a Milano ma alla periferia di Venezia in un paesetto che è un dormitorio e dove una donna così bella si annoierebbe.
Ieri sera Alfio però si è deciso, è passato con il bus che lo porta a casa, è passato davanti alla fermata Gioia, l’ha vista quella dea, bellissima, stesa su un materasso a carponi e si è detto che una femmina così bella non se la poteva mica far scappare.
Che da come lei lo guarda tutti i giorni, era doveroso scendere e parlarci. E allora si è alzato dal seggiolino del bus e ha urlato contro all’autista del bus, chiedendogli di fermarsi e farlo scendere. E l’autista che lo conosce bene Alfio, che lo vede ad ogni turno di guida, si è fermato, pensando che quello stesse male ed ha aperto le porte.
Alfio è corso giù e si è messo a correre verso la fermata del bus, illuminata, e mentre correva pensava che doveva dirlo a quella donna che era innamorato e che se lei voleva si poteva provare, che era giusto, che l’amore arriva anche a 50 anni e bisogna provarci, anche se ci si spella le mani nel tentativo e si soffre, ma poi c’è la gioia dello stare assieme…
La corsa è finita davanti a quegli occhi che lo fissano, la pelle rosa, la curva del seno che prepotente esce dal reggiseno.
Alfio non ha saputo più che dire e ha pensato che doveva solo appoggiare le labbra e sfiorare quelle di lei. Lo hanno trovato lì, attaccato alla gigantografia della modella di una nota marca di intimo femminile, i vigili urbani e lui non voleva staccarsi dal manifesto, tra urli e pianti.
Così riferisce il verbale.

Blonk

Ottanta Lettere

Questa è la copertina del mio primo libro, edito dalla nuova casa editrice Blonk.
Si chiama “Ottanta lettere” e lo puoi comperare online seguendo questo link o quest’altro.

Venerdì 16 settembre alle 21 viene presentato al festival dei Saperi di Pavia.
E qui comincia una nuova avventura.

Nessun debito

Io debiti nella mia vita, finora, manco uno. Sarà capitato massimo tre volte di aver lasciato il pane da pagare all’alimentari sotto casa ma io entro sera torno e saldo e comunque se ho lasciato il conto da pagare era perché loro, quelli dell’alimentari, non avevano da darmi il resto. Me le ricordo quelle giornate passate con il fastidio, lieve, addosso, di non aver fatto il giusto.
No, io i debiti non li faccio. Mai.
Non chiedo soldi in prestito e non faccio credito a nessuno. Mi viene da sorridere mentre lo scrivo. Non faccio credito a nessuno, io. Come potrei? Lavoro da vent’anni in un’agenzia di recupero crediti. Sono un esattore, quello che arriva nelle case quando gli avvertimenti telefonici e le raccomandate di intimazione a pagare non hanno sortito effetto. Arrivo io e pignoro, cioè confisco beni che secondo me arrivano ad avere il valore del debito, spese accessorie e more comprese.
Mi presento bene con il doppiopetto grigio antracite e la cravatta blu, la camicia bianca e le scarpe nere, non cedo ad alcun discorso in dialetto, scandisco bene le parole anche per presentarmi quando suono ai campanelli per farmi aprire. A volte dico chi sono e non mi aprono, segno il nome sulla lista con una x e così mi ricordo che ci devo tornare o telefonare per far capire che faccio sul serio.
Se mi aprono la porta e mi fanno entrare, io non accetto caffè e bicchieri d’acqua, dolci e discorsi lacrimevoli. Apro la cartellina con la pratica, quantifico il dovuto e procedo al pignoramento. Se tentano di provocarmi insultandomi, e capita sempre più spesso, mantengo la calma e faccio quel che devo fare. Se mi mettono le mani addosso per aggredirmi, chiamo i carabinieri. E scatta la denuncia.
Non risparmio nessuno, se mi insultano faccio finta di non sentire, se mi aggrediscono li denuncio. Ho già collezionato una risma di querele di parte che il mio capo ogni volta che mi vede, per scherzare, mi chiama “Terminator”. Io sorrido, penso che magari prima o poi faccio carriera meglio di lui, e che di simile a Schwarzenegger non ho neanche una falange del piede. Tra l’altro io ho i piedi piatti. Non me lo vedrei un colosso così camminare come me.

