Archivio Mensile: Marzo 2009 - Pagina 2

L'ultimo incontro

“Avevamo deciso di concederci una ultima cena, prima di lasciarci”. Francesca si girò verso Luca, fissandolo negli occhi e sorridendogli. 
Lui fissava la sua maglietta nera, scollata.
“Certo, che hai ancora le tette più belle che abbia mai visto”. 
Lei sorrise, erano mesi che non pensava a lui senza un mugugno, una smorfia di dolore.
Francesca si ritrovò stupita a sorridere a colui che le aveva regalato una felicità assoluta per dieci anni ma nel contempo gli aveva mandato in pappa il cervello, con la sua eterna incertezza nei sentimenti. 
Si mise a ridere, pensando che poteva provocarlo senza più star male. 
Luca sghignazzava, era contento di aver ritrovato per un attimo l’intesa che per lunghissimo tempo era stata la miccia della loro attrazione. Aveva temuto una reazione negativa di Francesca, nonostante fosse stata proprio lei a ricordare che si erano promessi di lasciarsi nel migliore dei modi, facendo l’amore, senza pensieri. E poi non si sarebbero più visti. 
A tranquillizzarlo fu la mano di Francesca che senza pensarci, ridendo, finì con il posarsi sul suo interno coscia, accarezzandolo. Lui sapeva perfettamente che quello era stato in passato uno dei loro modi di dirsi ti voglio, senza parole.
Da quando si erano lasciati era passato oramai un anno. Si erano lasciati male, tradendo la promessa.
Un sms di Luca aveva allontanato bruscamente Francesca , la sua amante da dieci anni. “ Non ce la faccio più”, le aveva scritto una mattina. 
Erano bastate cinque parole per distruggere tutto. 
In quel modo aveva allontanato da sé la donna che amava davvero, ma non così tanto da stravolgere la sua vita, lasciare la casa in cui vive ancora e la compagna che lo aveva accolto dopo la prima separazione come un fuggitivo, regalandogli la tranquillità agognata.
Luca sapeva di aver usato le parole perfette, la chiave giusta per uscire da quel dolore che oramai lo rodeva dentro.
Francesca gli aveva sempre detto di non tollerare di esser di disturbo, un peso nella sua vita. E così accadde: lei all’inizio gli scaricò addosso quintali di fiele avvelenato, poi non lo cercò più. A parte qualche sms di circostanza per sapere come andavano le cose, una volta uno, una volta l’altra. Ma niente incontri, niente sorrisi, niente colloqui.
Un anno dopo si ritrovavano al bancone di un pub, con due spritz davanti ed una strana serenità tra loro. Lui si stupì di rivederla bella, dimagrita, truccata, ben vestita. Lei si stupì che non fosse cambiato, salve qualche capello grigio in più.
Il discorso era finito presto sulla loro storia. 
Lei gli aveva appena raccontato della storiella finita male con un ragazzo spagnolo. Che l’aveva conosciuta, cercata, desiderata, e che le aveva detto:” Ti sposo”. 
Per Francesca non era una promessa importante, ma era una novità. Fece bene però a non fidarsi troppo, perché nel giro di un paio di mesi capì che la proposta non veniva dal cuore ma da un momento di afasia provocato dalla cocaina, la sua unica vera amante, di cui Rafael, così si chiamava l’intruso, non faceva a meno quando era a Madrid. 
Francesca , incuriosita da una richiesta di un prestito di 300 euro, come suo stile aveva indagato scoprendo l’amante chimica.
E così dopo due mesi di amore a distanza, Francesca era di nuovo sola.
Ma stava bene. E Luca non sapeva che la sua ex amante aveva, in quell’anno di separazione , non solo aveva frequentato un altro , ma aveva reimparato ad amarsi. Si voleva bene, Francesca. Dopo che si era annullata per cercare di far funzionare un rapporto impossibile, che avrebbe regalato felicità solo se non ci fossero state di mezzo una moglie, vacanze separate, amplessi non seguiti dalla serenità della successiva quiete fino al mattino seguente.
Luca non sapeva che ogni volta che diceva a Francesca che preferiva la tranquillità di un rapporto di coppia non esaltante, allo sconvolgimento di una vita di gioia vera con lei, le procurava un livello di ansia che ne stravolgeva, da dentro, pensieri, emozioni ed obiettivi. Non sapeva che ogni volta che la guardava e lodava la sua indipendenza, la sua intelligenza, lei in realtà voleva solo stare con lui su un divano a farsi massaggiare i piedi, accarezzare le sue cosce rocciose, sentire il suo pene insinuarsi dentro di lei e vibrare al suo stesso ritmo. 
E che l’intelligenza, l’indipendenza, l’impegno, lo humour alla fine erano diventati un niente se lui non la voleva. 
Anche Luca quell’anno aveva sofferto. Il suo ego bruciava al pensiero che Francesca potesse anche solo aver pensato, come aveva fatto, che lui avesse trovato una nuova amante. E soprattutto lei gli mancava, a volte nel sonno aveva pronunciato il suo nome. Ne era convinto, ma sua moglie non si era mai accorta di nulla. Lei pensava andasse tutto bene e non sentiva neanche bisogno di dirgli qualche volta un “ ti amo”, tanto lui era di sua proprietà. E comunque mai aveva detto nulla. 
Quella di Francesca era stata in realtà una provocazione, il pensare all’amante in seconda, ma Luca non lo sapeva. E aveva sofferto al pensiero di non poter più toccare quel corpo che gli piaceva tanto, quei seni che adorava morsicare in continuazione. La amava, a modo suo, certo. Ma era stato incapace di dimostrarlo al cento per cento e soprattutto era stato incapace di scegliere. Ed odiava che Francesca pensasse di esser vittima di un tradimento. 
Tra loro due, c’era una differenza sostanziale. Lei voleva vivere, lui si accontentava di sopravvivere. Luca era andato avanti con quella storia, clandestina, finché la sensazione di distruggere la persona che gli dava felicità, ogni giorno, non lo aveva costretto all’ultimo, giusto, atto della sua incapacità di agire.
Tirarsi indietro, scappare via. Rinunciare. Così lei si sarebbe cercata altrove una vera felicità.

Francesca per una settimana tentò di resistergli. Gli mandava sms adirati, poi a casa si ingozzava, lontano da occhi indiscreti di cioccolatini, maledicendo l’amore della vita finito male. La mattina dopo gli mandava ancora sms pieni di veleno e cattiverie. 
Poi all’improvviso Francesca si spense, come una candela che un colpo di vento rende inattiva. E non si fece più sentire. 

Accadde tutto una sera; dopo aver fatto fuori un sacchetto di patatine, due bistecche di maiale, un contorno di avocado e pomodori, e per finire una vaschetta di gelato, Francesca andò davanti allo specchio. 
E si vide: ingrassata, la pelle grigia, senza trucco, con una ruga che le solcava la fronte e le trasformava il volto in una maschera triste. Si riconobbe. Ed ebbe paura. Di sé e del suo dolore. Si sentì svenire, il petto le faceva male, sentiva il battito del cuore in accelerazione percuoterle il collo.
Era in preda al suo primo solitario attacco di panico. 
Le lacrime cominciarono a scendere come un torrente in piena, allagandole faccia, petto e gambe. Rimase fino al mattino in un angolo della cucina, con le gambe al petto, la speranza che la disperazione passasse in fretta e le tornasse il respiro. Francesca capì che avrebbe finito con l’invecchiare lì, in quell’angolo della cucina, odiando sé stessa per non esser stata capace di farsi scegliere dall’unica persona a cui voleva appartenere.
Dopo una notte insonne, la mattina seguente decise di lavorare per ritrovarsi. Non fu facile, le servì tanto aiuto, ma un anno dopo e dopo la parentesi di un calesse amoroso ( l’avventura con Rafael), si era ritrovata. Non più sicura, ma serena nel vivere la sua condizione di quarantenne single non come una costrizione alla solitudine. 
Luca notò il cambiamento e pensò dentro di sé, che ricominciare con lei era quello che voleva. Del resto ci aveva pensato tante volte. 
Francesca lo intuì al volo, e dentro di sé, se la rideva. Lo aveva provocato ricordandogli quella promessa che si erano fatti a letto, dopo aver pianto abbracciati dopo un orgasmo tanto forte da provocare ad entrambi una tremarella corporea durata quasi un’ora. Amanti tarantolati, si definirono. 

