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Cinque rose

 

Mi piace il numero 5. Cinque come le volte che ho amato in questa vita. Cinque come i miei 50 anni. Cinque come i biscotti che inzuppo nel caffèlatte al mattino.

Cinque come il numero perfetto per l’amore con una donna. Prima e dopo la cena, prima di mezzanotte, prima delle tre e al mattino al risveglio, ora indistinta , se non devi andare a lavorare. Per arrivare a quelle cinque, deve essere amore, vero. E se è amore, ti devi accorgere dopo ore ed ore che erano cinque.

Che bel numero. Per imparare a scriverlo da piccolo ci ho messo un casino di tempo, che assieme al sette non mi veniva la bella calligrafia. Ma il sette non mi piace, che dopo sette anni esatti mi sono separato e secondo me porta sfiga come le settimane che non mi passano mai. E a dirla tutta, sette in un giorno, di scopate, con una donna, beh o sei un eiaculatore precoce o pure lei si preoccupa.

Cinque va meglio, metà di dieci, e la storia contemporanea la calcolano in decenni e un cinque è un mezzo decennio. Consolante.

Ci penso mentre davanti a me un venditore di rose ondeggia cinque rose. Due rosse, una bianca, due gialle. Amore, amicizia, e il giallo non ricordo, forse gelosia. Belle.

Sono seduto al bancone del bar, davanti ad una  Gordon Scotch. Una pinta, che se è amore vero, c’è solo lei.

Come la donna che ami.

Pensavo al cinque, alla rata del mutuo, alla sigarette quasi finite, fossero cinque sarei almeno sereno, che a tirar l’una ci arrivi, e mi vedo davanti questa mano dalla pelle scuretta che agita le rose.

– “Vuoi, cinque, te le do tutte. Pochi soldi”.

– “Vedi donne qui? _ ribatto senza guardare il mio interlocutore _ Le rose sono per le donne, non per gli uomini soli”.

– “Signore, con un mazzo così la trovi”.

Mi giro a guardarlo questo screanzato, mi tocca far la fatica di alzar l’occhio dal livello della pinta di Gordon per vedere bene in faccia questo sfacciato che dice a me che con le sue rose cucco.

Lo sa chi sono io? No, cosa vuoi che sappia uno arrivato dal mondo degli schiavi. Mangian riso tutto il giorno quelli. E ce l’hanno piccolo. Loro. Se arrivano a sette, porta sfiga. Si sa.

Mi trovo davanti un cappuccio verde di un eskimo usato di quelli che portavo al liceo, quando ero comunista così.

Sotto una pelle splendente, come le olive, marron verde, e due occhi neri. Profondi. Non ci sono cinque là dentro.

– “Cacchio, ma quanti anni hai?”

– “Sedici, signore!”

– “Non raccontarmi palle, al massimo hai dodici anni”.

Gli sgancio cinque euro, mi prendo le cinque rose. Due rosse, una bianca, due gialle. Sorrido, chissà se una donna arriva adesso.

Macché. Siamo quattro gatti spelacchiati al bar.

E poi mi fermo. Che ci fa un dodicenne all’una di notte in un bar della stazione? Vende rose a quattro ubriaconi.

Dodici. Due volte cinque più due. Niente a confronto con i miei 50 anni, dieci volte cinque. Lo osservo con la coda dell’occhio mentre se ne va, il cappuccio calato sulla faccia. Gli ho preso tutte le rose, penso, adesso andrà a casa? La mamma lo aspetterà sveglia col caffélatte e cinque biscotti al cioccolato? O lo aspetteranno a cinquanta metri da qui gli adulti, per dargli altre venti rose da vendere e via andare…Che a un ragazzino mica si dice di no. Basta guardarlo negli occhi, in quel nero. Apri il portafoglio e ti lavi la coscienza.

Perché a me nessuno ha detto niente?

Sono il capo dei vigili, in Comune tutti mi danno del lei. Non c’è foglia che caschi dall’albero che io non senta. Non c’è storia che io non sappia.  E nessuno viene a dirmi, che nel mio Comune, un bambino vende le rose di notte all’una. E soprattutto, nessuno si accorge che è un bambino?

Nessuno si offende, manco il segretario della sezione della Lega Nord che ogni due per tre ( che fa sei, mica cinque, eh) mi manda gli esposti contro i bar dei cinesi e i kebab da asporto che sono covi di malandroni e portano malattie e viene lo scagotto a tutti.

Ecco, tutti con lo scagotto ma tutti ciechi. Manco uno che veda un ragazzino che vende rose nel profondo Nordest, illuminato e avanzato, locomotiva del paese, di notte, invece di star sotto le coperte a sognare di viaggiare in giro per il mondo e diventare ricco. Altro che il Trota.

Ma, visto come stanno le ferrovie, ci credo che succede questo, che siamo una locomotiva cieca, che sta per deragliare e chi ci sale è meglio se si fa il segno della croce.

E io me lo farei comunque il segno, che un paese dove i bimbi non sono di tutti ma diventano invisibili, è un posto marcio.

E io sono il capo dei vigili di un posto marcio. E non ho caffélatte e biscotti, né parole, davanti a questa Gordon, per alzarmi e correr dietro a quel ragazzino e dirgli “ti porto a casa io, c’ho cinque biscotti, cinque coperte, cinque amori che ti potevano fare da mamma”.

Pensavo di valere cinque, valgo zero.