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L’amore non ha scarpe

Prima guardavo il telegiornale e c’erano le immagini di una strage. Un attentato in Siria. L’ennesima brutta notizia dalla Siria.

Oramai, quando accendi la tv e guardi il tg ti aspetti sempre, almeno una volta al giorno di sentire parlare di una strage, di sentire parlare di morti ammazzati, di gente che un minuto prima lavora, passeggia, fa  le spese, ride con gli amici, poi scoppia la bomba e non c’è più.

Restano le scarpe, inquadrate dalle telecamere dei tg.

Se ci pensi bene quando mandano le immagini di un attentato, come i tanti di questi mesi in Siria, mostrano quasi sempre delle scarpe. Da sole, sull’asfalto. Ballerine, scarpe da uomo in cuoio, ciabatte sgangherate, infradito mezzi rotti, scarpe piccole da bambino,  scarpe grandi e usurate, portate da generazioni, rimesse a posto come si poteva, scarpe impolverate, scarpe usate, scarpe morte.

Quando si tratta di morti per incidente non è poi tanto  diverso, vedi il servizio e nelle immagini c’è il corpo sotto il lenzuolo bianco, vedi l’auto, vedi il motorino o la bici per terra, vedi i poliziotti alle prese con i rilievi, vedi la gente che guarda e piange e qualche metro più in là, ci sono le scarpe.

Quando uno muore di morte violenta le scarpe volano via sempre. E vanno  lontano da lui.

A volte ti capita di vedere qualche tacco dodici o un mocassino di pelle pregiata.

Ma è raro, a pensarci bene, che se vedi una di quelle scarpe messe meglio non ti viene da pensare che loro sono messe meglio di quelle dei dintorni di Aleppo.

No, ti appare sempre una scarpa morta, per terra, da sola, senza piedi a calzarla, senza pesi umani a sollevarla, una scarpa sull’asfalto, la guardi e ti manda un messaggio preciso: “Chi mi porta non c’è più”.

La morte ti porta via le scarpe, forse è per quello che anche se non ce l’ha mai detto nessuno,  l’amore lo viviamo da scalzi.