Lui la voleva ora, lì sul seggiolino del pub. Lei si era eccitata toccandogli la coscia granitica, ma era terrorizzata dal solo pensiero di ricascarci, alla fine.
Non dissero altro, raggiunsero l’auto di lei parcheggiata fuori dal pub.
Lei si appoggiò alla portiera, lui le sbarrò la strada piazzandosi davanti a lei, accerchiandola con le braccia. 
“ Facciamolo subito, saltiamo anche la cena”. Lei rimase in silenzio, spostò il braccio di lui che le impediva di aprire la portiera dell’auto ed entrò. Lo guardò e gli fece cenno di salire. 
Restarono cinque minuti buoni a fissarsi, in silenzio. Sorridendosi a vicenda. Lei gli accarezzava l’interno del ginocchio, lui sfiorava con il palmo della mano il suo seno destro, il suo preferito.
Si volevano, era chiaro. Ancora.
Si guardavano. Lui vide nei suoi occhi il guizzo frizzante che aveva conosciuto dieci anni fa in un bar.
Lei, lo sguardo accattivante che l’aveva conquistata in un attimo davanti ad un caffè. 
Avvicinarono i volti come la calamita al ferro per il primo bacio post separazione. 
Le labbra si sfiorarono, lievemente. Le bocche avevano sete uno dell’altra. 
Poi il cellulare di Luca squillò, un improvviso rumore ad interrompere la quiete. 
“Rispondi”, gli disse Francesca.
“Non voglio”, replicò Luca.
Il telefonino trillava e vibrava, fastidioso. Imperterrito, deciso a non smettere. 
Alla fine Luca rispose. E Francesca sapeva perfettamente chi era.
“Devo andare, mi aspetta per cena”, gli disse dopo aver riattaccato.
“Sì, Lei ti aspetta, vai”.
“Starei qui se potessi, ma devo andare. Cerca di capirmi, devo sopravvivere”. 
“ Sì, lo so. E devo dirti che va bene così: possiamo dare per rispettata la nostra promessa”, ribattè Francesca. 
“No, voglio rivederti. Dobbiamo andare a cena”, si infervorò lui.
“Questa è l’ultima volta che ci vediamo _ attaccò Francesca _ ci desideriamo, certo, ma sarà una cosa breve. Finiremo con il farci male da soli, oltre che a vicenda. E io non mi farò mai più male per te. Se capita che ci rivediamo, ci sorridiamo e passiamo oltre. Va bene?”
Il tono di lei era così duro e deciso che Luca rimase senza parole e non potè dire altro se non un sommesso ” Va bene”. Non scherzava. 
Luca le baciò la guancia e scese dall’auto. “ A modo mio ti ho sempre amata”.
“Anche io, ma non ho potuto dimostrarlo”, ribattè lei.
La portiera che sbatte, il silenzio, il profumo di Luca ancora nell’aria.
Francesca prese dalla borsa una sigaretta e la accese, la prima tirata fu lunga ed avida, il respiro successivo lento e rilassato. Quel buon odore stava sparendo in fretta, per fortuna. 
Poi prese in mano il cellulare e compose un messaggio.

“Sta tornando a casa. Non mi rivedrà, stanne certa. E ora dimentica pure tu il mio numero di cellulare. E soprattutto il mio nome”.

Il marchio

Elena si mise davanti allo specchio. Il suo sguardo riflesso, stanco, dopo la notte insonne, le lanciò un timido sorriso. Lei non risposte neanche con un cenno, gli occhi arrossati e lucidi, la mente annebbiata dopo una notte di vino e rum. Si sedette sulla tazza del water e si accorse solo allora del silenzio che invadeva la casa. Non c’era nessuno con lei a smaltire il post-sbornia. Era quello il momento più difficile, il mattino dopo.
Lui se n’era andato, lo faceva sempre. Non era una novità, ma Elena si sentiva infastidita: la mattina, dopo ogni sua partenza, sentiva la sua assenza. E un leggero nervosismo le saliva dentro, dall’interno cosce fino al petto. 
Bastava dirlo.
Ma non riusciva a dire. Una parola sola poteva bastare, pensò. Resta. 
Niente, non la sapeva dire quella parola, non le usciva dalla bocca. La pronunciava solo dentro di se quando lui oramai era lontano. A vivere la sua vita. 
Poco male, si disse Elena , per scacciare quel pensiero fastidioso. Faccio quello che voglio, conduco io la mia vita, decido io per me. E comando. Ho un lavoro importante, una carriera in ascesa. Cosa mi serve un compagno? Se lo ripeteva anche stavolta, seduta sulla tazza del water.
Amore? No tra loro era solo sesso. 
Lui non chiedeva di più e a lei andava bene. Nessun coinvolgimento emotivo, solo divertimento. 
Elena si lasciava andare, si divertiva. Lui non doveva costringerla, doveva solo sussurrarle all’orecchio e sorridere, come faceva ogni volta che la voleva. E lei, docile, si trasformava in quel che di giorno non era mai. Remissiva.
Elena si alzò e si diresse di nuovo verso lo specchio. Stavolta si accorse subito del segno, un morso netto sotto il seno. Il solco lasciato dai denti di lui le avevano arrossato la pelle. Si potevano anche contarli i denti che avevano lasciato quel marchio. 
Come il morso di un lupo. Elena si concesse un sorriso, mentre ammirava quella meraviglia, la sfiorava. Poteva ancora sentire la forza di quella bocca. E ricordava:lui l’aveva attirata a se e aveva stretto il seno tra le labbra come se volesse mangiarla. 
E lei , adesso, allo specchio si diceva che avrebbe voluto volentieri esser finita a brandelli dentro il suo stomaco, a farsi sciogliere dai suoi succhi gastrici, diventando nutrimento per lui. 
Assaggiata, addentata, masticata, ingoiata.
Un bel modo per sparire.
Svanire dentro chi ti desidera, per stare sempre con lui.
Anche Elena, pensò tra se, non era stata da meno; anche lei gli aveva addentato il braccio, con foga. Non aveva urlato. E Elena ricordando, si congratulò con se stessa. Stava imparando, lui sarebbe stato orgoglioso di lei. Era stata brava. Si lasciava andare, senza temere. Si lasciava godere senza tirarsi indietro.

La sveglia si mise a suonare. Erano le nove. Elena si scosse di colpo, si guardò attorno. Rischiava di far tardi, di non arrivare in ufficio in tempo. Si vestì velocemente mentre il caffè borbottava dentro la moka sul fuoco. Si sistemò i capelli, indossò la giacca. Si sfiorò lievemente il seno, con il piacere di esser l’unica a sapere che sotto la giacca, la camicia, il reggiseno c’era il suo segreto. 
Il dolore al minimo tocco ritornava alla mente, come un piacere silenzioso. Penetrante come una fitta. 
Arrivata in ufficio, Elena sistemò la borsa nell’armadietto, girò attorno alla scrivania, controllò con il dito che la scrivania fosse pulita. Al solito non andava bene. Elena aprì un cassetto, tirò fuori una salvietta e dell’alcool e pulì di nuovo il piano di lavoro. Doveva esser perfettamente pulita la sua scrivania, lo diceva ogni volta a quella imbecille della donna delle pulizie. 
Imprecando, si tolse la giacca, inforcò gli occhiali e si mise a leggere il giornale. 
Poi venne distratta da un paio di colpetti alla porta. Un grugnito acido di Elena era il segnale per entrare. Lo sapevano tutti in ufficio. 
Paolo, il suo segretario, entrò tenendo tra le mani il vassoio. Sopra una tazza di caffè fumante e due bustine di zucchero di canna. Lei gli lanciò un sorriso tirato, lui replicò con un buongiorno bofonchiato alla meno peggio. 
Paolo sistemò il vassoio e si fermò davanti ad Elena, in attesa delle indicazioni della giornata. 
Ma Elena, sollevato il viso dal giornale, restò stupefatta.
Paolo la guardava e sorrideva, con quella smorfia del viso che mai aveva aveva osato mostrare in ufficio, nel regno di Elena. Mai si era permesso di guardarla così fuori dal letto. 
La stava evidentemente sfidando. 
Ma in ufficio non si poteva giocare, questo Paolo non poteva dimenticarlo. 
La mano di Elena istintivamente andò a sfiorare il seno. Il morso sotto la camicetta pulsava, le faceva male come se l’attacco fosse appena avvenuto.
Paolo sollevò la manica della camicia e si strofinò il braccio.
Poi tolse la mano, facendo in modo che Elena vedesse. Un morso, netto, con i segni dei denti sulla pelle arrossata.
Il suo morso. 
Elena sorrise. Ora avevano un marchio, un legame tutto loro.

Ballata in balla degli amori in potenza

La strada è piena di amori potenziali, di sguardi lanciati salendo le scale di un palazzo, di spalle che si sfiorano dentro un ascensore, di parole farfugliate davanti allo schermo di un pc. Gli amori potenziali li puoi vedere solo se non hai il cuore inaridito. Sono belli ma fragili come foglie in autunno. Sono due amici a passeggio nella calle che conversano e non vorrebbero smetter mai. Sono due vecchi che ballano il liscio e sentono il ritmo che pulsa come un antidoto alla solitudine. Sono due ragazzini su una panchina con i libri sulle ginocchia e le prima sigaretta, nascosta nello zaino, da fumare assieme. Sono due uomini in discoteca che si sfiorano e si vogliono perché si immaginano mentre si muovono. Sono una coppia stanca che torna a camminare alla stessa andatura solo per sfiorarsi le mani. La strada è piena di amori potenziali, di parole farfugliate davanti allo schermo di un pc, di spalle che si sfiorano in un ascensore, di sguardi lanciati salendo le scale di un palazzo. Li puoi vedere solo se smetti di correre. Sono belli ma fragili come un cerchio nell’acqua. Sono gli occhi chiusi di una donna che ricorda ogni solco della tua pelle. Sono le mani nascoste nel cappotto di un uomo che sa quanto potrebbe esser forte la stretta. Sono i denti della ragazza delusa che si morde le labbra per non dirti quel che si lascerebbe fare. Sono i capelli ribelli del dirigente che torna a casa e ogni sera desidera fermarsi a quel marciapiede. La strada è piena di amori potenziali di parole farfugliate davanti allo schermo di un pc, di spalle che si sfiorano in un ascensore, di sguardi lanciati salendo le scale di un palazzo. Li puoi vedere solo se non pensi che siano inutili. Sono belli ma fragili come una supernova. Sono gli occhi dell’adolescente che cercano conforto nell’insegnante. Sono le mani bagnate della barista che vorrebbe una bocca che le asciugasse. Sono i fianchi del commesso che sfoglia l’ennesima rivista senza leggerla. La strada è piena di amori potenziali, di sguardi lanciati salendo le scale di un palazzo, di spalle che si sfiorando dentro un ascensore, di parole farfugliate davanti allo schermo di un pc. Gli amori potenziali li puoi vedere solo se non hai la pelle muta. Sono i tuoi e i miei ricordi. Sono le menti che non hai voluto assaporare. La strada è piena di amori potenziali, di sguardi lanciati salendo le scale di un palazzo, di spalle che si sfiorando dentro un ascensore, di parole farfugliate davanti allo schermo di un pc. Gli amori potenziali li puoi vedere solo se ci credi. Sono la nostra voglia di vita.

