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1985

Io lo so che lei se lo chiede. Lo so, che ogni volta che le metto i 50 euro dentro la fessura, tra le tette, e sistemo la banconota tra le stecche del reggiseno, con cura, lei, se lo chiede.
Spendo cento euro la settimana per vederla ballare davanti a me, sul palo della lap dance. Lei ha imparato a salutarmi con gli occhi, li abbassa per un attimo ogni volta che mi vede seduto al tavolino accanto alla pedana. Mi sorride.
All’inizio aveva provato a parlarmi, lo faceva sicuramente perché il padrone del locale le aveva detto di far così.
“Vai là, gli sorridi, gli dici ciao bello e ci parli. Gli chiedi cosa vuole. E te fai e lui paga”.

Solo che io le ho risposto che bevevo da solo e che mi bastava vederla ballare, anche due volte di seguito davanti a me. Sempre la stessa canzone. Andava benissimo.
Dalla pensione tolgo quattrocento euro al mese, che io ho diritto anche di pensar un pochino al mio bene. Il resto va via per le bollette, la spesa mensile, i fiori da portare in cimitero e i desideri dei miei nipotini. Quattrocento euro ce la faccio a metterli via ogni mese e poi il sabato vado in quel bar. Cinquanta euro finiscono tra le stecche del reggiseno della Olga e son due balli assicurati, il resto va via in gin tonic. Quel che avanza, lo metto da parte. Metti che mi decido a offrirle una cena di pesce in quel localino, fronte porto. Metti.

Ma non mi decido. Per ora mi basta guardarla Olga. Mi sta davanti in reggiseno e tanga bianchi, i capelli biondi lucidi, le labbra rosse, la pelle così chiara. Secondo me, mangia poco. Se fosse a casa mia, qualche bistecca la obbligherei a mangiarla.
La vedo muoversi al ritmo di “Slave to love”. E io mi ripeto in testa le parole della canzone.

“Posso sentire la tua risata
Posso vedere il tuo sorriso
No, non posso scappare
Sono uno schiavo d’amore”.

Brian Ferry la cantava e a Marta, mia moglie, piaceva. Lei aveva la passione della musica e quando la sentiva per radio, era il 1985, lei ballava sempre e io seduto al tavolo della cucina la vedevo ancheggiare con la vestaglia addosso e allora sorridevo, allargavo le gambe, mi mettevo a fissarla e lei ballava e rideva. E io non potevo mica star fermo sulla seggiola con le gambe larghe. Dovevo alzarmi e andare a sfiorarle i fianchi, mentre lei si muoveva e quando si girava verso di me e mi abbracciava, sentivo quella pressione addosso. Ogni abbraccio di Marta era come se un improvviso vuoto pneumatico mi tirasse fuori nervi, sangue, linfa. Tutti, allo scoperto.
Dovevo prenderla e portarla in camera. Erano anni belli, i figli erano al liceo, io cominciavo a lavorare verso le dieci e la mattina a colazione, complice la radio e i Roxy Music, noi ci abbracciavamo e partiva quel risucchio. Facevamo l’amore e se scappava che urlavamo come ragazzini, quello restava un segreto nostro.
E la sera a cena davanti ai ragazzi, non ci abbracciavamo mai, che era pericoloso sempre per la storia del risucchio. Ci guardavamo e ci lanciavamo un’occhiata che voleva dire “Grazie, che mi fai godere”.

Adesso io sto fermo. Sto in questo bar con lap dance nel retrobottega, aperta ogni fine settimana. Ci sono capitato per caso sei mesi fa. C’era quell’insegna, “Roxy”, che mi ha ricordato la canzone che piaceva a Marta. E sono entrato.
Non cercavo niente ma è arrivata Olga, bionda, in reggiseno e tanga bianchi, le labbra rosse, la pelle chiara e mi ha detto “Ciao, se vuoi ballo per te”. E io le ho risposto: “Ok balla, ma non mi serve altro”.
E lei ha ballato, illuminata dal faretto, avvinghiata a quell’insulso palo e intanto si toglieva il reggiseno e le chiappe si muovevano, lente, mentre Brian Ferry cantava che era schiavo d’amore e io mi sono messo a fissare con attenzione quel culo.
Latteo, pareva una burrata gigante, con i piccoli solchi della cellulite che spuntavano ad ogni ancheggio.
Mi son commosso. E ho allargato le gambe.
Il culo di Olga è il gemello di quello di Marta.
E ogni volta che lo guardo io torno al 1985. Prima dei giramenti di testa. Prima della stanchezza che ha tolto a Marta la voglia di ballare. Prima della voce del dottore che diceva che c’era una speranza, piccola, ma c’era.
E invece no.

E così io adesso sono qua al “Roxy” a guardar la Olga sorridermi, abbassare gli occhi, girarsi e ancheggiare, cosciente di portarmi fino alla commozione. Lei pensa che a me escono le lacrime mentre le fisso il culo perché è bella. Io, mentre allargo le gambe, penso che manco sa di averlo un inno alla vita, dietro.

Lo so che Olga ha voglia di chiedere. Perché non pago per andare mezz’ora nel camerino, dopo lo spettacolo? Lei ci verrebbe a casa mia a mangiare una bistecca. Lo so.
Ma a lei manca la coscienza di esser tutto, di aver un inno alla vita incorporato, ad ogni passo. Marta, invece, lo sapeva perfettamente.
E io me vado, con la voce di Brian Ferry in testa.

“Dille che aspetterò
Al solito posto
Con gli stanchi ed estenuati
Non c’è scampo
Al bisogno di una donna
Devi sapere
Come chi è forte diventa debole
E il ricco diventa povero
Stai correndo con me
Non toccare la terra
Siamo quelli dai cuori senza riposo”