Quando finisce la giornata di lavoro e torno a casa cerco di dimenticarmi in fretta le tante facce incontrate durante il giorno.
Da un anno a questa parte sono sempre di più: ho una ventina di pratiche al giorno e comunque più di dieci appuntamenti non riesco a farli. Perché si perde tempo. Ad aspettare che aprano, se aprono, e poi che la smettano di piangere, bestemmiare, implorare, insultare, prima di capire che resteranno senza macchina, tv o frigorifero quando io avrò finito.
Fanno debiti per tutto, del resto. Macchine non pagate, rate dei computer e dei cellulari non saldate, frigoriferi, cucine. Soprattutto rate delle carte di credito. C’è gente che ne ha dieci, le revolving, e spende e perde il conto dei soldi spesi e poi vorrebbe tanto giocare alla roulette russa con una pistola alla tempia. Sarebbe meno fastidioso che incontrare me.
C’è quello che è in cassa integrazione e non ce la fa a pagare le rate della casa arredata con la moglie. C’è quello che chiede prestiti e poi si gioca 500 euro in un pomeriggio coi “gratta e vinci” perché metti che la fortuna ci veda bene. Rigorosamente quella, la fortuna, sta guardando da un’altra parte.
C’è anche quello, però, che gira con due porsche e ha un appartamento da urlo, che quando ci sono entrato mi è venuto da togliermi le scarpe per non rovinargli il parquet, e lui non aveva pagato le rate della macchina del figlio. Perché tanto, mi ha detto, chi va a controllare?
I cassintegrati si mettono a piangere, quelli ricchi e spesso lo sono non per capacità ma perché non pagano niente, manco i 300 euro del restauro del mobile del nonno, mi ridono in faccia e mi sventolano davanti il biglietto da visita del loro avvocato. Mi chiamano tutti allo stesso modo, comunque: sciacallo, rovinafamiglie, testa di cazzo; esattore di merda. Dovrei fare differenze?
No.
Sono facce che dimentico in fretta dentro la pratica a loro assegnata. Spesso mi toccherà riprenderlo in mano il fascicolo per farli pagare. E allora magari torno a ricordarmi qualcosa.

Mi è capitato di pignorare anche qualche ex fidanzata di un tempo, non ho concesso attenuanti del cuore.
Gli amici del bar mi dicono che sono cinico, che loro non ce la farebbero mai a fare il mio lavoro. Lo vedo che a modo loro mi stimano, incuto anche un pochino di timore.
Io quando mi chiamano così, cinico, ho un lieve fremito alla patta dei pantaloni.
I miei amici del bar li capisco, sono offuscati dai sentimenti che invece io tengo a bada, lontanissimi da me da anni, e vivo bene uguale. Non mi sono sposato, avrei potuto, mi sarebbe piaciuto. Non è andata.
Perché? – So che me lo vuoi chiedere.

Che ti frega, per me sei un anonimo qualunque. Avessimo bevuto almeno due spritz assieme coi ragazzi del bar, allora, forse, dopo aver allentato il nodo della cravatta, e ripeto forse, ti direi qualcosa. Di solito non lascio sospesi manco se sono ubriaco e quello non mi capita affatto di rado.
Sappi, comunque, e ti basti per ora, che le donne sono i più grandi esattori che ci siano in circolazione ma non è un caso se loro questo lavoro preferiscono non farlo. Perché per loro, le donne, i soldi contano molto meno delle sensazioni.
Prova a mettere una bella donna un anno in una casa lussuosa, piena di gioielli e vestiti alla moda. Dopo un anno, quando le sarà passata la voglia di giocare alle bambole, e si sarà ricordata chi è lei davvero, ti manderà a quel paese se non l’avrai vestita e curata a suon di sensazioni.
Quelli che dicono che le donne guardano al primo appuntamento la macchina che hai e se hai il portafoglio pieno di soldi sono degli emeriti imbecilli. E’ tutta una finta, solo i cretini ci cascano.
Le donne sono specialiste dei sentimenti, ci sguazzano; senza quelli sono pesci che boccheggiano e allargano le branchie per non morire. L’occhio gli diventa subito giallo.
Se sei guardingo o hai una paura fottuta, loro ti annusano come i cani e lo sentono l’odore che hai dentro. Se ti tieni lontano loro ti ronzeranno attorno come mosche sulla merda. E la puzza la sentono, ma ci mettono sopra un sacco di nomi diversi.
Non è che amano i bastardi, sono solo abituate ad averci a che fare. E comunque, loro, le donne, riscuotono sempre. Ma non in denaro, in dignità e autostima. Se ti portano via casa e stipendio in alimenti, e adesso bestemmi in aramaico contro la loro avidità, quando ti metterai al tavolino a fare bene i conti della tua insulsa vita capirai che l’ammontare non sarà mai superiore al valore della tua dignità persa.
E allora come con i clienti del recupero crediti, clienti obbligati, che loro proprio non vorrebbero esserlo, io con le donne sono assolutamente un cinico. E me ne vanto. E non ci voglio avere niente a che fare. A meno che non sia io il cliente.
Se ho un prurito, anche adesso c’ho il fremito, solo a scriverla la parola cinico, prendo la macchina e vado a farmi un giro. Una da pagare per 20 minuti la trovo sempre. Una faccia come tante, di quelle che non ricordo. Cinquanta euro e non ho neanche il problema di dovermi ricordare il nome di lei. Poi le cose si chiamano con i nomi che devono avere: culo, pompini, stai zitta.
Con le puttane è tutto semplice. Il cliente sono io, loro non mi vedono come un portatore sano o insano di sentimenti. Io sono semplicemente un lavoro. Pago, ottengo, mi rimetto i pantaloni e ingrano la prima. Loro se non riscuotono o se le picchi, chiamano i carabinieri. Altrimenti è tutto semplice, senza debiti.