L'autobus della linea 7

Quando l’ho notata per la prima volta in mezzo alla calca di gente, sull’autobus della linea 7, è stato solo un istante. E da allora è dentro di me. Continuo a cercarla. Salgo sul bus ogni giorno a Mestre, destinazione Venezia, porte dei Tre archi. Tutti i giorni, domenica compresa. Per me c’è sempre lavoro, non si va mai in ferie.
Di solito per passare il tempo, provo ad immaginarmi chi siano i miei compagni di viaggio. Cerco di indovinare che lavoro fanno, se hanno figli o mogli o mariti che li aspettano. Se il collega che fissano di continuo è il loro amante o un odiato rivale verso la promozione. Lo facevo anche da piccolo, quando mia madre stava tutto il giorno al lavoro, mia sorella doveva studiare e io alla fine mi mettevo alla finestra ad immaginare che vita facessero le persone che mi passavano davanti casa. Ma torniamo a quel giorno. Io me ne stavo seduto ad osservare l’impiegata del Catasto, stranamente ben vestita, con la piega fresca di parrucchiere e l’abitino stirato. Parlava con un collega e si toccava sempre i capelli. L’avevo capito: quell’uomo alla signora del Catasto piaceva proprio. Ma lui sembrava assente. 
Poi l’ho vista , seduta sul sedile opposto al mio.
Carnagione chiara, capelli castano scuro. Un viso dolce perso in un corpo non certo magro. Le unghie dei piedi tinte di color ciliegia spuntavano dalle infradito rosa, portate su jeans scampanati larghi. A coprire i seni prosperosi una canottiera verde militare. Non era bella ma qualcosa in lei mi attirava ed eccitava. Al collo portava un ciondolo di acciaio, che ondeggiava seguendo i sobbalzi degli pneumatici del bus sull’asfalto del ponte della Libertà. Mi è apparsa all’improvviso, era impossibile non stare a guardarla mentre il ciondolo rifletteva davanti a me un ballerino raggio di sole.
Silenziosa, lo sguardo fisso davanti a sé, gli occhi nascosti dietro un paio di occhiali scuri. Un nasino simpatico. Ma furono le labbra a colpirmi. Le guardavo e mi veniva voglia di sfiorarle, per sentire se erano davvero umide. E dolci. 
All’improvviso la sua bocca si è aperta in un sorriso e io ho temuto di esser stato scoperto. Ho girato la faccia di scatto e mi sono subito messo a fissare diritto davanti a me. Come un ragazzino spaventato. Sono rimasto immobile a fissare la nuca del ragazzo moldavo del sedile davanti. Non l’ho più guardata finché non siamo arrivati in via Poerio e sono dovuto scendere. 
Mi sono lanciato fuori, trasportato dalla ressa , e dopo aver messo un piede sul marciapiede, ho respirato forte. Ero turbato. 
A lei non ho più pensato, finché il giorno dopo sul bus delle 17.30, stesso tragitto e stesse facce serie, mi sono sorpreso a guardare con la coda dell’occhio verso il sedile dove c’era lei , il giorno prima. 
No, lei non c’era. Poco male, mi sono detto. Ma mentivo: dentro di me si era oramai insinuato un lieve fastidio. Un disappunto per una assenza non desiderata? Non credo nei colpi di fulmine, del resto non sono un tipo che ci casca. O meglio non mi è mai capitato che qualcuna mi guardasse e mi amasse. Di solito se mi guardano è per mandarmi a quel paese insultando mia madre. Che non ha colpe, anche perché è morta. La gente di solito mi evita e le donne che riesco a frequentare sono le ragazze del campo. Troppo indaffarate a pensare alle loro vite bastarde. E poi anche se vivo con loro da tempo, con me, gratis, non vengono. 
Andata e ritorno. Mestre-Venezia, Venezia-Mestre. Io che la cercavo in mezzo alla calca del bus e lei che non si vedeva mai. E il fastidio diventa disappunto, la vana ricerca del suo volto mi innervosisce. 
Poi, finalmente, è successo.
Ero sul ponte a lavorare. Me ne stavo a testa china , rannicchiato a terra ad aspettare i miei clienti, come tutti i giorni da tre anni a questa parte. La testa bassa, come una posa d’ordinanza. Non devi mai guardare, il cartello parla per te. E’ il mio modo di superare la vergogna di dover far finta di avere tre figli che mi aspettano a casa. Quale casa, che un tetto sopra la testo non ce l’ho più …E quali figli, che non ho manco una donna che mi guardi.
Davanti a me quel giorno, all’improvviso, è apparsa un’unghia color ciliegia. Un piede inserito dentro delle infradito rosa. Sopra un lembo di jeans dal fondo largo. Erano lì, fermi davanti alla mia faccia. Non ho avuto il coraggio di alzare subito la testa, ma dentro di me avevo caldo. Avevo capito perfettamente che era lei. E la volevo. 
Poi il rumore, un lieve tonfo. La moneta da due euro che cade dentro il cappello. Allora ho alzato la testa. Lei stava guardando me, attraverso i suoi grandi occhiali neri. Sorrideva e io le sorridevo.
Poi la mia mente mi ha lasciato, non era più con me sul ponte dei tre Archi. All’improvviso ero lontanissimo da Venezia.
Sono a casa. Sto correndo , le mie mani sfiorano le spine di grano del campo e sento, nitida, la voce di mia madre che urla dalla finestra che è pronto da mangiare. Ma io non voglio andare, in fondo al campo c’è Anja, la dolce, che si faceva toccare di nascosto per capire cosa provasse suo padre nel farlo alla signora della drogheria. 
Anja, che mi aspettava con la gonnellina stretta tra le gambe e le calzette arrotolate e mi chiedeva di non fare troppo in fretta, ma poi mi sorrideva con quelle labbra rosa che solo una volta ho avuto il coraggio di sfiorare. Sapevano di mare.
Stop. 
Una voce mi ha risvegliato all’improvviso dal mio sogno ad occhi aperti. Era un uomo tarchiato, sui 50 anni che mi toccava con un bastone, pieno di astio. Mi urlava di spostarmi perché la signorina doveva passare. Ero un pulcioso, ero di intralcio, mi urlava. Io non mi sono mosso: fissavo il bastone, pronto a sferrare un colpo se osava ancora toccarmi. Ma il bastone non era più puntato verso di me. Lo aveva la ragazza: lo teneva in mano, andandosene, per scandire il passo davanti a sé. Intanto il tarchiato continuava ad imprecare. Mi diceva che dovevo vergognarmi. 
Bella scoperta, tutti i giorni la vergogna mi faceva compagnia ma quello stronzo come poteva saperlo? 
Non potevo più restare, così ho raccolto il cappello e i soldi e sono corso verso piazzale Roma. Sembravo uno che aveva appena rubato. Qualcuno mi indicava e si guardava attorno per vedere se arrivavano i vigili. Dovevo arrivare in fretta a piazzale Roma. Sparire è la prima regola della sopravvivenza. Il 7 , per fortuna, era al capolinea . Ancora pochi passi, un saltino ed ero finalmente al sicuro.
Dentro il pullman eravamo in quattro. Un operaio dei cantieri De Poli, un pensionato con il nipotino ed io. Ma c’era anche una quinta persona, sul fondo. Non l’avevo vista salendo. Era lei, bellissima, sorridente. Cieca.
Mi sono andato a sedere vicino a lei, lasciando uno spazio tra noi. Ero intimidito. Lei aveva lo sguardo fisso davanti a sé e spostava ogni tanto la testa, a sinistra e destra. Come se ballasse una musica immaginaria. Non sentiva, ho pensato, la mia presenza a pochi passi da lei. Il bus è partito praticamente vuoto, si correva veloci lungo il ponte della Libertà. In fretta siamo arrivati in via Poerio ma io non sono sceso, non potevo. La mia faccia era girata a fissarla, per cogliere esattamente ogni tratto del suo viso. 
Pensavo che sarei stato volentieri con lei nel campo in cui da ragazzino imparavo il piacere con la piccola Anja. Mi chiedevo come sarebbe stato sentirla godere. Sentire la sua mano fermarmi chiedendo di rallentare. Il mio respiro che segue il ritmo del suo. 
-Scusi. Potrebbe suonare, devo scendere alla prossima. 
Lei stava parlando proprio con me. Guardava verso di me. La sorpresa mi ha paralizzato, intimorito. E non ho fatto nulla. E’ stato l’operaio a correre a premere il bottone della prenotazione della discesa. 
Lei si è sporta in avanti , tendendo la schiena, poi si è fermata. Allora, con il dito le ho toccato il labbro inferiore. L’ho solo sfiorato, lo giuro. Non ho fatto altro, poi sono corso verso la porta, sperando che lei non urlasse, che l’ autista aprisse in fretta la porta. Per scendere e sparire, prima che fossero guai.
Lei, silenziosa, si mise dietro di me. Mentre attendevo che la porta si aprisse, sentivo il suo sospiro sulla mia nuca. Avevo paura, ma mi sono ritrovato a respirare al suo ritmo. 
Poi si sono aperte le porte, siamo scesi ed appena ho messo un piede a terra, come se fossi solo allora davvero in salvo, di colpo mi sono voltato e le ho parlato.
Come mi sia venuto in mente di farlo, non riesco ancora a concepirlo.
-Posso darle una mano, signora?
Lei mi ha sorriso, ringraziandomi ed ha appoggiato la mano sul mio braccio. Un appoggio saldo, per scendere. Ha mosso solo pochi passi sull’asfalto. E la mia bocca è tornata ad aprirsi. 
– Scusi, ha perso qualcosa.
Le ho messo tra le mani la moneta da due euro che aveva lanciato nel mio cappello. Lei dubbiosa, si è messa a girare la moneta tra le dita. Mi ha ringraziato e sorriso. E se ne è andata via, portandosi dietro il suo odore di campo di grano, di gonne alzate e calzettoni alle caviglie, di sudore e strofinamenti. E io, l’accattone del ponte dei tre archi, sono rimasto a guardarla allontanarsi da me, cercando il suo odore sul mio dito.

