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Il ladro di pelle

“Ciao, mi manchi, sai? Ah senti, scusa: potresti ridarmi la mia pelle? “

“Tutututututututututututututu”.

 

Ma no, ostia! Non si può iniziare una telefonata così, dai. 

Non sarei compresa, mi prenderebbe per pazza. Direbbe che sono strana, assai. 

Cosa devo dimostrare? Io? Io, niente. 

Che son quella alternativa, quella che non sa dire mi manchi e basta?

Ma dai, siamo seri, Annalisa, perdio!

Rimetto giù il telefono, ecco.

 

Ci provo a variare pensiero, ho una pila di bollette sulla tavola da andar a pagare. Ma è più forte di me. Mi manca lui, e mi manca la mia pelle.

 Da quando è partito, io mi sento sempre vestita, anche quando mi spoglio e vado a dormire. E’ questo che mi da fastidio. 

Non mi disturba il fatto che sia andato via. Mica mi ha tirato un ceffone ed ha sbattuto la porta. Non si possiede nessuno, a volte manco sé stessi, figuriamoci se si riesce a possedere un altro. 

No, non è questo il punto. 

Vivo perennemente vestita, da quando lui se ne è andato. Non riesco più a sentirmi nuda.

E mi manca la sua pelle… e mi manca di più la mia.  

La sua è bianca, morbida, direi setosa. Elastica e profumata, quasi da bambolotto. Annalisa?..Macché bambolotto, per piacere!

E’ un uomo, scandisci con me le lettere: U-O-M-O…


Bella pelle, la sua, che mi ci farei un cappotto. 

Sì mi servirebbe proprio, un cappotto così, per riuscire a spogliarmi e risentirmi nuda. 

Invece, anche adesso che sono qui davanti a questo telefono, in mutande e reggiseno, in questo luglio africano, beh, io è come se fossi con il vestito che mi aveva regalato nonna, quello con la gonna stretta e la camicetta con le balze. Ho pure addosso le calze di nylon e le scarpe strette. Insomma, mi sento in un corpo non mio. 

Strano, perché so che queste gambe, queste braccia, questo ventre sono i miei. Ne conosco ogni centimetro, li studio ogni giorno, combatto per loro la mia quotidiana battaglia contro il tempo. Ma ora, lei, la mia pelle, non c’è. E io mi arrabbio. 

Mica era un banale epitelio inerte. No, lei reagiva prima del mio cervello.

Mi ha sempre detto cosa era bene e cosa fosse il male. Le bastava un tocco per capire come sarebbe andata a finire. Tocco sbagliato, meglio lasciar perdere. Tocco giusto? Parliamone. E’ sempre stata mia amica la pelle, ci siamo volute bene.

E adesso che non reagisce, io sono in preda al nervoso. Non sento la differenza tra me e un coniglio scuoiato da marinare.

 

Lui deve aiutarmi a tornar normale. Perché lui c’entra, ne sono sempre più convinta: siamo andati a passeggiare, mi sfiorava le mani e io, ricordo bene, ho cominciato a sentirmi mezza nuda. Siamo andati al ristorante e io mi specchiavo nei suoi occhi ed ero nuda, coi capelli sciolti, ma tenevo le scarpe, sì. 

Poi ho sentito il suo peso addosso, e son rimasta nell’unico modo in cui potevo stare. E la mia pelle ha cominciato a comandar lei. Macché epiteli, noi due avevamo i pori comunicanti. E abbiamo parlato con quelli, senza manco quella timidezza dell’inizio che c’è tra i corpi non noti.

Poi lui se ne è andato, mi ha lasciato anche un curioso biglietto.

Cosa c’era scritto? Ah, eccolo qui: “E’ mia”.

Io avevo pensato ad una cosa, ma adesso che son rimasta senza pelle, mi sa che avevo proprio capito male.