Pippi e Francesco

I piedi che oscillavano, come un vecchio e stanco pendolo. Di Davide, Marta aveva come ricordo quell’immagine. I suoi piedi , che oscillavano, lentamente dall’albero in fondo alla campagna. 
Erano stati compagni di lavoro in una azienda agricola. Raccoglievano, ogni estate, pomodori nell’azienda di un conoscente. Per Marta era l’occasione per guadagnare qualche soldo in più. Davide, invece, non aveva altra possibilità: da ex tossicodipendente, faticava a trovare lavoro e quell’occupazione nella fattoria di Gigi era stata la sua unica occasione di guadagnarsi da vivere. 
Dopo aver passato una giornata a raccogliere pomodori, con la schiena che faceva un male boia, Davide ogni sera tornava dai vecchi amici. Al bar in piazza. Un bianco oppure una birra e poi la compagnia andava nella stradina dietro l’angolo per il solito rito. Quello della dose. Davide aveva provato per mesi a resistere, si era inventato qualsiasi scusa per non seguirli nella stradina. Era sotto terapia al Sert, segnalato dalla Prefettura. Se sgarrava, finiva in galera. E lui non voleva. Ma la voglia, assieme alla stanchezza, lo rendevano debole. Due giorni prima di andarsene l’aveva detto a Marta, ma lei all’epoca, non sapeva neanche cosa fosse l’eroina. E non poteva capire. Marta lo vedeva giù di morale, aveva cercato di invitarlo a ragionare, a non mollare. Ma le sue erano parole inesperte ed inutili. Due giorni dopo, Davide se ne stava, freddo e bianco, a penzolare da un albero in fondo al campo di pomodori. Una corda stretta al collo, i piedi che ondeggiavano come il rintocco di un pendolo stanco e vecchio. Una lettera in tasca, con due parole, due. “Sono stufo”. E ai piedi del tronco dell’albero, una dose di eroina ancora chiusa dentro la stagnola. Aveva resistito ma sapeva che la prossima volta non sarebbe andata così. A Marta, allora diciassettenne, fu impedito di arrivare fin sotto l’albero e vedere Davide in quello stato. Era la piccola del gruppo, cercarono di proteggerla da quella visione così drammatica. Marta riuscì solo a vedere i piedi di quel ragazzo, dallo sguardo sempre triste. Per anni non ci pensò più, il tempo finisce con il collocare i ricordi in un qualche cassetto del cervello, non sempre a portata di mano. 
Venti anni dopo, quell’immagine era tornata all’improvviso a farle visita. Era nel suo studio, con un paziente nuovo. Un ragazzo di vent’anni. Occhi grandi, sguardo assente. Il cognome gli diceva qualcosa. Poi il ragazzo le raccontò di essere orfano di padre, morto suicida tanti anni fa. E Marta ripensò al suo vecchio compagno di raccolte. Quel ragazzo che aveva lo sguardo sbruffone di chi si crede già grande era il figlio di Davide. Francesco, così si chiamava il ragazzo, le spiegò che suo padre era morto prima che lui venisse al mondo. La madre non sapeva ancora di esser incinta quando quell’uomo si ammazzò, le disse. 
Marta deglutì forte, senza dire nulla. Ma pensava. Forse se Davide avesse saputo, forse, non si sarebbe ucciso. 
Ma era la sagra dei se, quel pensiero, e Marta tornò subito al suo paziente; erano in terapia, le divagazioni non erano ammesse. Francesco continuava a parlare, le diceva che il suo problema non era grave ma che sua madre lo stressava e quindi l’aveva costretto a rivolgersi ad uno specialista. 
Lei lo era? Il problema, continuò il ragazzo, era la sua apatia. Si svegliava stanco, a scuola non rendeva, a volte al mattino si svegliava tardissimo e perdeva le prime due ore. E sua madre, che lavorava tutto il giorno, non sapeva più cosa fare con lui. 
Marta ogni volta che sentiva questi discorsi, dentro, si indignava. Giovani che non hanno sogni, aspirazioni, voglie. Svogliati, pronti solo a scatenarsi in discoteca per tentare di avere voglia. Anticipavano tutto, dalla droga al sesso, e non gustavano nulla. Da lei ne passava qualcuno ed ogni volta sentiva dire le stesse cose. Sapeva che il problema era uno solo: questi ragazzi non avevano nessuno con cui parlare davvero, un adulto con cui confrontarsi. 
Francesco, pensò, era il paziente perfetto per la sua terapia speciale. Gli diede appuntamento così per la settimana successiva. Quando il ragazzo se ne andò, Marta, non appena la porta della stanza fu chiusa, aprì il cassetto e tirò fuori la pallina rossa. Se la mise al naso, azionò il led luminoso e si voltò a guardar fuori dalla finestra, sorridendo. 
Il mercoledì successivo arrivò in fretta. Francesco si era stupito della telefonata di Marta che gli comunicava che l’appuntamento non era al centro ma in un asilo. Ma non osò chiedere il motivo e alle tre era davanti al portone della scuola. In spalla, lo zaino carico di libri. La faccia stanca, dopo una notte con gli amici passata a fumare “nero”.
Varcò la porta e sentì il brusio dei bambini che urlavano. Erano tutti seduti a terra e ridevano nella sala del refettorio, vicino all’ingresso. E vide un pagliaccio che gli veniva incontro. Aveva una grande parrucca rossa, gli occhi neri e le guance contornate di bianco. Al centro una bocca rossa, enorme, aperta in un sorriso grandioso. 
“Muoviti, devi preparati”, disse il pagliaccio. 
E Francesco rimase a bocca aperta, riconoscendo la voce di Marta, la sua terapista. 
“Ma…che vuole?”. Il ragazzo non potè dire altro, il pagliaccio lo trascinò in una stanzetta dove c’èrano vestiti e trucchi. 
“Mettiti quel grembiule da scolaro con il fiocco grande e truccati”. Il pagliaccio ordinava e Francesco, allibito, buttò per terra lo zaino e incrociò le braccia. “Se lei ama farsi deridere, io non sono così”, replicò.
Marta, irriconoscibile vestita da dottoressa Pippi, il suo nome d’arte, lo copiò. A braccia consente lo guardava, battendo il tempo con l’enorme scarpa che portava al piede destro. 
“Tu sei in terapia, con me. E il patto è che se ti chiedo di fare una cosa, tu la fai Francesco. Non sono qui per deriderti o farmi deridere. Men che meno da te. Adesso muoviti, che dobbiamo lavorare. Sei sveglio, però, hai capito subito che ero io”. 
Francesco allibito, si girò a guardare i vestiti appesi ad una sbarra e i trucchi coloratissimi con il cerone bianco e i rossetti di tutti i tipi. Marta, intuendo i suoi pensieri, gli si avvicinò e prese il martello di gomma dal tavolo. Che finì irrimediabilmente a colpire la testa del ragazzo. “Muoviti”, gli sussurrò la terapista e se ne uscì mimando un passo da marcia militare. 
Francesco non ci capiva niente, si sentiva morire di vergogna, dentro. Un pagliaccio per terapista. “Ma quella è matta, altro che terapista. Dovrebbe farsi curale lei”, disse tra sé. Controvoglia, infilò il grembiule nero e sistemò al collo l’enorme fiocco blu. Poi passò davanti alla scatola dei trucchi e pensò di fare un bello scherzetto a quella stronza. Prese la matita nera e disegnò tra labbro superiore e naso un baffo alla Hitler. Prese il gel e si lisciò i capelli. Poi si guardò allo specchio, sembrava un bambinone cattivo. Azzardò pure un sorriso , il risultato fu un ghigno inquietante. 
“Così fai paura, tu sei il cattivo, vero?”. La voce lo sorprese davanti allo specchio mentre faceva smorfie al suo riflesso. 
A parlare era un bambino . Piccolo e con gli occhi a mandorla. 
“La dottoressa Pippi ti aspetta”, gli disse il bambino. “Muoviti, cattivo”. E il piccolo cominciò a tirarlo per il grembiule, spingendolo a seguirlo. Francesco sbuffava, sentiva i piedi pesanti e sudava. Aveva paura. 
Seguì il piccolo fino al refettorio. E vide Marta o la dottoressa Pippi come si faceva chiamare, seduta tra i bambini a confezionare animali e fiori fatti con i palloncini gonfiati. Marta neanche lo badava, continuava a far facce strane gonfiando i palloncini, poi li manipolava come burro e tirava fuori , con gesti veloci, una margherita e dopo un cagnolino. 
I bambini ridevano ad ogni smorfia. Una piccola con le trecce si era avvicinata così tanto che gli alitava quasi in faccia. E Marta se la rideva, felice. 
Francesco rimase in piedi in mezzo ai bambini a guardare, con un lembo di grembiule ancora stretto dal piccolo cinese. 
Che lo fissava, con lo sguardo contrito. 
“Che hai moccioso?”, gli disse Francesco.
“Non mi sei simpatico, tu non ridi mai?”, fu la risposta del cinesino che poi lo lasciò solo in piedi ed andò a sedersi davanti a Marta. Lei, la dottoressa, non lo guardava manco di striscio. Il tempo passava e Francesco così conciato si sentiva un cretino. Allora si avvicinò alla dottoressa e le parlò.
“Cosa devo fare? Sto qua a non far niente, mi sento uno scemo”.
“Divertiti”, fu la risposta di Marta.
La dottoressa gli passò il martello di gomma. E Francesco si accorse che tutti i bambini lo guardavano, muti e seri. Allora cominciò a camminare, su e giù, su e giù, come in una marcia militare. E ad ogni passo si tirava una martellata in testa. Il sorriso mimava il gnigno cattivo provato prima allo specchio. E i bambini ridevano, alcuni si erano alzati e camminavano come lui. Si formò così una sorta di carovana con Francesco come apripista, una cattiva majorette capo con i baffetti alla Hitler. Poi intervenne Marta che tirò per finta un calcio nel sedere di Francesco. Lui intuì l’azione e si proiettò in avanti come se quel calcio l’avesse davvero colpito. E la carovana ogni tre passi vedeva quello dietro tirare un calcio a quello davanti e il primo saltar in aria come in una danza di grilli. Francesco aveva buttato via, dopo mezz’ora di salti e risate di bambini, il suo ghigno cattivo e se la rideva. Non se ne era manco accorto, fu Marta a farglielo notare. 
“Ti stai divertendo, vedo. Mi sa che come prima terapia non è andato così male”.
Francesco la guardò, con una sguardo interrogativo. “Lo dobbiamo rifare?”. 
“Certo _ ribattè pronta Marta _ la prossima settimana. Creati un personaggio, datti un nome. E arriva puntuale che avremo un sacco di cose da fare”. 
“Ma io non so far ridere, non so manco divertirmi _ rispose Francesco, con la faccia arrossata per le corse _ insomma non sono capace”. 
“Per esser felici non si nasce imparati _ disse Marta, simulando una voce da vecchia _ non devi imparare a far felici gli altri, a farli ridere. Se ridi tu e sei felice, gli altri staranno bene standoti vicini. Ed ora torna coi ragazzini che devo cambiarmi”. 
Francesco la guardò andarsene con il suo passo saltellante, i piedi dentro le scarpe di dieci misure più grandi, la parrucca rossa riccia che ondeggiava al passo e il cuscino a gonfiare il posteriore dentro la tuta bianca da operaio. “Dottoressa, sei tutta matta”, le urlò. Marta si voltò e gli sorrise accennando un passo di rumba. 
Francesco le corse incontro, frugando dentro la tasca dei jeans. Tirò fuori una foto. “Dottoressa, questo era mio padre”.
Marta vide la faccia di Davide e tornò a sorridere. ” Sì, lo conoscevo. Tuo padre, Davide, era mio amico tantissimi anni fa”.
Francesco la guardava ed ora sembrava davvero il ragazzino che era in realtà. 
“Dottoressa, poi mi racconti di lui?”

Mi chiami come vuole

Ho ancora addosso questo stupido vestito rosso, il vomito ha sporcato la pelliccia bianca e i polsini non sono più immacolati, ma macchiati di fango. Cosa volete da me? Che vi fornisca le mie generalità? Mi chiami Gianni che va bene lo stesso. Cosa ci facevo nel vicolo? Vomitavo, ho bevuto troppo stasera. Veramente bevo troppo da mesi, da quando è arrivata la riconferma del contratto. Me ne stavo tanto bene a casa mia, con mia moglie e i miei animali, nel freddo del mio paese. Invece questo schifoso contratto di lavoro mi costringe ad andar via tutti gli anni e passar settimane nel vostro mondo caotico, inquinato, iper-tecnologico. Partire è un po’ morire e io, ogni anno che passa, mi avvicino alla mia fine. A pensarci sto male e bevo per anestetizzarmi dal fastidio di dover partire, di dover venire ad allietare le vostre ipocrite vite. Bevo per non pensare che sto morendo. Bevo per crepare prima. Perché ho picchiato quel barbone? Mi ha preso in giro. Diceva che ero un pallone gonfiato. E ho colpito duro quella faccia da clown ridente, finché l’alcol che avevo nello stomaco non mi ha costretto a fermarmi a vomitare. Finché non ha smesso di sorridere così.
Ma me lo dite cosa volete ancora da me? Non credete nella mia professionalità, per voi non valgo niente, salvo poi chiamarmi tutti gli anni a far il buffone alla vostra corte. E io che dovrei fare, obbedire? E’ vero, c’è un contratto, e mi pagate pure così il resto dell’anno me ne posso star a casa mia. Ma io non ce la faccio, mi chiedete cose, pretendete che vi sorrida, che sia amabile e buono. Ed ogni anno che passa, il sorriso diventa finto. Mi sento vuoto, sfiancato. Volete che vi ricordi quel che voi non siete più. E così berrò, fino a farmi scoppiare il fegato, che è quel che voglio. Il brutto è che con tutto sto rosso che ho addosso, se il fegato mi si spappola davvero e comincio a sanguinar dalla bocca, il sangue sul rosso del vestito manco si nota. Insomma, per voi sarebbe lo stesso. A meno che non si sporchi anche la candida pelliccia che mi passa attorno, lungo i bordi del vestito, e che ora è macchiata di vomito scuro. Ho fatto le prove generali. Vi fa schifo, vero? Non sono presentabile così? Ma che posso farci… se la pelliccia candida si macchia del mio sangue, non rosso, ma nero, a grumi con tracce bluastre, allora sì che sarà un bel vedere. Il mio sangue è nero, coagulato dal mio schifo personale. Sia chiaro, commissario, se crepo io non cambia niente. Ma almeno sarà un bel morire. Le telecamere verranno a filmare il mio cadavere, il volto bianco e ossuto, la pancia gonfia da mesi di super-alcolici, mica dal grasso pacioso della serena abbondanza, la pelliccia devastata dai grumi neri del sangue vomitato dalla mia bocca, fino ad asfissiarmi. Lo sguardo atterrito, dallo spasimo finale del dolore. Si immagina, commissario? Che servizi, con i commentatori in orgasmo dialettico, gli psicologi a porsi domande, le aziende a listar a lutto gli alberi di Natale. Durerà il tempo di due giorni, massimo tre. Sono pur sempre uno famoso, una faccia nota. Poi mi lascerete in pace. Passate undici mesi a burlarvi di me, dicendo che pensar che io esista è roba da bambini, da creduloni. Ma io esisto solo per far sorridere i vostri figli e voi l’avete dimenticato. Così come avete dimenticato di insegnare ai vostri figli il piacere di regalarsi un sorriso. Questi bambini oggi mi tirano la barba, mi tirano calci allo stomaco per veder se sono finto, mi guardano come se fossi un fenomeno da baraccone. Non mi chiedono giocattoli ma cose da grandi, che costano. E non mi sorridono più. Io che ogni anno arrivavo con i miei sacchi ho dovuto cambiar distributore, cercar la merce alla moda, la stessa ovunque. Voi la chiamate globalizzazione, io la definisco una stronzata da terzo millennio. Roba da grandi messa in mano ai bambini. Cellulari, computer, roba che costa tanto e che si rompe in fretta. E vestiti da donne per le bambine. E Iphone da 500 euro per i maschietti. Tutto è peggiorato quando i giocattoli mi sono stati cancellati all’ultimo rinnovo del contratto. Nessuno ha pensato manco di recuperarli per darli a quei piccoli che nel mondo se la passano peggio dei vostri figli, senza cibo, senza scarpe, senza genitori. Loro sanno sorridere ancora davanti ad un pallone o una bambola di pezza. Il datore di lavoro, invece, li ha mandati tutti al termovalorizzatore, considerandoli fuori moda, inutili balocchi del passato. Li ho visti bruciare, e con loro ho visto morire centinaia di sorrisi. E per evitare di gettarmi nel fuoco a recuperarli, ho preso una bottiglia di whisky e ho mandato giù lunghissimi sorsi. Per anestetizzarmi. E ho camminato per ore, bevendo e basta, fino a quel vicolo. Per spegner la rabbia, il fastidio, lo schifo. Meglio annullarmi in un litro di whisky che cedere, pensare che quel che faccio va ancora bene, che è giusto. Volevo lasciare da tempo ma la mia campagna ghiacciata non mi permette di mantenere me e i miei animali. E così sconfiggerò il ricatto, lavorando, ma morendo, lentamente. Tanto dentro sono già un encefalo quasi piatto, che risponde oramai solo agli stimoli e ai doveri essenziali. Bere, pisciare, camminare, distribuire, pisciare, bere, andare a cacare, bere, pisciare, vomitare, bere, consegnare, sorridere, defecare, vomitare e bere. Ok, commissario, a lei non interessa nulla di quel che le sto raccontando. Vuole solo le mie generalità per poi spedirmi in cella stanotte. L’accusa? Lesioni. Puzzo di vomito, è vero. Non ho addosso un bell’odore, lo ammetto. Ma anche quello stronzo, non puzzava meno di me. Sì, ok, ho cominciato prima io. 
Mi chiami come vuole, le ripeto. Sì, assomiglio a Babbo Natale. Ma lei ci crede? No. Ecco, appunto, lasciamo stare. Mi chiami pure Gianni.

L'hotel degli onti

Prendeva trecentomila lire al mese e ne arrivava ad ospitare anche venti per volta. Che facevano sei milioni al mese. Un angolo dove posare il tappeto per pregare veniva diecimila lire al giorno. Tanto spazio ce n’era, la sua casa era grande. Su due piani, con grandi finestre. Riscaldamento? No, che si arrangiassero quei quattro “onti”. Per quei soldi, all’hotel dei diseredati, mica c’era spazio anche per un degno riscaldamento. I materassi li metteva a disposizione lui, venti o di più se c’era richiesta, gettati direttamente a terra senza troppi problemi. Le preghiere erano permesse solo nella sala al pianterreno e ogni problema andava risolto con il custode. Per i bagni, si faceva a turno. Chi prima arrivava, era contento. Unica regola, alle 7 di mattina, tutti fuori. Anche se nevicava, anche se un lavoro non lo avevi o eri in preda alla febbre e alla diarrea, entro le sette dovevi esser fuori, con il tuo sacchetto pieno di stracci. “Nde a lavorar, onti”, era il richiamo. Ogni mattina via Wagner ospitava così il lento pellegrinaggio dei clandestini che lasciavano il loro hotel. Marocchini, albanesi, romeni, tanti nordafricani. Quelli che erano di religione islamica facevano in tempo a far la prima preghiera, poi si arrangiavano sul posto di lavoro o per strada, visto che dietro avevano tutto, anche il loro tappetino. Nulla si poteva lasciare nella casa, e quando rientravi la sera, rigorosamente dopo il tramonto per non dare nell’occhio – questa era una delle altre regole dell’hotel – ti cercavi il primo materasso libero, senza chiedere di tornare al posto dove avevi dormito la sera prima. Un martedì nel tardo pomeriggio il piccolo corteo di clandestini arrivò all’inizio della strada e trovò le luci delle sirene della polizia. E il custode, un ex pugile in pensione, zitto e stralunato fermo davanti al cancello. Un poliziotto di spalle gli parlava, con un tono della voce alto. Urlava quasi. Il vecchio pugile, Dante, stava zitto ma con gli occhi cercava di far segno al gruppetto che sopraggiungeva di andarsene, sparire. Erano bastate le luci delle volanti terrestri a metter nel panico i clandestini, che girarono subito i tacchi e se ne tornarono in strada, a passo veloce, per non farsi notare. Dante si rilassò e cominciò a ripetere al poliziotto con voce sommessa che lui era solo il custode della casa, che quella gente non la conosceva, e non sapeva quanto pagavano. Maria Ponchioni, che abitava in una casetta bassa davanti alla villa, ascoltava, con le braccia appoggiate al cancello della sua casa, e scuoteva la testa. “Lo sa quanti soldi prende il padrone, lo sa bene”, mi disse quando le arrivai accanto. “Quanto?”, le chiesi. “A mi no so, i dise trecentomila lire , dottoressa. Al mese. I xe schei sa e li ciama sempre onti”. Erano tanti soldi, sei milioni almeno al mese. Per dar da dormire abusivamente a clandestini. Un reato. Ma io volevo vedere in faccia chi era questo proprietario così prodigo nell’assistenzialismo, a caro prezzo. E così aspettai che la retata finisse, che le luci delle sirene si spegnessero e che Dante se ne andasse. Lo seguii fino al bar fuori della strada, aperto 24 ore su 24. Si accomodò al banco, bianco in volto e chiese un bicchiere di vino bianco. “L’ombra gliela offro io”, dissi, arrivandogli alle spalle. “Dottoressa cossa a vol ancora…”, fu la risposta dell’ex pugile. Gli dissi cosa volevo: il nome e l’indirizzo. E dopo la prima “ombra”, pagai tutta la bottiglia di prosecco che finì a fianco di Dante. Il sopracciglio con la cicatrice, forse un ricordo di vecchie botte, si alzò. Dante sorrideva. Gli piaceva bere, avevo colto nel segno e il regalo era ben gradito. Mi disse il nome quando era arrivato a metà della bottiglia, dopo aver raccontato che lui non c’entrava, era solo un custode. Prendeva 100 mila lire al mese e a lui bastavano. Me ne andai contenta, salii in macchina e presi la strada del Terraglio, direzione Preganziol. Arrivai all’indirizzo indicato, c’era un’altra villa, ancora più grande. Chiusa. Al campanello non rispondeva nessuno. Accanto c’era un albergo con una piccola trattoria. Entrai, non c’era nessuno al bancone. Urlai il nome del titolare. Arrivò dopo 5 minuti, era spuntato da una tenda blu di velluto pesante e si stava sistemando la patta dei pantaloni. Prima i convenevoli di rito, il suo sguardo che finisce sulla mia scollatura, la sua risata e la battuta. “Finalmente una bella signora, in questo posto di uomini e onti”. Sorrisi. Poi partì la domanda . “E’ sua la casa di via Wagner, vero?”. Vincenzino, questo era il suo nome, smise di ridere. “Sì, perché. La vuole comperare? “. No, gli risposi, pronta, volevo vedere le ricevute dell’hotel. “Quali ricevute, quale hotel, Lì c’è casa mia”, ribatté infastidito Vincenzino. Gli spiegai della retata, della casa sotto sequestro, dei 25 materassi trovati e dei racconti del vicinato. “Lei guadagna sulla pelle di poveri disgraziati. Sei milioni al mese. Quindi, cacci fuori le ricevute”. Vincenzino posò il bicchiere d’acqua che stava bevendo e passò dall’altra parte del bancone, con passo deciso, e urlandomi che mi voleva fuori dal suo locale in un secondo. Altrimenti, chiamava la polizia. Lo osservai meglio: capelli neri con evidenti tracce di forfora, due denti d’oro, tarchiato e basso. Una lunga catena d’oro che scendeva sul petto, visibile dalla camicia aperta. La collana sosteneva un enorme crocefisso d’oro e madreperla. Nella tasca dei pantaloni, c’era qualcosa. Forse un coltello a serramanico. Feci finta di non notarlo, ma feci un passo indietro e mi ricordai, che come al solito avevo lasciato la pistola in ufficio. “Per sua sfortuna, Vincenzino, la polizia sono io”, ribattei pronta, mostrandogli il distintivo che tenevo sulla tasca della camicia, sotto la giacca. Lui si fermò, evidentemente sorpreso, e tornò a sorridermi. E mi spiegò che aveva cominciato per dar una mano a quei poveri ragazzi, che lui aveva origini libiche e sapeva cosa era la fame. Ma che la casa era grande e quei poveri ragazzi dovevano in qualche modo concorrere alle spese del riscaldamento. E poi lui era buono, ogni mattina c’era caffè e latte per tutti e le brioches comperate al supermercato, quelle nel sacchetto di cellophane. E Dante, il custode, teneva pulito tutto. C’era persino sempre lo shampoo. Balle, un fiume di balle, raccontate da Vincenzino, per evitare guai. 
Chiamò anche suo padre, don Mario, che arrivò tutto vestito di nero, con un bastone da passeggio. Vecchissimo, aveva la camminata di un ragazzino e l’occhio furbetto. “Piacere, don Mario. Mago per diletto”. Si presentò così e io scoppiai a ridergli in faccia. Era lui il mago di cui mi aveva parlato Dante, quello che faceva paura anche agli arabi perché rischiavi una fattura seduta stante , se non facevi quello che voleva lui. “Bella signora, siamo brava gente”, mi ripeteva Vincenzino, oramai spavaldo perché erano in due contro una donna. Senza pistola, mi dissi io, ma loro non lo sapevano. “Fuori ricevute e i soldi”, ripetei serissima e per confermare che non scherzavo, superai don Mario, dribblai il braccio teso di Vincenzino e mi diressi alla cassa dietro al bancone. Dove c’erano dei libri contabili, avevo visto poco prima. Mi misi a sfogliarne uno, poi un secondo. Trovai l’elenco delle visite all’hotel dei diseredati, evidentemente Vincenzino prima di andarsene al bagno, stava sistemando i conti del giorno. C’erano 5 milioni e 500 mila lire in una busta, la scritta con la cifra forse era quella di Dante tanto la calligrafia era stentata. C’era l’elenco degli “onti” del giorno, venti esatti. I soldi erano meno di quanto previsto, forse qualcuno non aveva pagato. Mentre guardavo, Vincenzino avanzava lentamente verso di me, chiedendomi di lasciar perdere o sarebbero stati guai seri. Che lui aveva amici importanti ed io non ero nessuno, ero solo una commissaria arrivata ieri con decorrenza “ancuo”, ripeté più volte. Lo squillo del telefonino ci colse entrambi impreparati. Era il mio e mi precipitai a rispondere . Era Otello, il capo pattuglia. Io neanche aspettai finisse di dirmi ciao: “Allora ispettore, siete qui fuori? Aspettate da tanto? Ah, non vedeva la mia auto. Ok, aspettate il mio segnale”. Otello non era scemo e aveva capito che era una richiesta di aiuto. “Avete fatto il controllo al terminale? Non risulta? Impossibile, si chiama locanda Antico Grappolo, non all’Antico Grappolo. Dai, ragazzi, è tardi per tutti, eh….sveglia!”. L’indicazione l’aveva avuta, massimo in 5 minuti le volanti sarebbero arrivate. Continuai a far finta di parlare al telefono anche se Otello aveva messo già giù. Presi il librone sotto braccio e la busta con i soldi e mi diressi alla porta, scansando un Vincenzino che si era accoccolato per lo spavento su una sedia. Don Mario alzò il bastone in aria, maledicendomi, quasi volesse colpirmi. Io mi diressi senza guardarmi alle spalle verso la macchina e accesi il motore. Buttai il telefonino sul sedile del passeggero e misi in moto, partendo a tutta velocità, inseguita dalle bestemmie di padre e figlio. Imboccai il Terraglio, direzione stazione e incrociai l’auto di Otello che a tutta velocità si dirigeva verso la locanda. Lo chiamai al cellulare. “Sono padre e figlio, Vincenzino e don Mario Capatone. Finisci tu il lavoro che io ho da fare”. Tornai al bar vicino a via Wagner e trovai Dante, oramai ubriaco, seduto su una sedia. Lo costrinsi a seguirmi e andai in stazione. Chi non ha da dormire finisce qui, specie da dicembre quando il Comune ha ottenuto che la sala d’aspetto sia aperta di notte per i senza tetto. Dante mi seguiva , con la faccia bassa. Mi misi in mezzo alla sala d’attesa, era piena di uomini e ragazzi, e cominciai a scandire i vari nomi che avevo trovato sull’elenco di Vincenzino. All’inizio nessuno mi rispondeva, poi un ragazzo, Ahmed, quando pronunciai il suo nome mi rispose con un cenno. Andai da lui e gli misi in mano trecentomila lire prese dalla busta dei soldi. Andò avanti così per due ore. Poi, a notte fonda, portai a casa Dante. Oramai aveva smaltito la sbornia. “Ha fatto bene dottoressa a ridargli i soldi, sono bravi fioi in fondo”, mi disse salutandomi con la mano. Non gli risposi niente, ripresi a guidare fino in Questura. Aveva collaborato, ma una denuncia se la sarebbe presa comunque. Nel corridoio mi aspettavano, seduti come due bambini in castigo, Vincenzino e don Mario. Mi guardarono con odio. Passai oltre, salutandoli sorridendo e facendo ciao ciao con la mano. “Buonanotte, onti”.

Mattio

A me stava simpatico. Quando andavo al mercato con mia madre, lui c’era sempre. In un angolo della strada in mezzo ai banchi degli ambulanti, non mancava mai. Impossibile, non sentirlo. Lui cantava. Vestito di tutto punto, giacca e cravatta, pantaloni classici. Anche se l’abbigliamento era un pochino consunto, era ben vestito e pettinato come quei cantanti che vedevi nei documentari di Sanremo in bianco e nero. 
Leccato, con la riga in parte, si dice dalla mie parti. Un foglio di giornale arrotolato oppure uno stecco di legno erano il suo microfono, tenuto stretto con forza nella mano chiusa a pugno. Lui cantava e basta, non chiedeva niente. Soldi sicuramente qualcuno glieli dava, forse nella speranza di farlo smettere. Perché, vi assicuro, l’intonazione non era granché. Io avevo capito che era uno dei tanti che chiedevano l’elemosina. Un pochino bizzarro certo, rispetto alla media di accattoni rannicchiati a testa bassa con accanto il cartello con scritto “Ho fame”.
“El xe mato, ma almanco qualcossa el fa”, diceva mia madre, sorridendogli quando gli passavamo davanti. L’ho rivisto anni dopo. Passavo in bus per via Pascoli e alla fermata a fianco della fontana del piazzale, l’ho visto. Era nudo dentro la fontana a farsi il bagno. Con tanto di bagnoschiuma. La schiuma, soffice come una gigantesca panna montata, aveva riempito tutta la vasca e lui ci sguazzava dentro, completamente nudo, ridendo come un bambino. Sembrava un principe nella Jacuzzi. Solo che la improvvisata Jacuzzi non era in una sontuosa villa ma a fianco di una strada frequentatissima del centro. In pochi minuti arrivò la polizia. Evidentemente qualcuno aveva segnalato che c’era un matto che si faceva il bagno in strada. Lui alla vista dei poliziotti cominciò a piangere, ad urlare, pregando che lo lasciassero lì. Arrivò anche l’ambulanza e se lo portarono via a fatica, tutto nudo. Provò anche a resistere ma erano cinque contro uno e alla fine dovette desistere. Lo sottoposero ad un Tso. Sigla che sta per trattamento sanitario obbligatorio. Ovvero sei così matto che ti ricoverano e ti imbottiscono di psicofarmaci al punto che sei talmente drogato che manco sai chi sei più. Lui, lo scoprii poi, si era dimenticato chi era già da tempo, da quando cantava al mercato canzoni struggenti d’amore anni Settanta. Mattio, così si chiamava o almeno lo chiamavano, era impazzito per amore. Questa è la leggenda: Mattio che si innamora a tal punto di una ragazza da reagire al suo No cantando in strada. Prima un’ora, poi due, poi dieci ore. Finché si dimentica che ha dei genitori, una casa, degli amici. Finché non dimentica chi è e si ritrova a vivere in strada, cantando 24 ore su 24. Cantava anche quando si faceva il bagno nella fontana di via Pascoli. Per la cronaca, la schiuma l’avevano messa la notte prima dei ragazzini: era stato il classico scherzo di adolescenti. Mattio alla mattina seguente, uscito dalla mensa dei Cappuccini aveva camminato fino a via Pascoli, aveva visto quella montagna di schiuma e ci si era tuffato dentro, trasformandosi in un re che si diletta con acqua e profumi. Cantava a squarciagola “La prima cosa bella che ho avuto dalla vita…”. Pensava ancora a lei, alla sua Dulcinea, che gli aveva spaccato il cuore in mille pezzettini con il suo no. Racconta la storia che passa di bocca in bocca, finché non sai più chi l’ha raccontata per primo, è che dopo la notte in ospedale, Mattio abbia smesso definitivamente di cantare. Silenzioso, girava per la città elemosinando come tutti gli altri. La barba lunghissima, i vestiti sporchi, i capelli arruffati. L’occhio annebbiato da fiumi di alcol: beveva di tutto, bastava fosse alcolico. E quando stava male, e questo capitava poi tutti i giorni, urlava in un modo così straziante che capivi che stava buttando fuori così tutto il dolore che non riusciva più a cantare. Era così intrattabile che non lo accettavano più nei ricoveri notturni e alle mense dei poveri. Era pericoloso, dicevano. Mattio, era diventato il matto cattivo. La canzone era morta nel suo cervello. Lui ci provava ma usciva solo quell’urlo straziante. Poi all’improvviso è sparito. Dicono sia morto, ma io mica ci credo. Secondo me è solo andato ad urlare altrove.

Demoni cristiani

“Demoniiiiiiiiiiiiii cristianiiiiiiiiiii. Ti e pure Crassi, quel sgionfon!”. La Pina urlava tutti i giorni alle 12.30 davanti alle finestre del palazzo comunale. L’ex presidente del Consiglio socialista, fuggito in pieno scandalo tangenti, era il Crassi nella sua strana parlata di donna padovana, arrabbiata.
Nel bianco Veneto scudocrociato, lei urlava contro i demoni cristiani della politica, deformando la faccia nello sforzo, tanto che nel momento topico pareva lei una indemoniata, appena uscita da un film di serie Z del genere splatter. Gonfiava le guance, gli occhi quasi le uscivano dalle orbite, la pelle rugosa si dilatava come un vecchio pesce palla. E urlava. Lo faceva perché era minacciata dallo sfratto incombente, che aveva già più volte dribblato, come una astuta faina, ma che prima o poi sarebbe arrivato nelle fattezze, tutt’altro che simpatiche, “da sgionfon” appunto, dell’ufficiale giudiziario. La Pina non capiva: lei abitava in una casaccia, piena di muffa e umidità, con pochi mobili raccattati in giro e tenuti sù con i chiodi nei punti giusti. Proprio la sua casa marcia volevano? Perché non quella di un altro? Valle a spiegare che la casa non era sua, che manco pagava l’affitto. “Son vecia, dove vado?” replicava a tutti con voce improvvisamente lamentosa. 
Era tutto vero, la Pina era anziana: dimostrava tra i 70 e i 140 anni a seconda delle giornate. Era sola, nel senso che probabilmente nessun parente, prossimo o distante, aveva voglia di sopportarla e quindi fingevano di non conoscerla. Aveva anche una puntina di follia, perché solo una matta, tutti i giorni a mezzogiorno e mezzo, ci fosse il sole, la pioggia e pure la neve, arrivava in piazza trascinando il motorino spento, un vecchio Califfo blu, e si metteva sotto le finestre del sindaco per il quotidiano appuntamento con il “Demoniiiiiiiiiii cristianiiiiiiiiiii”.
Urlava la stessa frase anche davanti alle telecamere della tv privata cittadina, senza paura. Anzi se la rideva, la Pina. Che la prendessero pure per matta, tanto, lei, non aveva nulla da perdere. Se non la sua casetta in cui prima dei nuovi proprietari avrebbero dovuto entrar sicuramente i disinfestatori della Municipalizzata. Perché pare avesse anche un pochino la fissa di raccattar roba qua e là, o sacchetti chiusi contenenti chissà quale sostanza classificabile come “scoassa”.
Non si sa mai, una guerra può sempre riesplodere. 
Ma lei era contenta, aveva la sua casetta, le sue cose, il giardinetto con le galline. E se la guerra arrivava, era pronta.
Negli ultimi tempi, già ammalata, arrivava davanti al Municipio con il motorino bardato a festa: un gigantesco fiocco rosso appeso al manubrio del Califfone blu. Sembrava girasse con un enorme regalo a due ruote. Il fiocco glielo avevano regalato alcuni ragazzi e lei lo aveva attaccato al suo amato Califfo. Che nessuno ha mai visto un giorno andar in moto. 
Alla fine dopo quasi tre anni di performance, il sindaco si era convinto e le aveva assegnato una casetta nuova in un palazzone popolare alla periferia del paese. Era entrata come non abbiente nelle graduatorie.
35 metri quadri, senza giardino, al terzo piano. Pavimento in linoleum e finestre che davano sul palazzone di fronte. Dalle 14, solo ombra, manco un raggio di sole, entrava in casa dalle due uniche finestre. Spazio per le galline? Nessuno, visto che il giardino condominiale era occupato da grill e barbecue degli altri condomini, tutti arrivati prima di lei. 
Di casa la Pina non è più uscita, per mesi e mesi. Era infelice, non sapeva dove andare uscita dal condominio, non conosceva quella periferia, e un pochino ne aveva paura. I vicini poi si tenevano evidentemente distanti da questa vecchietta strana. Il Califfo è rimasto per mesi parcheggiato nel giardino condominiale, con l’enorme fiocco rosso scolorito dalla pioggia. 
Alla fine, qualcuno all’ufficio dei Servizi sociali si è ricordato di lei ed è andato a bussare al portone del suo piccolo, nuovo, appartamento. Nessuno da mesi la sentiva più urlare. 
Lei era a letto, pareva che stesse dormendo. Ma c’è chi giura che in realtà se la rideva. Da sola.

La stella alpina

“Perché sei venuta a letto con me? “. Davide fissava Marta, in attesa di una risposta. Che tardava ad arrivare, troppo. E anche se si trovavano spalla a spalla, nel letto dove fino ad un quarto d’ora fa si erano divertiti, quel silenzio stava costruendo un muro di mattoni marroni per dividerli. Lui non capiva e chiedeva, lei non rispondeva. 
Anzi, Marta pensò bene anche di girargli le spalle, ficcando la testa sotto il cuscino e mettendosi a guardar la porta della stanza. Senza rispondere. 
Davide, stanco, fece altrettanto. Il sonno li avrebbe ammansiti tra poco, pensò, e domattina avrebbero visto tutto in maniera diversa. Non ci credeva ma voleva crederlo. Marta invece aveva la testa a centinaia di chilometri da quel letto sfatto. Dove? Mica lo sapeva Si tirò addosso le coperte. Aveva freddo e non aveva nessuna voglia di parlare e soprattutto di spiegare perché si ritrovava nel letto di uno che conosceva da poche ore e di cui in pratica sapeva solo nome, età, professione, indirizzo di casa. Lei sapeva che mentre baciava, toccava, sfiorava il corpo di Davide in realtà non pensava affatto a lui, ma a Samuele, che se ne era andato la settimana prima senza un motivo apparente: improrogabili impegni di lavoro. Samuele l’aveva chiamata il giorno prima per avvisarla della partenza, senza lasciarle il tempo manco di un saluto. E finora non si era fatto sentire. Non una telefonata, non una mail. Aveva lasciato nella cassetta della posta del suo palazzo soltanto una busta con all’interno una stella alpina, infilata in un sacchettino di cellophane. Ed un bigliettino. “Quando torno, parliamo”. 
E Marta aveva passato i giorni seguenti senza parole e lacrime. Tra amici ci si lascia con il sorriso, ci si cerca quando si può. Non si puntano i piedi. Ma c’era quella notte passata svegli a guardar vecchi film e a bere vino rosso, con il plaid condiviso e poi c’erano stati i sorrisi, l’addormentarsi abbracciati sul pavimento, mezzi ubriachi, e poi al mattino, invece dei saluti di rito, mentre Marta, che si era svegliata per prima, si faceva la doccia, Samuele era entrato nel bagno, si era spogliato e si era infilato nella vasca con lei. E avevano fatto l’amore in un modo lieve e delicato, che Marta ogni volta che ci pensava ancora aveva i brividi. Poi Samuele non aveva più detto nulla. Dopo pochi giorni era partito. E lei si era sentita di colpo sola e passava le notti a guardar vecchi film e a bere vino, avvolta nel plaid che non era più condiviso ma solitario. Non perché lei si sentisse abbandonata; no era perché lui non avrebbe condiviso niente con lei. Le risate, le letture, i film, la bottiglia di vino, le discussioni avvincenti su qualsiasi argomento. Era amore? No, era affetto. Marta aveva voglia di chiedere, ma se Samuele non c’era, il dialogo era un monologo assurdo. E lei parlava solo a sé stessa, ponendosi domande senza risposta perché mancava l’interlocutore. E con le domande, cresceva il fastidio per una assenza che pesava. Ad ogni doccia, ad ogni film visto avvolta nella coperta. E nel letto, di notte, quando la fantasia corre veloce prima del riposo, e risenti a volte nitide le sensazioni più piacevoli e forti. Era come se la presa delle sue mani fosse entrata sotto la pelle e fosse rimasta lì, mollando calore poco a poco. Qualcosa Marta doveva fare e la festa a casa di amici con un invito allargato a tutti i conoscenti possibili, le era sembrato il modo migliore di liberarsi dal pensiero di Samuele, dal suo profumo. 
Per una sera non ci avrebbe pensato. E infatti fu l’anima della festa, ballò per ore con le amiche con una sana allegria da quindicenni. E poi arrivò Davide con i cocktail, le battute e gli apprezzamenti. E con la sbornia che avanzava, la distanza tra loro si era ridotta. Lei ballava senza pensieri e lui la cercava, la tirava a sé e Marta non aveva voglia di resistere. E si lasciò andare. Quando Davide la portò a casa e la spogliò e poi le accarezzò a lungo il corpo, Marta non c’era per davvero. Lei era di nuovo nel bagno, sotto la doccia, con Samuele. Chiuse gli occhi, fece uno strano sorriso e ricambiò il favore a Davide ma tutto quello che faceva, con la bocca e le mani, non lo faceva a lui, ma a Samuele. 
Un gioco perverso di presenza ed assenza, un corpo che agisce scollegato da una mente che si alimenta di un desiderio che in realtà è altrove. Per questo alla domanda di Davide, Marta scelse di non rispondere. Sarebbe stato decisamente difficile dirgli che aveva fatto l’amore con lui solo per non dimenticare un altro uomo. 
Si svegliò la mattina più serena, anche se il mal di testa le rendeva difficoltoso il passo. Si avviò in bagno e si spogliò, pronta a farsi una doccia. Aprì la tenda di plastica e rimase a bocca aperta. Nudo, intento ad insaponarsi le spalle, c’era Samuele. La faccia sbalordita di Marta rivelò i suoi pensieri imbarazzati ma anche le mille domande rimaste senza risposta. “Che ci fai qui?”, le chiese Samuele.
“No, che ci fai tu qui _ ribatté Marta _ non eri via per lavoro? E che ci fai a casa di Davide?”. “Siamo coinquilini, io abito qui _ le rispose Samuele, ridendo _ E sono tornato ieri sera. Ho visto che dormivate e non vi ho svegliato”. Marta sentiva la pelle della faccia scottare, come in preda alle febbre e desiderò tanto di esser capace di sparire. Ma non era un super-eroe.
Invece aveva davanti l’uomo che desiderava e che aveva capito benissimo che la scorsa notte lei e Davide avevano fatto sesso. ” Ti sei divertita?”. Le parole di Samuele le echeggiarono in testa formando un eco, come se sotto la corteccia cranica non ci fosse più materia grigia, ma il vuoto. “Ti piace, Davide?”. Samuele proseguiva nelle domande e Marta taceva ma sentiva che erano in arrivo le lacrime. Samuele le posò una mano sulla spalla. “Sì, ci siamo divertiti ma non ho fatto l’amore con lui, nella mia testa l’ho fatto con te”, disse Marta con un filo di voce e vergognandosene. “E ti è piaciuto”, le rispose Samuele accarezzandole i capelli. “Sì, tanto”, replicò Marta oramai incapace di pensare prima di parlare. 
Lui la attirò a sé dentro la vasca e la abbracciò. “Dobbiamo parlare, dopo”. E tirò la tenda.